LANA DEL REY – Born To Die

Read Time3 Minutes, 43 Seconds

di Mauro Carosio

Per parlare del nuovo fenomeno musicale planetario Lana Del Rey, bisogna partire da una storia di ordinaria banalità che non aggiunge nulla alle altre ben note vicende di presunte “reginette del pop” made in U.S.A.

La storia di una delle migliaia di ragazzotte americane che bramano diventare delle pop star senza avere proprio tutte le carte in  regola. In questo caso la storia di Elisabeth Woolridge Grant (vero nome dell’astro nascente), figlia di un miliardario newyorkese che ha molto a cuore il futuro della figlia e che mette a disposizione il buon lignaggio e il solido patrimonio per creare il personaggio.

Prima passo: un disco uscito nel 2010 passato praticamente inosservato, qualcosa non ha funzionato nelle strategie del marketing.

Secondo passo: siliconiamo le labbra della ragazza, allora ventiquattrenne, e diamole un’aria insolita rispetto a quelle più in uso: concepiamo una “pupa del gangster” del terzo millennio, chiamiamo a corte produttori, esperti di immagine e musicisti di ottimo livello, il “solido patrimonio” in questo caso aiuta, e vediamo cosa viene fuori.

Terzo passo: creiamo gossip, facciamo in modo che si parli di questa illustre sconosciuta in qualsiasi maniera.

E quindi via ai pettegolezzi on line e alle eccentriche intemperanze, scateniamo il pubblico del web in modo da far girare più immagini possibili prima di qualunque prodotto completo.

Operazione riuscita: il “personaggio” c’è! C’è anche “il disco” di esordio: Born To Die. E qui arrivano le sorprese più interessanti.

Tutti pronti per le stroncature, dai cronisti più agguerriti agli ascoltatori stanchi di tanto rumore per nulla.

Ovviamente Born To Die si presta ad una doppia lettura: quella relativa al fenomeno mediatico e quella più prettamente dedicata al contenuto, ma dato che la prima lettura è già stata esaurita in tempi recenti non resta che analizzare il tutto come si fa con un normale disco di una nuova cantante americana, ora trasferita in Scozia.

Born To Die è un album di tutto rispetto, pop di classe si potrebbe dire, lasciando al pop tutto il vacuo che spesso non riesce a colmare.

Un disco “ruffiano” , un mix di elementi che riescono a catturare l’attenzione di un pubblico generalista e nello stesso tempo quella di un pubblico più “alternativo”.

Il segreto sta nell’aria vagamente retrò che pervade l’intero lavoro, dove troviamo rimandi agli anni ’50, alle colonne sonore dei vecchi film polizieschi, ma anche a sonorità care a personaggi del calibro di Nancy Sinatra o Marianne Faithfull, sfrondando tutto ciò che potrebbe far pensare a una nuova Britney Spears, Lady Gaga, Katy Perry o altre coetanee/conterranee già sulla cresta dell’onda.

Un disco che colpisce quindi per l’originalità delle atmosfere che lo penetrano, ma non solo. Brani accattivanti: il primo singolo Videogames sfiora la perfezione per la melodia e l’interpretazione, è già un tormentone e non esageriamo dicendo che si appresta a diventare un evergreen. Un pezzo facile e originale allo stesso tempo, che arriva diretto al pubblico più eterogeneo.

Il brano che da’ il titolo al disco, Born To Die, è il secondo singolo, ed è qui che la “pupa del gangster” si presenta definitivamente con un look ormai identificabile, una canzone dalle soluzioni sonore stimolanti e un tocco di dark-rock ambizioso e convincente. Il resto dell’album scorre sulla linea melodica dei due brani più trainanti, attraversato da momenti di pop orchestrale di ottimo livello e richiami di elettronica trip-hop astutamente inseriti dai produttori Justin Parker e Robopop.

Lana Del Rey non è la nuova Lady Gaga o l’aspirante Madonna, non è questa la strada che ha scelto di seguire, non stupisce con “effetti speciali” per esempio, e la tattica potrebbe trionfare. Per ora ha un ottimo biglietto da visita in tasca, starà a lei riuscire a convivere col personaggio, ormai di fama mondiale, senza rimanerne intrappolata.

logo-amedit-gravatar-okMauro Carosio

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