BUSI INTERVISTA PROPRIO BENE

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di Aldo Busi

Il filtro telefonico di Carmelo Bene mi lascia passare al primo colpo. Ma per farmi accogliere via cavo a Roma, son dovuto passare per Parigi, ove s’è esiliato uno degli apologeti di Bene, Jean Paul Manganaro, la cui eccellente traduzione del Van Gogh di Artaud è dedicata con una faccia tosta davvero nuova a Bene. Nessuno ha visto il nesso, ma tutti la palese violenza di rendere un omaggio a Bene scavalcando il cadavere, già molto scheletrico in vita, di Artaud. Siamo già nella sfera dell’irrazionale razionalizzato, cioè del provinciale duro. Chissà se Bene, venendo graziosamente al telefono e dicendo “Pronto?”, aggiungerà “Pronto? come dice Lacan, vale a dire prono, nel senso di promo, pronto a tutto, insomma”. Sarebbe spiritoso tutto ciò, e del resto l’unico modo per lui di non farmi sentire gli odorini pecorecci di un pugliese di paese che va a tentare il gran riscatto culturale a Parigi, cioè a Roma e nello champagne.

“Ah, sì, sì, lei è uno che scrive”, mi dice oltraggioso, con una voce prontamente oltretombale. “Anch’io scrivo.”

Di fronte a una frase del genere, di solito, mando subito a quel paese e chiudo: che c’entra? anch’io, se è per questo, recito. Sto al gioco, impari, ma già di malumore, perché conosco bene questo tipo di mezzacalzettaggine: l’hanno usata con me, ma per pochissimo, una volta un giornalista dell’Europeo e un’altra un bigotto livido, inqualificabile, che era venuto a intervistarmi per un settimanale di cui ignoravo del tutto l’esistenza domenicale, Il Sabato. Gli spiego i miei intenti di intervistatore molto particolare.

“Non vorrei proprio farle un’intervista, non è nel mio genere, sa, non ne ho mai fatte, nel senso che sono abituato soltanto a concederle. Quel che desidero è trascorrere una giornata nei suoi dintorni, vederla in scena e nel camerino, magari a cena, conoscere la sua troupe, e fare alcune domande agli spettatori durante l’intervallo. Sarò come un fantasma.”

“Sa, sono in amministrazione adesso”, mi dice lui, come se io fossi tenuto a sapere che significa ‘essere in amministrazione’: del resto, non sento brusio di voci oltre alla sua.

“Non desidero farle perdere tempo, del resto ne ho così poco anch’io. Giusto un appuntamento. So che lei sarà a Torino il 28 febbraio, allora posso contare sulla sua disponibilità? Posso sapere in che albergo sarà, che magari prenoto una stanza anch’io?”

“Questo gazzettismo, questi disturbi dall’esterno, sto facendo causa a Panorama e adesso sono in amministrazione… Quell’Almansi!”

Rinuncio alla convenzione che il linguaggio, specialmente orale e per motivi logistici, debba portare alla reciproca comprensione. Prima non aveva tempo, forse perché a parlare ero io, adesso non la smette più; ha attaccato le redini al suo cavallino di battaglia ed è partito al galoppo: i critici, il criticume, le querele, sempre con questa voce divineggiante estenuata per il fatto stesso di doversi pur emanare dall’Olimpo di ciò che uno crede di essere giù, verso la normale umanità di coloro che non sono niente, disturbatori, profani, incapaci di intendere la grandezza della poetica d’autore.

“Mi scusi” interrompo, “ma non pensa che tutte queste polemiche le facciano gioco?”

“Io devo sempre misurarmi con gente che vede lo scandaletto e non coglie il vero scandalo.”

“Quale?” chiedo io, che non voglio assolutamente portarlo a pensare già da ora che con me possa dare per scontato qualcosa che lo è solo per la sua testolina. Ha un modo di conferire con me che è di per sé inquinante, direi. È uno che a poco a poco conquisterà tutti gli psicolabili del giro in giro. Ma io, quanto a psiche, sono d’acciaio elasticizzato, e lo saluto ripetendo data e modalità. Alla mia domanda “Quale?” ha risposto, dopo un attimo di smarrimento, “Ne parleremo dopo”. Dio, come odio la gnosi, il neoplatonismo, la cialtronaggine dei guru specie se di origine migratoria! Del resto, anche Manganaro è siciliano e questa dedica arbitraria, forse furbastra a modo suo, lo risospinge, dopo decenni di metropoli illuminata, alla villetta con lumini in un campo di gelsomini e di capre. Lo risospinge, senza dargli nemmeno abbastanza vista per cogliere la bellezza unica, irrinunciabile, del rumore che fanno aprendosi i gelsomini all’aurora…

Nei giorni seguenti, impossibile rimettersi in contatto con lui, e il 27 non so in che albergo si trovi. Faccio per telefono il giro di tutti gli alberghi che mi aveva dato per papabili, il Tourin Palace Hotel, Villa Sarcina, il Jolly. Il portiere di Villa Sarcina mi fa:

“Aveva prenotato una suite qui da noi, poi non si è più fatto sentire.”

“Non ha nemmeno disdetto?” chiedo io, scandalizzato.

“No.”

Rieccomi a tuppertù con la Supposta Grandeur che si liquefeca in un istante proprio come vaselina. Ma perché ho accettato questo incarico, mi chiedo. Da quando mi son messo a fare un po’ di giornalismo alla mia maniera, sto scoprendo il mono-Tricolore e, confesso, mi diverto un mondo a intervistare lo strapaese delle tessere, tesserine, santini, distintivi, tatoo, il Paese degli Amici degli Amici.

Il ventotto arrivo a Torino, gli albergatori già da ieri si davano al gran completo. Girovago, tento: hotel, pensioni, locande. Niente. C’è una convention delle Pagine Gialle e domani la partita Juve-Napoli per la coppa Uefa; ripartirò stanotte. Finalmente i cortesi impiegati del Jolly mi aiutano, non certo a rintracciare una stanza, impossibile anche per loro, ma almeno a sapere dov’è il Bene. L’addetta all’ufficio stampa dello Stabile mi informa che il Maestro – e quando qualcuno permette di essere chiamato così è già fritto e panato – sta dormendo, si sveglierà alle ore tredici e trenta, sarà in teatro alle diciotto per le prove acustiche e per incontrare un giornalista del La Stampa. Sa qualcosa per quanto riguarda me?

“Vagamente…”

“Ma come, vagamente, non ha fatto sapere per la cena, quando lo vedo, io devo sapere di che morte devo morire. Prima donna lui, ma prima donna anch’io, sa?” dico queste cose per farla ridere, infatti la ragazza scoppia in una risata e dice:

“Capisco, ha ragione. Senta, che vuole che le dica, venga a teatro per le sei. E mi dia il suo indirizzo che le mando tutti i nostri programmi. E se viene a Torino, ce lo faccia sapere.”

“Sa, non è che ci venga molto di frequente” dico, perché a me piace da morire perdere tempo con le donne, al telefono, “sembra che tutto           quello che si possa dire dei torinesi è che anche loro hanno gli organi degenerativi.”

La mia sconosciuta e amabilissima interlocutrice va in un sollucchero di risatine. Ho un paio d’ore da ammazzare: Torino, a camminarci dentro, è ancora più lontana, non è Piemonte e non è neppure Messina o Matera, senti sotto i piedi un’insanabile ferita che fa soffrire tutti indistintamente. Rara, però, la gentilezza di librai, commercianti, commessi, impiegati, baristi e cassieri, che sembrano approfittare delle loro mansioni per scambiare con clienti e avventori le uniche chiacchiere ormai possibili fra gente sabaudo-meridionale. Le sei meno dieci: entro per il portone degli artisti, tre uomini stanno dormendo di brutto, le prove audio già iniziate dal monitor su in galleria non li disturbano affatto. Sono fragori immani, stralci verdiani si riversano sulla sala, frasi terrificanti, di cui una almeno di grande effetto. “Chi non beve con me, peste lo colga!”, e come Bene dice quel “colga!” non lo dice nessuno. Sulla scena aperta, un patrimonio di carrozzine nuove di zecca e una bambola gigante e un robot in uno scintillare di grigi e neri. Un altro inserviente si siede su di una carrozzina con microfono e prende a saggiare il tono: recita esattamente con la voce di Bene! Dalla sala gli fa eco subito dopo un altro inserviente, oserei dire un replicante: stessissima voce dell’inserviente di prima. Qui il plagio è endemico: la scansione delle sillabe e il ritmo ondulatorio che s’infrange in una mareggiata violenta – ma prevista, e pertanto di non particolare effetto – è identico a quello del (loro) Maestro. Ammesso vogliano fare gli attori da grandi e siano qui a far bottega, gli ci vorranno anni per liberarsi da un’impostazione così malignamente benina. Alle sei e mezza, di Bene niente. Alle sette nemmeno. Se intanto potessi almeno scambiare quattro chiacchiere con l’ex miss Italia Baracchi! Giro la testa e in fondo alla sala, nella penombra, vedo due persone sedute accanto, un uomo con barba e una donna dalla chioma fluente, mi sembra, con bell’ovale e lineamenti dolci. Io la Baracchi non l’ho mai vista, potrebbe essere un colpo di fortuna:

“Scusi” faccio all’assistente che passava, “quella là in fondo è la signorina Baracchi?”

“No” dice con un mezzo sorriso, “è l’aiuto di Bonotto.”

“Ah, mi sembra molto carina” insisto.

“Guardi che l’aiuto di Bonotto è un uomo” e scosta una tenda di velluto, e scompare. Stanno ritornando di moda i capelli lunghi, tutto qui.

Arriva, non arriva, arriva, non arriva. Le sette e mezza: il giornalista de La Stampa mi riconosce, si fa vicino, scambiamo qualche informazione sulla recente delibera dell’amministrazione del comune di Venezia di stanziare due miliardi e mezzo per Bene per la stagione in corso. Bel colpo davvero.

La scusa, poi, è delle migliori: per il Bene dell’Arte & Turismo. Nel più puro degli stili alla Gustav Grundgens, attore di regime, come viene ritratto da Klaus Mann in Mephisto, 1936. Ma Bene ne avrebbe chiesti venticinque, di miliardi. Le domandine mi si stanno affollando sempre più numerose e precise sulla punta della lingua. Non gliene risparmierò una. Eccolo! Bene, con un ritardo di quasi due ore, si manifesta. Saluta alla svelta, ormai non ha più tempo per niente: lo spettacolo è fra quaranta minuti. Va ai due microfoni, farfuglia un impasto – catalettico – di suoni, dà istruzioni su e giù, è rimandata l’intervista con il giornalista, e io che ancora non so di questa benedetta cena insieme dopo lo spettacolo – La cena delle beffe, da Sam Benelli (ma ‘di e con Carmelo Bene’).

Ho dato appuntamento al fotografo davanti all’entrata alle otto e trenta, non ci conosciamo neppure, non so niente di cosa dovrebbe riprendere. Io, con Bene, non mi faccio riprendere di certo.

“Escluso che scatti durante lo spettacolo” mi dice la biondissima e bellissima Marina, segretaria di Bene, che quanto a circondarsi di donne non male non scherza. “Chi pubblica foto di scena è già prequerelato in partenza. Ci sono già diverse cause in corso.”

Mi piacerebbe proprio sapere quante. E anche quanto gli costano. Concludo che Bene deve avere molto poco da fare, durante la giornata, contatti con assessori a parte, per tener dietro a tutti questi processini del cacchio. Lo farà per sport, unica ginnastica a cui si prestano le sue molli carni. Infatti è molto dimagrito da come lo ricordavo, un accenno di baffetti sulla pelle incartapecorita.

Comunque, io non intendo certo aspettare che raggiunga l’età che dimostra. Mi alzo non appena il giornalista dice a mezza voce, sospirando:

“È la sua tattica: sfiancare, rimandare, non rispettare la puntualità; profondo disprezzo per la stampa, a parole, e per i critici, che non invita a teatro, ma non va mai in scena se prima non lo hanno assicurato che ci sono tutti in sala.”

“Non con me”, e ho già aperto la porta di ferro con su scritto ‘Vietato l’ingresso agli estranei’ e, fatti due scalini, busso al camerino e senza nemmeno aspettare un improbabile “Avanti!” me lo ritrovo davanti in mutande Yves Saint Laurent:

“Non so se si rende conto, ma sono due ore che la sto aspettando. Perché, intanto, non mi fa restare qui a guardarla truccarsi?”

Lui sbatte un po’ le palpebre, colpito:

“Ma io le avevo riservato molto di più: una cena, dopo…”

“Nessuno mi ha detto niente, sa, io se non vedo e non tocco…”

“Ma io adesso devo andare in scena, non…”

“Guardi” insisto, “che c’è anche Corrias, de La Stampa, che aspetta.”

Lui mi guarda, come a dire “Ma è normale, che male c’è? Tutti sono abituati a aspettarmi, cosa sarebbe questa novità?”, resta allibito dalla mia imperturbabilità e dice alla segretaria di farlo chiamare. Poi borbotta cose incomprensibili, fra sé e sé: intanto prende a passarsi del cerone sul viso. Entra il giornalista e io dico subito:

“Non disturberò. Fagliele tu, le domande, io accendo il registratore.”

Corrias non fa nemmeno a tempo a aprire bocca che Bene parte in quarta, come un automa. Parla per mezz’ora senza permettere al giornalista di piazzare più di una sola parola per volta. L’ordine implicito è chiaro: io detto, tu trascrivi, qua non ci sono domande possibili, tutto è de-mandato a me, l’extra-ordinario, il Pene, il Bene Sommo… Io penso divertito a quando comincerò a sbobinare:

“Non si sente estenuato da tutte queste polemiche?”

Bene prende una cartella nera e ne estrae alcune fotocopie:

“Queste sono critiche della stampa francese… Libération… ho anche un pezzo di Le Monde… Questo è di Palazzi, un osservatore onesto, che non ha stravisto… Ma lei è qua per un articolo da terza pagina, nevvero?” si sincera Bene, tanto per dire in quanto poco conto tenga testo e contesto massmediologico, “… si tratta di un parì, non Paris, un parì, parì, come scommessa… un evento, questo evento, un eventino…”

“Tutti pezzi entusiastici…”

“… è un preludio alla mia partecipazione al Festival D’Automne… inauguro l’asse Parigi/Milano… un’avventura ad altre dimensioni, non sulla parola, sull’al di là della parola, non più nemmeno competenza del linguaggio, perché sfonda il linguaggio…” Ogni tanto finge di tartagliare, perché fa chic, ed è un birignao fisso presso tutti gli analisti di grido: falsa incertezza, che rivela una profonda boria di sapienza incontestabile. Si inserisce una voce dall’altoparlante: “Signori, buonasera. La mezza, signori, la mezza”, “… e sulla eccedenza del senso. Tema di questo workshop annunciato già per la Biennale di Venezia di quest’anno… idiosincrasia profonda fra i due termini…”

“Cioè?” azzarda timidamente Corrias che di tanto in tanto, non visto, mi guarda e accenna a un alzamento di occhi al cielo.

“Cioè, i termini teatro e spettacolo. Lo spettacolo è nella società dello spettacolo in cui noi viviamo, spettacolo-intrattenimento, quello delle casalinghe, del politico, del pubblico stesso… eee… è una confezione di committenza televisiva poi riportato, malamente, a teatro e che continua a chiamarsi spettacolo…”

“Cioè?” insiste il povero Corrias.

“Cioè altra cosa invece è lo spettacolo nel senso di attore romano. Klossowski ha dedicato un saggio, molto bello, a me… ma è bello il saggio in sé…”, io comincio a agitarmi sulla sedia: ma a chi vuol darla a bere, costui? Come detesto la gente che non ha rispetto per la mia intelligenza e si permette qualsiasi broda di estetismo in mia presenza! “… legato poi alle dame romane, dove poi scandalosamente questo teatro romano dà spettacolo di sé… è altra cosa dello spettacolo… per cui ecco lo scandalo: questo teatro impossibile, questo discorso… Lacan, Deleuze”, ti pareva che mancasse il ‘discorso’! e che aspetta a citare Guattari? sembra Verdiglione fattosi imprestare la voce dal peggiore Gassman, “… questo bucare il dialogo, questo eccedere, penso, è questo il vero scandalo, questo eccedere nel senso, questo evento, questo teatro, dia spettacolo di sé, dà spettacolo di sé, si prostituisce in tal senso e in quel tal senso io ritengo un termine che non viene assolutamente adoperato dagli imbecilli… eeeee… così, purtroppo… e che si spacciano per intellettuali… è l’osceno, questo teatro è l’osceno…”

“Ehmeemmh…” si raschia ogni tanto la gola il giornalista represso, depresso, uno straccio, un cesso a acqua eterna che tutto ingoia e manda giù.

“… ma l’osceno è o-sceno, non è in scena, mi spiego? è irrappresentabile sulla scena, ma nel momento in cui si prostituisce in spettacolo, garante, come direbbe Klossowski…” e io sono del parere che quando uno cita qualcuno ogni due frasi è perché non è capace di andare avanti con parole sue, “… come le matrone romane che si prostituivano sotto il pretesto, le vesti delle dee, sa, i patrizi romani…”

“Ehmeemmh…”, e quel che resta del giornalista imbavagliato mi guarda di sbieco, distrutto, come a chiedermi aiuto, espressione di cera intorno ai due occhietti occhialuti sempre più piccoli e brucianti.

“… garante l’invisibilità divina, va bene? Si ripete quindi il mito nel mio spettacolo, ha detto Klossowski. I discorsi andrebbero approfonditi, ma non è il caso di farli sulla stampa” – su La Stampa? – “se no non capirebbero…”

“Ahahahah!” sbotto fuori a ridere di cuore.

“… si arriva al salto, alla differenza, alla liberazione dell’Eros”, lo dice ovviamente con la maiuscola, “al porno. Ma usare termini ‘Eros’ e ‘porno’ sull’italietta gazzettiera è assai rischioso, perché cercano lo scoop o polemica a tutti i costi… un secondo scandaletto, anzi, un rosario di scandaletti provinciali, mettiamo una donna nuda in scena, loro questo intendono per osceno ma osceno non è…”

“Perché è in scena” osa, tutto compunto, il giornalista.

“Ecco, non è fuori, e non può essere o-sceno, intanto… eeee…”

“Signori, buonasera. Il quarto, signori, il quarto” dice ora la voce dell’orologio scenico. Intanto Bene s’è truccato di tutto punto, occhi truci dalle elitre nere che arrivano fin quasi alle orecchie. Si deve uscire, entra la segretaria per vestirlo. Ognuno al proprio posto. Scendo in teatro, più divertito che altro: quando toccherà a me, gli farò pagare tutte queste stupidaggini in cui le sole spiritose sono quelle che gli scappano senza rendersene conto. E pensare che io Bene l’avevo conosciuto nel ’76, a Forte dei Marmi, e che per un’intera settimana mi aveva fatto sbellicare dalle risate in quella gelateria dove eravamo soliti incontrarci per caso, io del tutto sconosciuto, silenzioso e in compagnia di gente che non ci ha mai neppure presentato. Ma ho un ricordo strepitoso di come raccontava di certe puttanelle di attrici che si era portato in Arabia Saudita e che aveva messo a disposizione di un paio di marajà, mi ricordo anche che non mi feriva il divertito disprezzo con cui parlava di donne e anche di un certo amore per una in particolare, il suo cinismo era, secondo me, solo proporzionale al masochismo delle donne in generale, e davvero Dio le fa e poi li accoppia. Nemmeno l’ombra è rimasta nella sua figura pubblica di ‘scrittore di scena’ di quell’intrattenitore buffo, comicissimo, già auto-idolatra ma con spirito, senso dell’umorismo. Mi sembra di aver incontrato, più che un millantatore, un fantoccetto venuto male, uno scarto dello psicologismo, filosofismo, neologismo di questi anni bestiali dello spirito debolissimo, francesizzante – ma è almeno da Radiguet che i francesi non producono niente di interessante o qualcosa che non si sappia già! Mentre prendo posto, mi assale un vago senso di pietà verso Bene: si sente che da anni non frequenta una persona perBene.

Un dèmi-monde di marionette senza cervello lo circonda, lo adora, lo divinizza – e lui, con la scusa che è molto bravo a fare i suoi conti fra banche e assessorati, a forza di mettersi in privato la maschera del dannato meschinello, del votato ai fini superiori, è diventato un altro dei tanti rincoglioniti di cui è piena l’ufficialità artistica, culturale, politica, televisiva, teatrale italiana. Quando si apre il sipario su una scena piuttosto leccata – anche se di scontata eleganza – mi guardo attorno: teatro gremitissimo, tutti i 1400 posti dell’Alfieri – a cui se non glielo dedicava Torino un teatro, nessuna altra avrebbe mai osato tanto – sono occupati. La signorina Baracchi, finalmente, resta nuda in scena, ma, ahimè, a causa del cosciotto sinistro che tiene alzato non saprò mai se i suoi capelli sono di un biondo finto o naturale – perciò, consiglio agli interessati, se mai lo spettacolo fosse ripreso, di chiedere posti di platea ma alla loro destra, dove l’altro cosciotto rimane ben lungo e disteso e la vista magnifica e con comodo.

Durata dello spettacolo, senza i venti minuti di intervallo: quarantacinque minuti. A 26mila lire al biglietto, fanno 577 lire al minuto. Però! Bene assomiglia allo Spock di Star Trek, così marzianico, orecchie a punta. Metà delle voci e del trambusto udibili è registrata. Movimento molle delle manine di Bene, il polso che perimetra impossibili girotondi. Tutto rimbomba, un paio di spettatori accanto si coprono le orecchie con entrambe le mani, qualcuno fila via alla chetichella. Guardalo lì, come si riduce un uomo quando riesce, come massima forma di potere, a non essere più contraddetto! Durante l’intervallo, mi travesto da Chiambretti e allungo il registratore a una ventina circa di spettatori.

“Mi fa ridere, è divertente. Eppure le ventisei mila lire non le ho spese io”, “Io sono gratis; comunque, un uomo intelligente”, “A me invece piace moltissimo. Un momento: adesso però mi compro il programma di sala. Avrei dovuto comprarlo prima… per capirci qualcosa”, un signore bofonchiando, “Come al solito!”, “Ottomila per il depliant mi sembra un po’ tanto!” e io “Ma qua è tutto per beneficenza a Telefono Azzurro, non lo sapeva?”, “Io sono venuto da Salerno. Penso che C.B. è grande, perchéé riesce a unire teatro di parola, teatro dell’immagineee in modo davvero sconvolgenteee. E poi la cosa più sconvolgente dei suoi spettacoli è vedere gli sconvolti in sala”, “No, non m’interessa come spettacolo. Sono qua per sentire la sua voce, che rimane una delle sue cose più belle”, “È uno schifo. È una presa in giro dello spettatore; è una beffa”, “Io non ho cenato apposta perché volevo saziarmi di queste porcherie. Assisto al secondo tempo perché la cena bisogna farla fino alla frutta. Poi si vomita tutto tutto d’un colpo”, “Niente, io non capisco perché si debba gettare sul viso dello spettatore l’incomprensibile e pretendere poi che si vada a interpretare in maniera del tutto impersonale e oggettiva”, “No, grazie, del tutto indifferente. Un muro. Nessuna partecipazione né sdegno. Sdegno, semmai, per il casino dei rumori. Bum!” avvicino due giovani dall’aria molto intellettuale, quasi sofisticata: “No comment. Niente da dire. Non mi piace. Non ho voglia di parlarne, perché non m’interessa. Non mi ha dato nessuna emozione”, “Io sono straniero, capito niente. Troppo urlato. Lui è bravo”, “Ho l’impressione che sia un po’ uno psicodramma liberatorio però solo per gli attori ma non per gli spettatori. Dovrebbero non solo rimborsarci il biglietto, ma darci qualcosa loro a noi per la nostra pazienza e buona volontà”, “Dovrebbero permettere agli spettatori di partecipare. Siamo come… scissi, e dopo un po’ non te ne importa più niente”, avanza un gruppetto di signore sugli anta, tutte che ridono come matte, “Veramente, non abbiamo capito niente. È alienante. Alienante ihihih! È di un pathos terribile!” e giù a ridere tutte in coro, come se stessero raccontandosi barzellette spinte, e io le incalzo, “È eccitante, dunque, vi prepara per una notte erotica, vi… scaldeggia!”, “No, specialmente il robot” e io: “Non potrebbe essere la personificazione del super maschio?”, “No, no”, e io “Ma i super macho di oggi sono così, di legno hanno solo l’anima”, “Il mio no, glielo garantisco, per fortuna”, “Ah, il legno, il legno!”, “Siamo curiose, seguiamo le novità. Faremo pubblicità, ma certo, non sappiamo se in positivo o in negativo, basta parlarne, no?”, “Noi due abbiamo sbagliato teatro” mi dicono due signore elegantissime, una in nero con veletta e l’altra in tailleur sopra il ginocchio rosso fiamma, “Eravamo sicure che qui ci fosse Luca Barbareschi. Pazienza. Ormai…” e io, “Lei passerebbe una notte a letto con Bene?”, “Oh, no!”, “E due?”, “Due, forse”; fendo un altro maroso di folla, porgo il registratore a una signora truccatissima, sui sessanta, pelliccia di leopardo: “A me piace molto. È molto estroso. La cena delle beffe non c’entra niente, non si può pretendere. Molto stravagante. Io ho visto tutto, lo seguo dal ’73. Una presenza straordinaria. E la scena: bella! E quella macchinetta sul palco? Adorabile! Divina!” salgo nel foyer, “Non vale niente. Un fastidio tremendo ai timpani. Non si propina uno spettacolo registrato” e io: “Secondo lei, Bene è un bell’uomo?” e la signora dalla erre arrotondata, sguardo fané, “No, ha un aspetto… marcescente, sì: ‘marcescente’ rende proprio bene l’idea”, e io “Però Torino è ricettiva, il teatro è strapieno”, “È pieno perché non ho mai visto dare via tanti biglietti all’ingresso come stasera” e io “Dare via come?”, “Omaggio. Per determinati spettacoli io ho cercato dei biglietti come una disperata, niente da fare, anche tramite gente importante, per questo spettacolo c’erano valanghe di biglietti omaggio, una caterva”, arriva una vecchia pittrice, Carol Lama, credo, bionda treccia attorno alla fronte, “È favoloso. È un grande amico. È affascinante, molto più di bello” e io “Lei ci andrebbe a letto?”, “Se avessi vent’anni di meno…”, “Ma se lui insistesse, le dicesse ‘sei mia, sei mia’ con quella sua voce?” e lei, sospirando spazientita: “Non insiste, non insiste”. Poi, a dio piacendo, fine anche del secondo tempo. Grandi applausi, pochi fischi: i portoghesi rendono omaggio ai biglietti omaggio. Poi, quello che succede dentro e fuori il camerino è la cronaca di un pellegrinaggio al luogo santo, una processione di adepti e statici e di matte in gramaglie nere, lo sguardo adorante delle mucche, le labbra beanti delle possedute. E Bene che riprende il suo rosario:

“… io mi devo profetizzare, essere e disessere…”

“Eh no!” salto su, “basta con l’aria fritta! Non con me, Bene. Mi dica piuttosto come fa a farsi dare tanti miliardi di finanziamento e da chi.”

“Ma lei non aveva detto che sarebbe rimasto in silenzio come un fantasma?” fa lui, accigliato, con la voce bassa che manifesta l’ira a stento repressa.

“Ma i fantasmi gridano, ululano, scuotono le catene!” ribatto io furibondo. “Risponda alla mia domanda!”

“Allora niente cena” mi liquida lui, mentre il maroso dei fedeli comincia a mugolare all’unisono contro di me. Fendo il gruppo astioso, rimbrotto i portaparola del Maestro, “ma allora perché non se li scrive da sé i suoi testi piuttosto che storpiare quelli altrui? Forse li storpia perché non è neppure in grado di impararli a memoria, bevuto com’è?”, me ne vado, questa ressa di fanatici fa paura e anche un po’ senso. Chiaro che poi, al mattino, costoro si ritrovano tutti per andare a farsi esorcizzare da mamma Ebe, la mamma degli Ebeti. Se dovessi riassumere questo e-vento direi: una sagra di potente contenuto idiotico. Bene la messinscena. Anzi: Be-Nelly.

Aldo Busi

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Il presente testo di Aldo Busi, che solo per approssimazione si può definire un’“intervista” a Carmelo Bene, è apparso originariamente sulla rivista Playmen nell’aprile 1989. Per averci dato il permesso di ripubblicarlo, Amedit esprime i più vivi ringraziamenti ad Aldo Busi.

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13 thoughts on “BUSI INTERVISTA PROPRIO BENE

  1. Che lunga tiritera di luoghi comuni in questa stucchevole introduzione per una specie di intervista a Carmelo Bene,da parte di Aldo Busi! Trovo che il suo linguaggio è di una staticità espressiva che non può che avere avuto e meritato quelle non risposte di un Bene, che sgambetta il linguaggio venoso – tendenzioso,e le domande di Busi! Si potrebbe dire,che Busi,non ha mai telefonato,non ha mai conosciuto,non ha mai visto, e non ha mai incontrato, Carmelo Bene!

  2. Da un lato c’è un pennivendolo acido che s’incensa da solo da anni (Busi), dall’altra un poeta dell’arte riconosciuto in tutto il mondo. Per Bene si sono scomodati grandi intellettuali (Deleuze ha scritto addirittura un saggio su di lui), Lacan, Klossowski ecc. Per Busi al massimo si scomoda Simona Ventura e l’isola dei famosi. Leggere questo articolo è stata una pena infinita; flatulenze e antimeridionalismi d’accatto. Povero piccolo Busi….ma perchè un poeta come Carmelo Bene avrebbe dovuto parlare con te? Una prece.

  3. Leggendo questo articolo mi rendo sempre più conto di quando Bene sia stato immenso, e quanto avesse ragione sui giornalisti mediocri ed ignoranti come Busi. Busi è un cialtrone! Spiegasse lui come fa a lavorare come giornalista, non come Bene prendeva soldi, sto imbecille di Busi

  4. Questo spiaggiato di un Busi, degno rappresentante del peggior mutandismo televisivo da reality show. Un accattone.

  5. Sono riuscito a leggere solo per metà, sembra aver scritto una femminuccia acida. Neanche le critiche di anti-beniani storici come Almansi arrivano a tanto piattume. E poteva esserci benissimo chiunque al posto di Bene, qui i meriti vanno tutti a te Alda. Femminuccia isterica.

  6. Sembra quasi che Aldo Busi sia allergico a tutto quanto non abbia a che vedere con mere questioni pratico-quotidiane, quasi sempre legate o ai soldi o al sesso o alla politica. Che poi nei suoi romanzi il talento espressivo sia spesso indubbio e fattivo di lode, non toglie che tale presunto intellettuale sia straordinariamente limitato in special modo là dove tocca misurarsi con questioni più impalpabili del consueto “mondano”. Avrei preferito Pasolini a vestire i panni del giornalista in questione, sarebbe stato molto più edificante.

  7. Busi è davvero una checca isterica, in preda a un’eterna menopausa. Carmelo invece è sempre un divin s’ignore.
    Ti voglio Bene, Carmelo.

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