ICONA – NEVER MARRY AN ICON. Madonna ovvero trent’anni di apparizioni

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She’s not me
She doesn’t have my name
She’ll never have what I have
It won’t be the same
It won’t be the same

(Madonna, She’s Not Me, da Hard Candy, 2008)

di Massimiliano Sardina

Dalla mitica Holiday dell’82 alla più recente Give Me All Your Luvin’ (dall’album MDNA in uscita a fine marzo) è trascorso esattamente un trentennio. Da allora la Queen of Pop non è mai inciampata in un passo falso, restando anzi sempre una gioiosa falcata sculettante in avanti rispetto alle sue colleghe. Autrice della stragrande maggioranza dei testi dei suoi brani e manager di se stessa, Madonna è davvero l’eccezione nel panorama musicale contemporaneo. Definirla sbrigativamente una cantante pop sarebbe riduttivo e fuorviante. Madonna è infatti in primo luogo un’icona (e, scusate se è poco, per diventarlo non ha avuto bisogno di morire). Dietro lo sprezzante snobismo dei suoi detrattori si cela il più delle volte l’attaccamento a una concezione borghese della musica colta, unitamente al malcelato disagio dettato da un’aprioristica misoginia implicitamente omofobica. Vaglielo a spiegare a questi signori che anche Mozart e Michelangelo sono delle pop-star! Musica, immagine e atto performativo: Madonna ha sempre saputo agganciare e shakerare questi tre medium in ossequio a una formula personalissima, riuscendo sempre vincente, futuribile, mai assimilabile al già visto se non in chiave autocitazionistica. Se ne destrutturassimo l’M-DNA vi ritroveremmo piccole percentuali di Bette Davis, di Joan Crawford, di Marlene Dietrich, di Gloria Swanson, fino a Marilyn Monroe (ed è proprio all’icona warholiana di quest’ultima che l’artista statunitense Mr. Brainwash si è ispirato per l’artwork dell’ultimo doppio greatest antologico Celebration); in Madonna convivono da sempre le influenze più svariate, di volta in volta abilmente attinte e reinventate sia dall’universo femminile che da quello maschile. E qui val la pena subito sottolineare di come la Queen of Pop abbia saputo travalicare lo stereotipo diffuso della femminilità a favore di una fisicità androgina e composita, più affine a quella di un ragazzino tonico che a quella della femmina prorompente.

Il sex-appeal di Madonna va individuato proprio in questo dialogo continuo tra il maschile e il femminile, tra il muscolo e la guepiere, senza che si percepisca la pesantezza posticcia del travestimento. Si veda a tal riguardo il libro fotografico Sex di Steven Meisel (1992), dove l’ambiguità del corpo di Madonna appare in tutte le sue sfaccettature. Un’icona polimorfa e poliedrica, straordinariamente abile nell’intercettare e catalizzare le mode, anticipandole e il più delle volte dettandole (dai celebri rosari di Like a Virgin ai cappelli da cow-girl di Music); va sottolineato inoltre che stilisti come Jean Paul Gaultier e Dolce & Gabbana devono la loro fortuna proprio a Miss Ciccone.

Commetteremmo un grave errore se identificassimo l’iconicità di Madonna solo per quel che concerne l’immagine stessa, un’immagine che da sola, per quanto carismatica e avvincente, non avrebbe mai retto (perlomeno non per un intero trentennio); dietro l’immagine (o sarebbe meglio dire: unitamente all’immagine) va da sé che c’è ben altro, c’è quello che comunemente si definisce uno spessore, alias il contenuto che struttura, sostiene e motiva l’involucro. Di aspiranti omologhe negli anni se ne sono avvicendate a plotoni, esaurendosi impietosamente a ogni cambio di stagione. Madonna, al contrario, ha resistito (apparizione dopo apparizione). Il talento premia, soprattutto se accompagnato da un pizzico di genio e da un’agguerrita e inossidabile capacità manageriale. In ossequio alla metamorfosi camaleontica della Re-Invention Madonna ha sempre saputo riproporsi come nuova e inedita rimanendo al contempo sempre affine a se stessa, cavalcando i decenni con l’instancabile energia di una teen-ager, al di là del dato anagrafico (com’è regola di ogni grande diva che si rispetti). La sua iconicità, lo ribadiamo, non è scindibile dal lato meramente musicale. Lo sterminato repertorio discografico della Queen of Pop, dal The first album fino a MDNA, può tranquillamente fungere da cartina di tornasole per individuare negli anni tutte le influenze e le contaminazioni suscitate da brani-cult come: Material girl, La isla bonita, Like a Prayer, Vogue, Justify My Love, Frozen, Don’t Tell Me ecc., per non citare che alcuni esempi. In altre parole, nella cosiddetta pop-music di questi ultimi tre decenni Madonna ha dettato legge e fino a prova contraria continua ancora a farlo. Del repertorio più recente meritano una particolare segnalazione gli album Music e American Life, musicalmente coraggiosissimi, classificabili come “pop” solo marginalmente, con gli arrangiamenti techno-futuristici di Mirwais Ahmadzai. Espressione massima del Girl Power Madonna muove capitali astronomici da Guinness-Woman. Secondo i dati più recenti forniti dal Guinness World Records Madonna ha venduto circa 200 milioni di dischi nel mondo (e 290 milioni di singoli solo negli Stati Uniti), un primato che la consacra l’artista femminile di maggior successo nella storia della musica. Un aspetto non trascurabile che ha reso Madonna unica e pregnante fin dall’inizio è indubitabilmente la scelta del nome (che tra l’altro è anche il suo nome di battesimo, Madonna Louise Veronica Ciccone). Forse oggi non molti se lo ricordano, ma nei primissimi anni ’80 il nome “Madonna” associato a una promettente cantante pop suscitò un vero e proprio scandalo, soprattutto qui in Italia. La scelta del nome si è accompagnata fin da subito ad un uso intelligente, rivoluzionario e spregiudicato della religiosità (si vedano in particolare il videoclip di Like a Prayer e la performance sulla croce di Swarovski di Live to Tell in Confessions Tour). Il nome, abbreviato e contratto, compare come una sorta di anagramma nel titolo del nuovo album MDNA, a voler rimarcare (casomai ce ne fosse bisogno) che nonostante le numerose apparizionila Madonna è sempre una.

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