LA LETTERTURA COME IMPEGNO CIVILE. Intervista a Giovanna Mulas

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Giovanna Mulas scrittrice, giornalista, pittrice. Da un tuo articolo, leggo: “Un libero pensatore, un pensatore puro non ha bisogno del circo mediatico;  l’intellettuale sta con e tra la gente, pensa e spinge il popolo con le idee, si espone, si sputtana anche e se necessario”. Che prezzo si paga per essere liberi pensatori?

Un prezzo che si conosce o si può intuire, nel momento stesso in cui si decide di camminare a piedi scalzi. È come la vita, e in questo mi ritengo fondamentalista: non possono e non devono esistere scorciatoie, ché la dignità come la intendo – ciò che davvero fa l’Uomo – non le può permettere. Il dovere primo di un intellettuale è farsi voce del e per il più debole: lo studio, la ricerca costante di una verità, la riflessione messi al servizio delle altrui riflessione, consapevolezza quindi conoscenza, affinché si avanzi un pensiero a sostegno del bene comune, mai a favore del potere. “Un intellettuale è un uomo la cui mente osserva se stessa”, dichiarava Albert Camus. ‘Muri bianchi, popolo Muto’, mi urlava addosso qualche mese fa una parete qualsiasi, in una città come tante. Secondo Evo Morales: “…bisogna pensare a modelli diversi di società rispetto al capitalismo. Non è accettabile che nel XXI secolo alcuni paesi e multinazionali continuino a provocare l’umanità e cerchino di conquistare l’egemonia sul pianeta. Il capitalismo è il peggior nemico dell’umanità: crea egoismo, individualismo, guerre mentre è interesse dell’umanità lottare per cambiare la situazione sociale ed ecologica del mondo.“. Sono d’accordo. Una prima definizione di “politica” fu data da Aristotele che la legò al termine “polis”, in greco la città, comunità dei cittadini: secondo il filosofo significava la gestione della “polis” per il bene di tutti, la deliberazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini possono e devono partecipare. Ora, l’intellettuale che non prende una chiara posizione politica in realtà ha già una posizione, e promuove comunque una politica: quella del più forte. È poi lecito domandarsi se i pensanti con malizia, certi opinionisti cafonalspopolari, da Best Seller indotto, siano uguali o peggiori ai non pensanti per pigrizia. “…Candela, oh candela, nell’anno dei serpenti mi guardi e sorridi, e in quella fiamma tremula naviga il sorriso dell’inganno… Io lo so, oooh si, lo so. Mi chiedi dove sillabavano, ieri, questi pennivendoli, aspiranti dei, falsi d’autore che rispondono non chiamati al pomposo nome d’intellettuali, quando l’imperatore già nudo sedeva e tutti per convenienza zittivano, dov’erano genuflessi gli ani-Savi (rif. Saviano, N.d.A.), gli Eco-lobbisti (rif. Umberto Eco, N.d.A.)? E dov’erano le Conche da salotto (rif. Concita De gregorio, N.d.A.), in paramenti a difesa della donna, ogni volta che una donna è stata offesa dal suo imperatore? Amica mia, provo tristezza per un popolo talmente disperato – eppure non ancora cosciente – da affidarsi cieco e sordo a quei falsi profeti che a tutto mirano, tranne che alla consapevolezza del popolo.” (estratto da ‘Di Carne Assente’, dramma teatrale in quattro atti).

Come ho scritto a più riprese durante gli ultimi mesi, so che ci aspettano anni molto duri. L’impero Berlusconi, terza fortuna d’Italia e al numero 118 nella classifica delle fortune mondiali secondo Forbes, ha segnato profondamente la vita politica: un regno che marca decadenza e agonia di una democrazia esaurita. Sedotto il gotha della stampa internazionale con le novelas in costume (succinto), abbruttito da storie di corruzione senza fine e da un nome in caduta libera, Berlusconi ha aperto la porta ad un domani, già oggi, di morte annunciata per l’Italia. Per Giulietto Chiesa, Monti viene per (ri)educare gli italiani alla religione del debito. Colpisce il fideismo col quale è stato accolto l’avvento di un premier golpista, membro nel direttivo del Club Bilderberg e al servizio del Fondo Monetario Internazionale. Come qualcuno ha giustamente ricordato, con identici fede ed entusiasmo venne accolto Hitler a Roma, nel 1938. La situazione attuale risulta assecondata da decenni di consumismo, di imperialismo durante i quali le teste del popolo, che chiamerò Popolo Consumo, hanno subito una formattazione all’accettazione passiva del nichilismo, a circolo chiuso. José Saramago scrisse in ‘Cecità’, di cui consiglio la lettura: “(…) Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”. La mitezza perversa, ignorante dei media monopolizzatori (come di certi paggi da corte) e questo nichilismo diffuso non sostengono, anzi affondano la coscienza di un popolo che necessita verità, che ha il diritto di verità. La realtà stessa, la prepotenza e la prevaricazione storica del potere, l’oppressione e il dominio sul più debole trasporteranno fisiologicamente il popolo nelle vie della risposta violenta, non sempre voluta. Sorvolando la naturale tendenza dell’uomo alla prevaricazione, al leaderaggio, alla ὕβρις , Hybris: “superbia”, durante i prossimi mesi si comprenderà, mi auguro e Vi auguro, l’importanza dell’unità in un popolo, della conoscenza, del sentire davvero urlare nel sangue l’altrui dolore. La consapevolezza rappresenterà la forza più grande. Amo questa parola e l’essenza che racchiude: Popolo. È come Patria. Patria Popolo. Vengo dal popolo, figlia di contadini, nipote di pastori. Mio padre, nella sua semplicità e la dura formazione imposta dal fascismo, m’iniziò alla letteratura che avevo sei anni: cominciavo ad apprendere meccanicamente i primi passi della Divina Commedia e già scrivevo, è facile immaginare come e cosa. Ma la passione era la stessa di oggi…nel momento stesso in cui quella passione svanirà smetterò di scrivere. Mi rivedo battere i tasti di una Olivetti Lettera 32, prima con curiosità, poi con la rabbia del riscatto e la voglia d’ingoiarsi il mondo tipiche dell’adolescenza. Dopo, con l’eleganza superfiale della salotteria, del So Tutto Io, della voglia di apparire, dell’ombelico. Infine, ed è cosa recente credimi, con consapevolezza di responsabilità. Ecco, popolo. La vittimizzazione di un popolo si costruisce col tempo e la storia. È come una cipolla coi suoi strati: il primo è rappresentato dall’impedire un lavoro e di conseguenza il cibo, quindi la dignita’, fino ad arrivare al nucleo della cipolla: l’annullamento dell’uomo in quanto tale, la sua distruzione. “Globalizziamo il bene, perché il male è già globalizzato”, scrive l’amico poeta Carlo Bordini. Un cambio radicale è possibile con l’arte quindi la cultura, l’educazione contro la guerra ed un programma ad hoc adottato da ogni Stato. Così si può pensare, col tempo, a educare il singolo al disprezzo verso la guerra e al potere sul più debole, su tutto ciò che è sinonimo di violenza. Educare all’amore: voglio e devo crederci. Ma ritorno finalmente alla tua domanda. Ritengo che il mestiere del (buon) scrittore, se di mestiere si può parlare in uno Stato che non lo riconosce né retribuisce come tale (uno Stato che fonda le sue radici sull’Arte e non riconosce gli artisti come lavoratori. Anch’io, per lo Stato Italia, non esisto perciò non sono), debba essere fonte costante di messaggio, di sensibilità respirata, ispirata e trasmessa, di presagio, caduta nel pozzo e risalita, viaggio.

L’ultima edizione del nostro Festival Internazionale di Poesia “Palabra en el Mundo” ha toccato il tema della pace tra i popoli. Fondato e diretto da mio marito Gabriel Impaglione (poeta e giornalista argentino, sua la rivista di poesia “Isla Negra”, diffusa nel mondo e consigliata dall’Unesco) e dal poeta cileno Tito Alvarado, il Festival ha registrato recentemente un forte successo con oltre 700 località del mondo partecipanti volontarie e a titolo gratuito, impegnate in readings, convegni, dibattiti volti a ricercare una soluzione ai mali che affliggono l’uomo. È lapalissiano che la gente aneli ad un cambio di rotta, è chiaro che aspira – per istinto – al puro, al vero. È qui che occorre lavorare: partendo dal basso, sostenendo ed eccitando intellettualmente, artisticamente le masse. In luglio 2011 ho presenziato ufficialmente per l’Italia al Festival Internazionale di Poesia di Medellin, Premio Nobel dal Parlamento di Svezia e Patrimonio Culturale della Nazione. Ho raccolto gli appunti dai quali è nato ‘Nocturno Oltre confine’, diario di viaggio in Colombia, di prossima pubblicazione. Il Festival di Poesia fu fondato da Gloria Chvatal, Fernando Rendon e Gabriel Jaime Franco nel 1991, in mezzo ad un clima di violenza e morte, con la poesia-messaggio mirata a ricostruire un tessuto sociale lacerato, a proporre nuove alternative di vita. Il Festival non è una gara. Ogni anno, nell’arco di dieci giorni, in un paese devastato da narcotraffico e imperialismo, dà la voce attraverso convegni, readings, laboratori di scrittura aperti gratuitamente al pubblico, a quelle riconosciute voci poetiche, intellettualità ritenute tra le più impegnate socialmente e politicamente nel mondo. Dà loro voce perché diventino voce del popolo, affinché il pensiero critico faccia discutere, creare, costruire. I poeti, gli artisti del mondo hanno un’immensa responsabilità con l’umanità ed il presente: la vita e la pace dei popoli sono minacciate, l’appetito dei predatori non ha limite. La terra, sacra, ci appartiene e noi le apparteniamo. L’arte puo’ tanto, e non è mai tardi per affrontare un movimento mondiale a difesa della vita. Voi, noi tutti, abbiamo la parola, il pensiero critico per farlo.

È lapalissiano poi che l’uso strumentale delle opposizioni ideologiche ha creato una profonda crepa nella società letteraria. Voglio fare mie le parole dell’amico Pedro Espi-Sanchis, The Music Man, simpatico musicista delle cantanti nere Mama Madosini Latozi Mpahleni, la mia Mama nera, del Sudafrica, e Chiwoniso Maraire, dello Zimbabwe: “Nelle tribù africane non esiste il cercare di essere meglio di, l’ambizione che soltanto noi, signori ‘evoluti’, conosciamo… si pensi proprio alla musica e ai suoi strumenti. Il capo tribù da un pezzo di canna ricava tante parti uguali quanti sono gli abitanti della tribù. Ognuno di loro potrà suonare soltanto una nota e sempre la stessa che, se presa sola, apparirà sgraziata: un lungo – o intermittente – insensato fischio… ma unito alle note degli altri membri della tribù, quel fischio creerà la melodia. Tutti loro saranno uguali davanti alla musica, creandola. Qui sta la filosofia dei popoli neri: tutti uguali davanti a tutti. Nessuno di loro potrebbe vivere solo, senza gli altri”. Penso all’Argentina e alla Grecia. Ancora all’Italia. Credo nell’urgenza di un lavoro capillare sulle coscienze. Avverto un contesto sociale-storico-politico nel quale vige la necessità di un ritorno a quelle piazze simbolo del risorgimento del popolo, il Popolo Mondo, rinascita culturale e spirituale, anche sperimentale, piazze che mai hanno smesso di appartenere al popolo se non quando il popolo stesso le ha dimenticate, sconvolto, indurito, distratto dal precotto, dal vuoto a perdere, lassismo, nichilismo, da tutto ciò che comporta l’imperialismo. Il mio dovere d’intellettuale o aspirante tale è quello di domandarmi costantemente e domandare come si può arrestare la prepotenza capitalistica, usuraia, l’incursione e l’attacco continuo di un governo brigante che continua a partorire conflitti di classe. Come noi artisti pensatori possiamo farlo.

Nei tuoi romanzi sembra di sentire il profumo della terra sarda, il rosmarino, il mirto, le bacche. Pensi che la  Sardegna sia ancora un microcosmo, un universo a sé dal punto di vista culturale?

Cominciamo a fare una distinzione dovuta tra letteratura e una certa narrativa di autori sardi. La letteratura, quella che esclude commercio e corruzione nel senso più ampio del termine, il riempire di merda teste facilmente plagiabili da bombardamenti di media e da potere dell’amico del cugino banchiere, una letteratura di Sardegna dicevo, questa indigena, ha strada tracciata, appena accennata nel contesto socio-politico-culturale del “continente”, il resto d’Italia. Tale strada va ampliata, sorvolata, scoperta nei suoi anfratti, spudoratamente adeguata al momento, ai modus vivendi ed operandi della Sardegna attuale. Tirata fuori dal suo guscio, stravolta, arricchita di vite, anime, esperienze, idiomi, speranze, dolori, passioni; con in più ciò ch’è l’oggi, con in più un occhio al domani. Solo così la letteratura sarda avrà fatto un passo avanti ferma com’è stata per anni, e ancorata, dalla Deledda ad oggi.

Negli ultimi 15 anni in troppi, tra autori e lettori, hanno creduto che la via giusta per il boom di un libro fosse quella del favore all’amico dell’amico dei salotti buoni. C’è da dire che mentre Berlusconi acquistava Mondadori e la galassia delle consociate, la Feltrinelli, di segno politico opposto, nel 2008 cominciava a plasmare la più grande rete di librerie di catena acquistando anche uno dei maggiori distributori italiani: PDE (Promozione Distribuzione Editoria). Questo ha significato e ancora significa la progressiva scomparsa delle librerie indipendenti, l’ affermazione dei soli titoli a larga tiratura, il circolo vizioso degli spazi venduti nelle librerie di catena: compra spazi chi ha più denaro, quindi la grande casa editrice che garantirà, di conseguenza, la tiratura alta al libro pubblicato. Va da sé che la…Volontà di Potenza lusinga e compra l’attenzione di giornalisti e recensori appartenenti ad una defunta critica letteraria: ecco quindi gli scambi pubblicitari della casa editrice con la testata che pubblicherà l’articolo sul ‘grande libro’,  grande quotidiano che appartiene alla grande casa editrice con l’editore che indica il proprio giornalista di riferimento a cui affidare l’articolo. È la politica del best seller imposto, della narrativa del Bancomat. Quando un lettore-consumatore acquista, convinto di aver scelto liberamente, il best seller pluripubblicizzato, vincitore di Strega o Campiello o ‘Piras’ di turno, in realtà è già stato consumato: eletto dalla politica editoriale. La Letteraturaper fortuna è altro: vola Oltre noi, Tempi ed Eventi.
Alcuni autori ti considerano scrittrice della Terra di Nessuno per la tua originalità, per la tua specificità, per l’uso della lingua sarda per meglio definire alcuni personaggi. Da dove trai l’ispirazione? Merini parlava di immersioni nell’anima. Che ne pensi?

Quando scrissi ‘Mater Doloris’, storia di follia e amore, riflettevo sulla schizofrenia di mia madre.

Cercando di isolare il dolore del suo ricordo, riservandolo ad un cassetto mentale, mi domandavo cosa poteva spingere una donna già psicologicamente fragile a precipitare in un qualunque momento di vita e senza un motivo apparente nel suo pozzo. A non volerne più uscire, nonostante gli affetti, gli stimoli del mondo attorno. Il chiudersi in gabbia, un micromondo a sé. È un buco dell’anima, uno strappo che va a lacerarsi giorno dopo giorno, inevitabile, e non importa il resto, amore e odio…non importano, contribuiscono forse alla caduta, ma non ne determinano necessariamente la velocità. ‘Mater Doloris’: in quel momento io dovevo essere lei coi suoi fantasmi, io dovevo cadere, per capire. Vissi una cosa del genere dopo l’ultimo tentativo di omicidio, la quasi morte e la depressione, la crisi artistica che ne seguirono: apparvero fantasmi coi quali lottai a lungo. Oggi ancora, a volte, ci combatto.

Ricordo che talmente forte fu il mio transfert nella protagonista del libro che a metà stesura temetti di restare impaludata in una follia che io stessa avevo creato. Terminai il romanzo e dovetti allontanarmi dalla scrittura per qualche mese, riposare mente e corpo che sentivo esausti. Io ero la schizofrenica, mentre scrivevo. Io ero Ann e il suo contrario, vedevo e sentivo ciò che loro vedevano e sentivano, DOVEVO vederli e sentirli per scriverli e farli vivere al lettore. Al momento della creazione di Abbaccai, l’accabadora di ‘Nessuno doveva Sapere, Nessuno doveva Sentire’, mi chiedevo costantemente cosa poteva avvenire in una ragazzina per non farle temere più la morte, quindi il sacro che l’accompagna. La mia sfida era far vivere un mito. Pure riflettevo sul rito che, si racconta, anticipa l’arrivo in loco dell’accabadora: quel levare ogni immagine sacra o amuleto dalla stanza del moribondo. Ma perché l’accabadora? Perché proprio una donna? Soltanto una donna (portatrice di vita) profanata dal ‘sacro’ può arrivare a sfidarlo, può sostituirsi ad esso anche nel momento della morte fino a divenire lei stessa Morte. Rapporti lesbo tra le streghe, nel romanzo: femmine che si amano, che ‘abbracciano’ (avvolgono, inglobano) altre femmine: metafora della terra, partoriente ciclica che continua, rinasce e muore eppoi rinasce in ogni femmina di tutte le sue specie. Questi dettagli li sentivo in grado di regalare un’eternità alla figura della mia accabadora. Lavorai per mesi sul testo ‘Gospel of the Witches’, di Charles G. Leland (1824-1923), studioso di esoterismo e folclore. L’editore inglese David Mutt pubblicò l’opera per la prima volta nel 1899. Stregoneria come culto di Diana: Madre amorevole ma portatrice di morte. Unitasi a Lucifero genera Aradia, la cui missione sarebbe quella di liberare gli oppressi, i poveri. Nella società delle streghe è la femmina a rappresentare il principio fondamentale. Mi basai sui racconti tratti dalla tradizione orale delle Streghe toscane del XVIII secolo, non tralasciando e anzi evidenziando il plagio della Chiesa cattolica sulle menti più influenzabili. La forte importanza, nella Stregoneria Italiana, del culto della Madonna: venerata come Madre salvatrice, presente in molti incantesimi di guarigione e fertilità. Ciò che volevo era riportareLa Madonna in Diana, riunificarla, nelle sue infinite manifestazioni. Ancora il sacro che si faceva profano, che in realtà lo era sempre stato… Posso definire lo scrivere un’ immersione nell’anima, si: in mille anime, tutte tue e inconsapevoli, come tu di loro. Qualunque cosa, evento o persona, possono essere fonti d’ispirazione continua, catartica. Fondamentalmente, comunque, tale ispirazione nasce da quel mondo a sé ch’é l’intimo sentire dell’autore.
Mi affascina molto l’inserimento nei tuoi libri di “panas”, “matzamurreddus”, “cogas”, folletti, fate  e streghe di cui è ricchissima la tradizione orale sarda. Temi, giustamente, che qualcosa
vada perduto?

Non c’è fine a queste figure se non in uno sguardo alieno. C’è un fine, invece, al tramandare delle stesse, forse oggi più che mai.

Nel reading di fine novembre che aveva come tema la violenza sulla donna, hai parlato in modo esplicito della tua esperienza personale, di come si esce dal “pozzo buio”. Questo tema, ricorrente nei tuoi romanzi, ti spinge alla ricerca di una sorellanza tra donne. Mi piacerebbe approfondire…

In un’Italia in emergenza femminicidio eccoci donne, femmine e sorelle, madri, figlie, puttane e sante violentate ancora e ancora dall’ignoranza: spudoratamente, vigliaccamente, senza rispetto né considerazione. Fino a che si persevererà nel considerare la donna alla pari di una bambola gonfiabile annullando e castrando anni di lotta e resistenza in nome di quelle libertà e dignità già nostre di diritto, per nascita, continuerà più forte la violenza, psicologica o fisica che sia, e l’istigazione alla stessa, la giustificazione morbosa, insana. “C’è stato un momento in cui non ho più ascoltato il ritmo del mare. In quel momento ho capito che il mare mi chiamava.”. Come i miei lettori sanno, tra i miei libri uno in particolare occupa quella parte più intima e segreta, amata nonostante. È ‘Lughe de Chelu e Jenna de Bentu’, autobiografia romanzata scritta in tre mesi, di getto, istinto puro, dolore, vita e morte, di sopravvivenza. L’ ho scritto nel momento più difficile della mia esistenza; quando pensavo convinta, da donna e madre prima che scrittrice, che mai più sarei stata in grado né di scrivere né, soprattutto, di vivere. E una sorta di pudicizia bambina, figlia di retaggio culturale prisco, ancorato alla pelle sarda prima che alla mente, m’ha accompagnata per tanto, forse troppo tempo prima di riuscire a parlare del libro con la libertà che merita, prima di comprendere io stessa, autrice, che la mia libertà poteva divenire col tempo, tramite la maturità e l’esperienza, libertà di altre libertà. Il libro “è (…) sgocciolato da una mente ad un foglio, da un cuore ferito nell’ intimo e, perciò, autentico. E. sin troppo facile precipitare nelle profondità della propria psiche; impresa ardua è risalirne sani, l’uscirne indenni. È un viaggio…”. Esistono ferite, nella vita, che mai si rimargineranno. Il tempo potrà ammansirle, quietarle, vestirle di una nuova prospettiva di saggezza e serenità. Ma mai, mai queste ferite potranno cicatrizzarsi del tutto. Vuoi perché sono troppo profonde, vuoi perché, oramai, fanno parte di noi e solo con noi scompariranno. E ogni volta che una donna, una sorella, muore per mano di un amore malato, la ferita grida ancora. Griderà tutta la vita lo so. A volte vorrei che smettesse, a volte io stessa ho voluto smettere. Ma il richiamo alla vita è sempre stato più forte, maledetto, istintuale. La vita stessa mi ha chiamato quando pensavo di non avere più nulla da darle, né da risponderle. Ed è anche per questo che io, oggi, sono qui a raccontarlo.

A scrivere queste righe è una donna diversa: forse più forte o forse no ma che in un capitolo nuovo, questa nuova vita, vive l’amore amata di stesso amore. Ciò che ogni donna è portata fisiologicamente a vivere e dovrebbe vivere: in piena libertà di scelta, in dignità, in purezza. Curioso che, ad oggi, si debba rimarcare che ad una donna la libertà spetta di diritto, per nascita. Lughe de Chelu’ è una storia come tante purtroppo, e per raccontarla volo indietro nel tempo al 2001 in un’apparentemente tranquilla piccola città di provincia. Nuoro, una richiesta di divorzio all’uomo che allora era mio marito, tre tentativi di omicidio dei quali l’ultimo, per strangolamento ed accoltellamento, avvenuto davanti agli occhi dei nostri quattro figli, allora tutti minori. Sospesa tra la vita e la morte, il limbo. Di quei giorni ‘non miei’ ancora oggi porto il ricordo nebuloso. Gli infiniti perché, il pozzo profondo della depressione, il buio, la crisi artistica. La parola follia, abusata in questi casi, non rappresenta il tutto: sarebbe riduttivo parlare soltanto di follia, e offensivo nei confronti di quelle sorelle che, per mano di un amore malato, hanno perso la vita o il sorriso o la speranza… donne che, in ogni modo, si sono perse, forse dentro loro stesse e non sempre riuscendo a ritrovarsi. Troppi nomi, e croci. È un viaggio nell’ipocrisia, nei tristi, malsani pregiudizi di donne nei confronti di altre donne, noi che dovremmo essere sorelle e unite di quella forza chela Natura già ci dona, semplicemente perché donne, creatrici, mestruate sempre, partorienti di energia. Viaggio in una chiesa misogina, potere al servizio del potere, in uno Stato che tenta di curare la donna vittima di violenza ma, paradossalmente, lo fa senza intaccare la radice della violenza quindi senza punire severamente chi la attua.

Cosa pensi della letteratura on line?

Internet garantisce ampia diffusione dell’opera anche tra chi non ha l’abitudine di frequentare le librerie. L’unica differenza riguarda la comodità del leggere o meno un racconto che scorre sullo schermo, l’avvisarlo ‘diverso’ da come lo si sentirebbe avendolo tra le mani, su carta. Personalmente continuo a preferire il vecchio libro da toccare e odorare, da farci l’amore per poi conservarlo lì, dove sai che solo tu puoi guardare. Dove sai che resterà anche dopo di te. Come la letteratura: un’appartenenza al sempre.

Carlo Camboni

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6 thoughts on “LA LETTERTURA COME IMPEGNO CIVILE. Intervista a Giovanna Mulas

  1. Grazie sempre Giovanna per i tuoi limpi messaggi a ‘piedi scalzi’ e le mie mani caldissime e vuote di ‘dollari’…, a noi non servon sicuramente per muover il carrettin del mondo e far salir quei pochi…,pochissimi…! Non siamo ‘monatti’ né tantomeno legati a nessun cerchio di esclusivi …pur se occorre far qualche piccolo ‘distinguo’ di casi particolari…! La tua e la nostra è un’analisi spietata, senza respiro poichè manca pur quello…, vera, stridente, dolente,sporca e da combattere passo passo sempre…perchè nessuno ,nessuno ci possatogliere le ‘scarpe dai piedi’ …tuttavia siempre lindissimi. Alla base della mia filosofia del pensier e di vita sono vicino ai veri principi cristiani dettati fortemente dalle radici, dai miei avi… e da padri libreschi felicissimi che ho adottato a mia immagin e somiglianza ed il discorso è stato ed è reciproco…!Il Sicilianissimo ,grande Scienziato al mio fianco’ accarezzato’ è mio ‘padre, fratello’ con cui condivido la sua Immensa ed Immane Intelligenza e Fede (Antonio Zichici ,presente a Messina in occasione della fiera del Libro-Palacultura 13 aprile 2012 )- Quanti Uomini studiosissimi e rivolti alla ricercca Studenda per la Pace del Mondo e lo Sviluppo …abbiamo in Italia …? Sì la mia è una vera provocazione e sfida contro tutti ,i luminari che si nascondo dietro un dito e poi altro…! Noi italiani abbiamo immense risorse dentro e sotto la solarissima Terra,Opere da Dante Alighieri a Galileo ,inventore del pendolo e di schemi mai mai espressi da nessuno e poi altri tantissimi…,la nostra Cultura va difesa,tutelata per il bene del mondo al di là di ogni limite e steccato…! Andremo avanti con amore e dignità contro ogni sopruso e vanità…! Grazie,Roberto da Messina

  2. io sono informatico, internet facilita il contatto, l’ informazione, la crescita pluralista, in una terra di censura millenaria come la Sardegna Mette alle strette gli intelletuali che si schierano con i “vincenti” e che partecipano al misero potere leggitimato dai quotidiani monopolisti provinciali.

  3. Non ho letto nessun libro di Giovanna Mulas, ma dopo avere letto questa intervista e apprezzato quello che dice in merito al ruolo dello scrittore e dell’intellettuale,soprattutto riguardo il suo impegno civile,penso che inizierò a leggere i suoi libri.

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