IL BIANCO E IL NERO DI HOLLYWOOD. Il razzismo nel cinema hollywoodiano

Read Time6 Minutes, 22 Seconds

di Carlo Camboni

L’industria del cinema era un pilastro del razzismo.

Attaccare il razzismo significa anche attaccare la macchina del cinema

che l’ha sostenuto per molto tempo attraverso gli stereotipi.

(Manohla Dargis, critico del New York Times)

Il cinema, in particolare quello americano, è un’industria – culturale – e come tale, risponde a criteri economici e codici scritti e non scritti che mirano a soddisfare i gusti e le esigenze di un vasto pubblico pagante. Si è sempre avuta la tendenza alla schematizzazione del tema del razzismo come contrapposizione bianco/nero, eppure il tema vero, come sempre, è quello della diversità, dell’altro, del diverso da noi. Non è semplice una rappresentazione che faccia convivere convenzioni e restrizioni legislative da un lato e ambizioni autoriali dall’altro, per cui, a parte qualche gemma prodotta dal cinema indipendente, l’industria cinematografica americana è sempre stata in imbarazzo nell’affrontare il tema del razzismo. Gli attori, soprattutto i divi, godono di un rispetto e una venerazione che va oltre il colore della loro pelle e oggi Danzel Washington, Viola Davis, Whoopi Goldberg, Morgan Freeman affrontano ruoli in cui chiunque, a prescindere dal colore della pelle, può identificarsi, ma il percorso verso l’eguaglianza e la parità dei diritti, non può dirsi concluso se è vero, come è vero che negli ultimi anni diversi attori hanno lamentato mancanza di parti e discriminazioni. Ma è sempre stato così? la situazione è migliorata negli ultimi anni? Negli anni trenta venne adottato il codice Hays, un insieme di regole e linee guida, una sorta di autoregolamentazione cui i produttori cinematografici dovevano strettamente attenersi. Tra le tante indicazioni e limitazioni si legge: “Le rappresentazioni di relazioni fra persone di razze diverse sono proibite.” I neri erano presenti nei film americani sin dagli albori del cinema ma la tendenza, palese, era quella di una rappresentazione che non corrispondeva alla realtà. Alcuni parlano addirittura di categorie di personaggi, come i “toms”, i negri servili di cui al romanzo “la capanna dello zio Tom” o le “mammies” donne di servizio e allevatrici di bambini di bianche ricche e viziate. Curioso: in “via col vento”, film del 1939, abbiamo un’attrice di colore,la McDanielche vince l’Oscar come miglior attrice non protagonista, per l’interpretazione, guardacaso, di una cameriera. Merita di essere citato per l’enorme successo di pubblico il film “la nascita di una nazione” del 1915: alcuni storici del cinema sostengono che abbia favorito la rinascita in quegli anni del Ku Klux Klan. In questo film i neri venivano interpretati da bianchi con la faccia dipinta di nero, erano personaggi violenti, arroganti e sessualmente pericolosi per le donne bianche.

Col codice Hays a pieno regime la mecca del cinema mondiale continuò a trattare le minoranze seguendo stereotipi e tendenze, imponendo modelli culturali e tendenze che perpetuavano la società esistente; una svolta, ancora una volta verso l’ipocrisia, si avrà con l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, momento cruciale in cui i neri che contribuivano alle operazioni belliche quanto e più dei bianchi assumevano quella che venne definita la figura del “nuovo negro”, affidabile ma ancora “diverso”. Tra i film che trattano apertamente il tema ricordo “Pinky la negra bianca” (di Elia Kazan), il cui titolo rimanda ai neri di pelle chiara nati da matrimoni misti, tema che verrà trattato in toni melodrammatici nel famoso “Lo specchio della vita” di Douglas Sirk, in cui la giovane protagonista, volendo godere delle stesse opportunità offerte ad una donna bianca rinnega la madre per piangerne disperatamente la morte alla fine del film.

Nella commedia “Indovina chi viene a cena?” del 1967 il tema viene affrontato dal punto di vista liberal e mentre narra la vicenda del fidanzamento di un uomo di colore con una donna bianca, denuncia l’ipocrisia di fondo di cui sono vittime anche coloro che si reputano progressisti. Gli anni passano e sullo sfondo si accentuano gli scontri sociali, le dure lotte per i diritti civili e al cinema nuovi regolamenti più permissivi si sostituiscono al rigido codice Hays. Nascono nuovi filoni: film di neri per neri;  e film in cui finalmente gli indiani o “nativi” non sono più gli spietati assassini che tanto cinema aveva fatto vedere sino ad allora. Si stava precipitando nell’errore opposto, quel politicamente corretto fatto di esercitazioni tanto conformiste quanto noiose: “Balla coi lupi” è l’esempio più eclatante di politicamente corretto riguardo l’argomento “natives”.

Se in anni recenti è dimostrata la tendenza nei palcoscenici importanti come quello hollywoodiano a premiare attori di colore per performances fuori dall’ordinario, dobbiamo registrare le dichiarazioni di attori che, pur premiati, lamentano e accusano apertamente produttori e registi. Un esempio: Halle Barry, prima donna di colore a vincere l’Oscar come Miglior Attrice Protagonista nel 2002 per Monster’s Ball, storia di razzismo e pena di morte, ha dichiarato alla Cnn: “Hollywood è razzista! Sono stata più volte chiamata negra”. Ancora, la bellissima Zoe Saldana dichiara: “Oh, lei è davvero bella, perfetta, ma stiamo cercando qualcosa di più tradizionale”. Come se io non fossi un’americana “tradizionale”!», ha confessato l’attrice al The Mail on Sunday. Punta dell’iceberg? Mississippi Burning, Malcolm X, Il Colore Viola: bei film, di ampio respiro, dove il tema del razzismo è affrontato in chiave intimista ma anche come tragedia riguardante la collettività, tragedia che deve o dovrebbe interessare ogni essere umano. Pericoli, omertà, Ku Klux Klan, non interessano solo il recente passato degli Stati Uniti.

Rigurgiti razzisti sono presenti ancora oggi durante la presidenza del primo presidente di colore della storia americana e non riguarda, come detto, solo i neri: Oliver Stone ha attaccato gli ebrei (dopo ha ritrattato, ma il danno era bell’e fatto): «l’attenzione dei giornali versola Shoahè dovuta al fatto che gli ebrei controllano i media». Tanto per rincarare la dose Lars Von Trier a Cannes nel 2011, alla presentazione del pur bellissimo “Melancholia” rilascia in conferenza stampa dichiarazioni razziste che hanno suscitato polemiche a non finire e un polverone mediatico che certamente ha nuociuto al suo film. De “Il colore viola”, pasticcio melodrammatico di Steven Spielberg, mi piace ricordare il litigio finale tra Miss Celie e Albert:

– “Sei brutta, sei povera, sei negra, sei una donna: non sei niente di niente!”

– “Io sono povera, sono negra, sono anche brutta, ma buon Dio sono viva!”

Nel 1991, con Jungle Fever, Spike Lee, un outsider, concede una risposta possibile al celeberrimo “Indovina chi viene a cena?” di Stanley Kramer, riproponendo il tema delle coppie interrazziali e la difficile integrazione nelle metropoli americane, denunciando una complessità maggiore di quel che sembra e ponendo l’accento sul razzismo dei neri nei confronti dei bianchi. Il già citato Monster’s Ball (2002) è raggelante: affronta con profondità la triste vicenda di amore e morte di due splendidi protagonisti. Lei, una donna nera interpretata da Halle Barry conosce e s’innamora di un uomo  che aveva giustiziato il marito sulla sedia elettrica: poetica e toccante la scena in cui lei, sola e disperata, scopre con rassegnazione questa verità sotto un cielo stellato, sipario calato su realtà dimenticate. Crash del 2004 di Paul Haggis è un film sulle meno sottili forme di razzismo di inizio millennio: un intreccio di storie in una Los Angeles che vive il disorientamento di un’America in guerra con un nemico invisibile, il terrorismo,  dove l’umanità è quasi sull’orlo di una catastrofe collettiva, e i singoli individui aspettano il grande crash, un urto dirompente, che regali contatto, calore umano. L’ultimo film del filone, The Help, ha avuto un successo clamoroso e meritato. Il linguaggio cinematografico di questo film, volutamente semplice, non porti ad una sottovalutazione di un’opera tanto significativa. Allo spettatore la scelta di non considerare questo o altri film come strumento di puro intrattenimento.

Carlo Camboni

Copyright 2012 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VAI AGLI ALTRI ARTICOLI AMEDIT MAGAZINE N° 10

LEGGI ANCHE:

THE HELP – Una semplice storia di razzismo

0 0

About Post Author

Rispondi

Next Post

PICCOLI FUOCHI DI PROMETEO. Intervista a Massimiliano Frassi

Ven Mar 23 , 2012
di Giuseppe Maggiore In Italia esistono alcune organizzazioni non profit che si occupano di lotta alla pedofilia, una di queste è l’Associazione Prometeo, nata dalla tenace volontà di Massimiliano Frassi. Di origini bergamasche, Frassi opera da molti anni nel sociale, dedicandosi inizialmente ai casi di emarginazione adulta fino a consolidare definitivamente il suo impegno a favore delle vittime della pedofilia. […]
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: