BENE SUL CARMELO DELLA LETTERATURA

Read Time4 Minutes, 53 Seconds

di Marco Cavalli

 

Le opere pseudoletterarie di Carmelo Bene fanno venire in mente il sonno di un bambino che si sia addormentato con i pugni stretti e i denti digrignati. Può darsi che nessun sonno sia soddisfacente come il suo, ma l’immagine che se ne ricava è quella di qualcuno che abbia guadagnato il sonno a forza di riflettere sulla necessità di dormire – come se un atteggiamento del genere non sortisse l’effetto opposto. È chiaro che Bene i suoi libri li ha voluti dal momento che si è accollato la fatica di pubblicarli. Meno chiaro è che cosa abbia voluto intendere mettendoli assieme in un volume di Opere complete (Bompiani) come una chioccia che chiami a raccolta i propri pulcini. Un sospetto di teatralità con intenti parodistici aleggia su questa operazione editoriale salutata a suo tempo da ovazioni entusiastiche. L’impressione è che il tomo delle Opere, con la sua squadrata compattezza di contenitore cinerario, non faccia che tradurre in pratica l’ideale beniano del teatro vuoto, disertato stavolta non dal pubblico bensì dall’attore. Un teatro pieno di spettatori infatuati che fissano il nero geroglifico del palcoscenico spoglio come se stessero studiando, da dietro la lente d’ingrandimento del numismatico, un francobollo di impareggiabile rarità.

I romanzi, i saggi, i testi teatrali di Bene non servono ad altro che a suscitare il rimpianto del loro autore calato nel suo habitat più confacente: il teatro. Forse proprio a questo mirava Bene: a far rimpiangere il fuoco d’artificio della sua presenza d’attore facendo girare le pale di mulino di un mezzo, la scrittura, su cui egli non ha fatto investimenti. La recita teatrale è transitoria: come un fuoco d’artificio, non può restare a lungo nel punto più alto né tornare da dove è partito. Il linguaggio letterario, invece, è come la ruota di un mulino, si affatica senza cambiare posizione. Delle Opere si salva soprattutto Lorenzaccio, forse per merito della sua ragioneria da manifesto surrealista. Qui Bene dà sfogo al suo talento di parassita che si intrufola in un corpo estraneo, lo svuota di tutto quanto gli pare inutilizzabile e fa del suo interno un alveare che risuona incessantemente del brusio della propria voce. A questo procedimento Bene si era affidato fin dal Caligola di Albert Camus per poi planare sulla Salomé di Oscar Wilde passando per il Monaco di Lewis nella traduzione-adattamento di Antonin Artaud. Per quanto virtuosistiche siano le pagine di Bene, bisogna ammettere che leggerle di seguito è al di là dei limiti dell’umana pazienza. Le frasi sembrano ballare la tarantella sbandando di qua e di là finché il lettore non implora che un qualche significato vi si imprima. Quando si pone Nostra Signora dei Turchi sotto la luce del solo sguardo, non si riesce ad avanzare, anche con la migliore volontà, e quasi si perde il senso di una qualsivoglia direzione. Questa scrittura protuberante che mima Aldo Palazzeschi e ricorda l’imitazione che ne fa Paolo Poli, che vuole sembrare landolfiana senza addossarsi gli acciacchi del vocabolario di Landolfi, incuriosisce in una pagina e viene a noia alla successiva: “Mattutina sei da un gioco di bambole che a sera si tramutò in un bimbo all’indomani. Grembo è il paesaggio in cui sei stata concepita da un beato pittore, alla finestra non ancora dipinta, mirante forse rocce forse fiumi, progettati, perché prima sei tu, mirante, sollevando un bambino al parapetto, anche lui a guardare disegnare la terra dove sarebbe nato…”. Non è uno scrivere questo, è un tenere sulla corda. Mentre continuiamo a girare in tondo, ci accorgiamo di essere stanchi perché stiamo leggendo quel che dovremmo udire. In Bene il linguaggio fa da amplificatore alla voce, non la voce al linguaggio. La qualità del testo diventa una variabile dipendente dal pregio della sua esecuzione. Non basta dire che i testi letterari di Bene sono unici perché dettati dalla sua voce: bisogna aggiungere che restano illeggibili finché non ci è dato di risalire a essa. Bene possiede in massimo grado il sentimento del concerto di letteratura che era dei drammaturghi elisabettiani, l’estro della performance di linguaggio improntata a un crescendo di fasi motorie. Ma solo un testo indicibile, che ha cioè la prerogativa di pronunciarsi da sé, può sostenere il confronto altrimenti disgregante con la voce di Bene. È il caso dei Canti Orfici di Dino Campana, capolavoro letterario del suo autore non meno che del suo interprete, e grazie a lui. Quando a misurarsi con lo strumento vocale di Bene sono i suoi testi, la musica cambia e l’orchestra ammutolisce. Niente da dire sul passaggio dalla pagina di Bene alla voce di Bene, ma il contrario non si dà. La voce di Bene sembra non avere un’eco bodoniana; il suo calco sulla pagina a stampa è insonoro. Prova ne è la trascrizione errata della nota introduttiva che Bene ha preposto al cd del suo recital dei Canti orfici: “E dopo le premesse, un gran consiglio a chi ascolta: l’audio, il livello dell’audio molto brillante”. L’orecchio, debitore alla vista in quanto a percezione dei segni d’interpunzione, non registra la virgola dopo “il livello dell’audio” – virgola che Bene non manca di evidenziare sonoramente. La virgola in questo caso è doverosa anche da un punto di vista sintattico; ma per Bene, e nei suoi testi, sentire la punteggiatura (come la scansione dei distici di una poesia) conta di più che riconoscerla sulla pagina, e quasi ne determina la correttezza. La punteggiatura, come del resto l’ortografia, hanno in Bene una funzione segnaletica, rimandano ai ritmi respiratori di una voce recitante rispetto ai quali le esigenze sintattiche della frase scivolano in secondo piano.

Marco Cavalli

Copyright 2012 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VAI AGLI ALTRI ARTICOLI AMEDIT MAGAZINE N° 10

LEGGI ANCHE:

L’UOMO CHE APPARVE ALLA MADONNA. Carmelo Bene dieci anni dopo

BUSI INTERVISTA PROPRIO BENE

BENE SUL CARMELO DELLA LETTERATURA

PUGLIA: FESTIVAL CARMELO BENE A BARI, LECCE, OTRANTO.

0 0

About Post Author

Amedit rivista

Rivista Amedit-Amici del Mediterraneo, trimestrale di Letteratura, Storia, Arte, Scienza, Cinema, Musica, Costume e Società. Per richiedere una copia della rivista scrivere a: amedit@amedit.it o visitare la sezione "Abbonati" di questo sito.

Rispondi

Next Post

L’UOMO CHE APPARVE ALLA MADONNA. Carmelo Bene dieci anni dopo

Ven Mar 23 , 2012
La morte è un sonno, nel quale si dimentica l’individualità: ma tutto il rimanente si risveglia, o piuttosto non s’è addormentato. (Schopenhauer, Mondo come volontà e rappresentazione) di Massimiliano Sardina Per raccontare compiutamente Carmelo Bene, per restituirne un ritratto quanto più possibile fedele o somigliante all’originale, dobbiamo necessariamente avventurarci sui sentieri impervi e dissestati del linguaggio (non il linguaggio dell’arte […]
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: