TI PIACE VINCERE FACILE? Private & parificate: tutta un’altra scuola

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di Giuseppe Campisi

Se è vero che i nostri sono tempi bui, tempi di crisi, economica ma anche morale, valoriale, tempi in cui superficialità, opportunismo, prevaricazione si ergono a valori, è anche vero che la cura, si sa, per cercare di costruire una società migliore, è l’istruzione, la cultura, la voglia di sapere. La scuola dovrebbe esserne culla, dovrebbe essere genitrice attenta di ogni alunno, madre di una società migliore: alla base la qualità dell’insegnamento, della didattica, e l’onestà nel giudizio dell’alunno, la correttezza, l’equità. Valori sacrosanti cui, ogni giorno, vediamo venire meno, valori su cui ogni giorno si sputa senza ritegno, in uno scempio – legalizzato ed autorizzato dallo Stato, peraltro – della meritocrazia. Ci stiamo riferendo, chiaramente, alle scuole private; o meglio, paritarie (tra cui rientrano anche le scuole cattoliche, anch’esse beneficiarie dei privilegi statali), in particolare agli istituti di istruzione superiore, ma non solo. Una domanda, quando si pensa ad un paritario, sorge spontanea: com’è possibile che ragazzi che mai hanno avuto voglia di aprire un libro, mai hanno avuto un briciolo di interesse nei confronti della scuola, dell’istruzione, della cultura, mai sono stati interessati ad una seppur minima riflessione, speculazione riguardo il mondo e ciò che ci circonda, di botto diventino delle menti geniali, illuminate, capaci di recuperare più anni in uno (questo è uno degli slogan maggiormente inflazionati da questi istituti nel farsi pubblicità), diplomandosi poi, tutti (!), con un bel cento?
E come quest’eccellenza si concilia col fatto che questi studenti modello si possano permettere di arrivare a scuola (mai termine fu meno appropriato) quando vogliono, qualora decidessero di andarci, o spesso li si veda magari fare altro, in clima di giubilo e festa, alla faccia dello studio, di Kant, di Hegel, di Dante e di Ruffini? Semplicemente, in barba al merito e a chi studia davvero, la verità è che spesso e volentieri ci troviamo di fronte a degli attestati regalati, o meglio, comprati (non si potrebbero definire in altro modo, viste le sostanziose rette), e la cosa peggiore è che lo Stato, il nostro caro Stato Italiano, approva, accetta, avalla, addirittura supporta tutto ciò. Ce lo dicono i finanziamenti dei progetti, ma anche i sussidi diretti, o i buoni scuola: alla faccia dell’articolo 33 della costituzione italiana, che ci ricorda come “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”! Luigi Berlinguer e i suoi decreti ministeriali (261/98 e 279/99), oltre ad un testo unico a riguardo, aprono la strada a queste elargizioni, modus operandi condiviso anche dal governo D’Alema bis che con la legge 62/2000 fa entrare di fatto le scuole private nel sistema di istruzione italiano, con un trattamento che le rendesse parificate, appunto, anche dal punto di vista economico, alle scuole pubbliche: tanti, troppi, i contributi, si parla di miliardi di lire. Non è da meno, poi, il governo Berlusconi, che con l’allora ministro Moratti, con un decreto ministeriale (27/2005), completa la vergognosa opera di scempio dell’istruzione aumentando i privilegi: nel 2005 i contributi alle scuole non statali ammontavano circa a 500 milioni di euro. Ma se abbiamo la scuola pubblica, per quale motivo investire su quella privata, che, comunque, per la frequenza richiede lauti contributi, e quindi sarebbe opportuno e giusto che si reggesse sulle proprie gambe? Perché non migliorare il servizio pubblico per cui invece abbiamo visto solo tagli ai fondi che vi erano destinati? Perché investire su un privato che non offre nulla di meglio rispetto alle scuole pubbliche, ma anzi, spesso un servizio di istruzione scadente (sebbene all’iscritto spesso faccia piacere conseguire un titolo senza sudarselo)? Le statistiche dell’OCSE ci sbattono davanti la realtà: nel 2008 l’Italia ha speso per l’istruzione l’1,3% in meno del totale OCSE (4,8% a fronte del 6,1%, dato che ci pone al ventiquattresimo posto su trentaquattro paesi considerati), e dal 2000 al 2008 la spesa per studente è aumentata solo del 6%, contro il 34% della media OCSE… Numeri, sì, che però ci fanno capire quanto disastrata sia la nostra situazione nazionale, come se non bastasse, anche sotto questo punto di vista. Che fare, dunque? Purtroppo il singolo cittadino non può nulla, non può far tagliare i finanziamenti, non può far chiudere le scuole private (anche perché ci sono sicuramente dei casi, rari, purtroppo, in cui queste funzionano, vedi l’ateneo privato Bocconi di Milano, se parliamo di università); può, però, cominciare a considerare la maggior parte dei licei parificati per ciò che sono: delle scuole finte in cui chi non ha voglia di studiare va per acquistare un diploma; dunque, quando ci si trova davanti qualcuno del genere, si dovrebbe semplicemente screditarne l’essere diplomato; bisognerebbe, coi fatti, non considerare questo pezzo di carta che potrà anche avere un valore istituzionale, ma non ha di certo un valore dal punto di vista dell’istruzione e della cultura; bisognerebbe far vergognare chi, incapace di sostenere il peso di un’istruzione seria, cerca delle scorciatoie: è ciò che meritano, la vergogna. Altrimenti continuiamo a porre sullo stesso piano gli asini e quelli che hanno studiato, continuiamo a calpestare la vera meritocrazia… “Tanto se mi bocciano me ne vado al parificato, recupero gli anni, ed esco con cento”. Facile, no?

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