GEOLOGIA DEL MITO

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L’esistenza di Polifemo e le capacità divinatorie dell’oracolo di Delfi: due esempi di misteri legati alla geomitologia che, svelati, non perdono il fascino antico ed al contempo aprono nuovi capitoli nella storia delle Scienze della Terra.

di Rosalda Punturo

 

Polifemo e i Giganti di Sicilia

Da bambina, uno dei film che mi entusiasmava maggiormente era l’Odissea. Ricordando il memorabile film del lontano 1954, lo stesso Ulisse (impersonato da Kirk Douglas), ospite nel suo decennale girovagare dopo la caduta di Troia presso la corte del re Alcinoo/Anthony Queen, racconta che approdò in un’isola abitata da giganti con un solo occhio posto al centro della fronte. Uno di questi, Polifemo/Umberto Silvestri, tiene in ostaggio il re di Itaca ed i suoi; tuttavia Ulisse, grazie alla sua astuzia, riesce a fuggire. Polifemo, reso cieco – non solo metaforicamente – dall’ira, nel vano tentativo di bloccare la fuga scaglia contro la nave di Ulisse dei blocchi di roccia ed il resto è… mito. Già. La domanda che mi ponevo non era se quegli avvenimenti  fossero realmente accaduti (perché per me lo erano) ma piuttosto dove si fossero svolti. Che meraviglia scoprire dai miei nonni materni che tutto era accaduto a pochi chilometri (Due? Tre?) da casa, a portata dell’autobus n.34, in quel luogo magico che era Acitrezza. Proprio lì,  alle pendici del vulcano Etna, all’interno del quale – secondo il racconto mitologico- vivevano i Giganti come Polifemo. Indiscussa certezza: come si spiega la presenza di quei faraglioni scuri che sporgono a pochi metri dal molo e allungando la mano sembra si possano afferrare se non mediante Polifemo? Quasi nello stesso periodo, assistendo alla messa in opera della statua della Provvidenza a Piazza Giovanni Verga a Catania, già Piazza Esposizione (come mia nonna si ostinava a chiamare), appresi che i pescatori come i Malavoglia amavano e rispettavano quegli isolotti. Anni dopo, avrei scoperto che i faraglioni (vedi fig. 1) con i loro basalti a fessurazione colonnare, insieme alle lave a cuscino che costituiscono la falesia su cui si erge il Castello di Aci rappresentano le prime manifestazioni dell’attività vulcanica etnea; che il tremore vulcanico e l’attività stromboliana dell’Etna avevano indotto gli Antichi a ritenere che all’interno del vulcano risiedesse Efesto e che nella sua officina  venissero forgiate le saette di Zeus, esaltando così il connubio tra geologia e mito. Si, perché molti dei racconti mitologici giunti fino a noi hanno le radici nella geologia, ed in particolare sono la spiegazione – mediante elementi sovrannaturali – di eventi naturali spesso improvvisi o catastrofici, quali possono essere le eruzioni vulcaniche,  i terremoti,  gli tsunami  o il passaggio di comete. Racconti in cui mitologia e geologia si intrecciano sono presenti in tutte le culture antiche, non soltanto in quella Mediterranea; laddove si ritenesse opportuno e necessario garantire l’ordine sociale in seguito ad eventi naturali altresì non spiegabili. Viceversa, spesso i racconti mitologici diventano fonte preziosa di informazioni su eventi geologici del passato di cui non ci è arrivata alcuna documentazione scritta.

Ma ritornando a Polifemo, vi sono delle “evidenze” (come dicono gli studiosi) ossia delle prove circa l’esistenza dei Giganti? In realtà, diversi storici e scrittori dell’antichità riportano l’esistenza dei giganti, da Empedocle (492-433 a. C.) ad Euripide (485-403 a.C.) ad Ovidio (43 a.C. – 18 d. C.) che nel Libro Primo delle Metamorfosi ci racconta come Polifemo, innamorato non corrisposto della ninfa Galatea, scaglia un masso sul pastore Aci: “Ai piedi del masso colava un sangue rosso cupo: non passa molto tempo che il rosso comincia a impallidire, prima assume il colore di un fiume reso torbido dalla pioggia, poi lentamente si depura”, spiegando così l’origine dei tanti fiumi e rivoli che attraversano la terra delle Aci. In effetti, i ritrovamenti in Sicilia di ossa attribuite a Giganti sono molteplici; tuttavia, la spiegazione di tali ritrovamenti ha basi geo-paleontologiche correlate con le grandi ondate migratorie che interessarono la Sicilia. Qui, tra le faune del Quaternario, è possibile identificare resti di elefanti che, provenienti dall’Asia, popolarono l’Europa continentale in più ondate migratorie, la prima delle quali ebbe inizio circa 500.000 anni fa (Agnesi et al., 2007). Secondo alcuni studiosi (Vaufrey, 1929), più di una specie di elefanti provenienti dalla terraferma può avere popolato l’isola, tra cui Elephas antiquus,  Elephas mnadriensis, Elephas melitensis ed infine Elephas falconeri (vedi fig. 2). Questi grandi erbivori avrebbero attraversato lo Stretto di Messina quando il livello del mare era più basso. In seguito, l‘isolamento geografico determinò la selezione e lo sviluppo di elefanti nani, che costituiscono una peculiarità non solo siciliana, ma anche dell’isola di Malta. Successivamente, il ritrovamento di ossa di grandi dimensioni, tra cui teschi con un foro al centro (interpretato erroneamente come una cavità orbitale) alimentò il mito dei giganti. Persino Sant’Agostino, nel suo De Civitate Dei (424 d.C.), segnala il ritrovamento di un molare dalle grandi dimensioni presso la spiaggia di Utica (Tunisia),  attribuendolo ad un uomo gigante. Il mito dei Giganti, benché avesse radici lontane nel tempo, e che grazie ad Omero era entrato nell’immaginazione collettiva, era ormai supportato da prove “paleontologiche”. Soltanto diversi secoli più tardi, nel 1867, il naturalista Francesco Anca e Gaetano Giorgio Gemmellaro, Professore di Geologia presso l’Università di Palermo, avrebbero affrontato  con un approccio scientifico l’enigma dei fossili di elefanti nani in Sicilia, risolvendo così anche il mistero circa l’esistenza di Polifemo.

L’Oracolo di Delfi

“Conosci te stesso” e “Nulla di troppo”: un viaggiatore del IV secolo a.C., giunto  a Delfi avrebbe letto queste massime sulle epigrafi dell’architrave del tempio di Apollo, che, maestoso, dominava sull’intero santuario, come si può percepire ancora oggi visitando il sito. Oggi, in una Grecia soffocata inesorabilmente dal debito pubblico, il sito di Delfi è annoverato fra i siti Patrimonio dell’Umanità, sia per i Beni archeologici che per quelli paesaggistici. Gli antichi la consideravano il centro del mondo: qui si incontrarono le due aquile che Zeus aveva liberato agli antipodi del mondo; qui era posto l’omphalós (appunto, l’ombelico). Si racconta che l’oracolo di Delfi, il più potente dell’antica Grecia, il cui responso influenzava importanti decisioni politiche oltre che azioni private, parlasse per mezzo di una sacerdotessa,la Pythia. Questasedeva in una cella, l’adyton (mai trovata), densa di esalazioni provenienti dall’interno della Terra ed ubicata all’interno del Tempio di Apollo. La città di Delfi, il cui tesoro era ricchissimo (come si può percepire visitandone il museo), raggiunse il massimo splendore nel IV secolo a.C.; l’oracolo venne successivamente chiuso nel 392 d.C. per opera dell’Imperatore Teodosio. Ma che connessioni ci sono tra l’oracolo di Delfi e la geologia? In realtà, già secondo i biografi dell’Antica Grecia, la capacità divinatoria dell’oracolo era connessa a tre fenomeni geologici: una frattura nella roccia, emissioni di gas e vapori e la presenza di una sorgente. Quando però gli archeologi francesi, circa un secolo fa, effettuarono gli scavi in corrispondenza del tempio, non trovarono né la cella né evidenze di emissioni di gas (Courby, 1927): queste prove, insieme alla convinzione che le emissioni di gas fossero correlate soltanto con l’attività vulcanica, portarono gli studiosi a concludere che le capacità divinatorie dell’oracolo non rientravano nella tradizione storica bensì nel mito, ossia erano oggetto di fantasia. Tuttavia, studi più recenti (es. Piccardi., 2000; de Boer et al., 2001), grazie alla combinazione tra aspetti archeologici e caratteristiche geologiche e geochimiche dell’area di Delfi, hanno messo in evidenza come in effetti in corrispondenza del tempio le emissioni di idrocarburi fossero copiose e che questi fossero contenuti anche nella sorgente presente  nelle vicinanze. Infatti, studi geologici hanno mostrato come il sito dell’oracolo era ubicato esattamente in corrispondenza di un sistema di fratture correlate con una importante faglia sismica denominata Faglia di Kerna, dall’omonima sorgente  (vedi figure 3, 4), attraverso cui si aveva risalita di gas (anidride carbonica, acido solfidrico e metano), specie durante i terremoti. Inoltre, anche le sorgenti (tradizionalmente associate al culto di Apollo) potevano contenere elevate quantità di gas disciolti nelle loro acque.

De Boer et al. (2001) e Spiller et al. (2002) hanno anche rilevato la presenza di etilene ed etano. È quindi verosimile che l’inalazione di gas e vapori provenienti direttamente dai sistemi di fratture, all’interno di un ambiente molto ristretto quale era la cella (adyton) in cui stava la sacerdotessa, poteva facilmente indurre uno stato di trance. D’altronde, il biografo Plutarco, che riconobbe il fatto che i gas risalivano in superficie tramite fratture profonde, racconta che ai suoi tempi, ossia alla fine del I secolo d.C., le emissioni di gas erano molto deboli, a causa di un terremoto avvenuto nel373 a.C. (con epicentro nel Golfo di Corinto, a sud di Delfi), che ne aveva drasticamente ridotto il flusso e che probabilmente aveva causato anche la distruzione del tempio di Apollo, che venne successivamente ristrutturato, come riportano delle incisioni commemorative conservate presso l’attuale museo di Delfi. Sempre secondo Plutarco, all’interno della cella si poteva percepire un profumo molto dolce, quale è quello dell’etilene che, come è noto, a seconda delle concentrazioni induce in stati che variano dall’ebbrezza ed euforia al delirio, fino alla perdita di conoscenza e alla morte (per concentrazioni elevate). Si può pertanto concludere che il santuario di Delfi, che nel passato ospitò una tradizione più che millenaria, ci offre un esempio unico nel suo genere di fitta mescolanza tra archeologia, mito e geologia. A questo proposito si nota che i caratteri geologici del sito erano conosciuti nell’antichità; l’oracolo, che gli scienziati moderni agli inizi del XX secolo avevano ridotto a mera fantasia, ha così guadagnato nuovamente oggi, la sua giusta connotazione storica.

Considerazioni finali

I due esempi di racconti geomitologici qui riportati, e cioè il mito dei Giganti di Sicilia e l’Oracolo di Delfi, ci spiegano come nell’antichità fenomeni geologici naturali, di cui si hanno testimonianze, possano avere ispirato miti e leggende. Spesso questi vengono considerati, nella Società odierna come contrapposti ai fatti, di cui si hanno evidenze e riscontri. La riscoperta dei miti dell’antichità e del loro linguaggio simbolico – prezioso patrimonio giunto fino a noi – da un lato ci possono invece aiutare a comprendere eventi geologici realmente accaduti e di cui non si ha alcuna documentazione scritta, dall’altro possono contribuire a stimolare nel lettore curiosità ed interesse verso  le Scienze della Terra, e soprattutto una consapevolezza maggiore della realtà e delle manifestazioni della Natura.

Rosalda Punturo

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