NOSTALGIA DELL’APOCALISSE Cioran e la morte temporanea del romanzo

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di Carlo Camboni

Bisogna cercare tutto in se stessi, e se non si trova ciò che si cerca,

ebbene, si deve lasciar perdere.

Quello che mi interessa è la mia vita.

Per quanti libri sfogli, non trovo niente di diretto, di assoluto, di insostituibile.

Dappertutto è il solito vaniloquio filosofico.

(Da Quaderni 1957-1972, di Emil Cioran)

Quest’anno ricorre il centenario della nascita del grande pensatore rumeno Emil Cioran. In tutto il mondo si sono tenuti convegni e letture per celebrare la figura di quest’uomo schivo e solitario che definiva la nascita come una catastrofe! Scrive Emil Cioran ne “La tentazione di esistere” (1956): “Fantastico di un pensiero acido che si insinui nelle cose per disgregarle, perforarle, attraversarle; di un libro le cui sillabe, attaccando la carta, sopprimano letteratura e lettori, di un libro che, carnevale e apocalisse delle Lettere, sia un ultimatum alla pestilenza del Verbo.” Leggere Cioran incanta e rapisce. La nostra coscienza primitiva viene scardinata pagina dopo pagina: si prova un’inquietudine culturale, ci si ferma ad ogni riga per riflettere e trovare riscontri mentre cadono le nostre certezze illusorie. La prosa è asciutta, senza veli o riverberi: ogni parola sulla carta è pronta ad esplodere ed urlare con forza la sua verità. Il percorso non è lineare perché non si parte da una tesi da dimostrare: si procede a balzi, ci si addentra in un labirinto di disperazioni genuine e sarcasmo brillante, aforismi splendidi e grida convulse. Cioran ci offende costringendoci a definire i nostri limiti, senza dare in cambio risposte. Non c’è ricerca senza dolore; attingeremo, consapevoli del dubbio, le risposte in noi stessi. Questo professionista dell’eresia ci dice che siamo condannati. Alla lucidità. È vero che siamo condannati alla lucidità, mutata dal tempo in dono e strumento per la ricerca di un senso di tutta la nostra cultura? Il saggio “oltre il romanzo” pone il lettore davanti all’evidenza tipica di Cioran: che interesse può avere una vita raccontata? I diari intimi e i romanzi di uno scrittore partecipano della stessa aberrazione: la nostalgia dell’Apocalisse. La finzione dei personaggi letterari come frutto della fantasia dello scrittore è intollerabile perché impone al lettore l’evidenza della sua ossessione per il romanziere e per il destino che riserverà ai suoi personaggi: “Che ne farà di loro? Come se ne sbarazzerà?”. Naturale pensare che un carattere possa trovarsi in un certo numero di situazioni e questo numero non possa essere infinito. Sorge, legittimo, il dubbio della prevedibilità, il déjà vu. “C’è solo una cosa peggiore della noia: la paura della noia. Ed è questa paura che provo tutte le volte che apro un romanzo. Non so che farmene della vita dell’eroe, non vi aderisco, non ci credo in alcun modo”. Lo scrittore invade la pagina, la schiaccia. Nulla può stupire più il lettore; quindi, piuttosto che orientarci verso una condizione di automi incapaci di distinguere tra felicità e infelicità, tristezze individuali e gioie collettive, Cioran auspica la morte temporanea del romanzo e di tutte le arti affinché nel frattempo si crei una nuova generazione di uomini–lettori capaci e pronti a stupirsi per la prima volta. Ecco, allora, rivelata la parola magica, stupore, la cui assenza genera angoscia. Siamo davvero storicamente malati? Domandiamoci: tutto è già stato detto, scritto, scolpito, danzato, composto e interpretato? Se la catastrofe dell’Apocalisse distruggesse millenni di arte e storia, monumenti e chiese, biblioteche, archivi e memoria umana sarebbe una terribile perdita ma ci troveremmo innanzi a un momento di autentica catarsi perché ci sarebbe l’occasione irripetibile di ripartire dal nulla; vergini di conoscenza potremmo ritrovare una predisposizione a un nuovo bello assente da millenni. Siamo solo epigoni che rimpiangono i fasti di un passato letterario carico di evidenze e conferme della grandezza degli artisti del passato? Secondo Cioran il fallimento del romanzo non deve essere subito con amarezza, ma al contrario ci fa acquisire conoscenza sui nostri limiti. Il romanzo, “artificio per eludere i nostri veri problemi”, testimonia il fallimento dell’epoca in cui la storia dell’arte si è sostituita all’arte: per quanto duro, aspro e severo possa sembrarci il suo pensiero si deve essere d’accordo con lui quando scrive: “è l’individuo che fa l’arte, non è più l’arte che fa l’individuo”.

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One thought on “NOSTALGIA DELL’APOCALISSE Cioran e la morte temporanea del romanzo

  1. a Carlo Camboni
    grazie per il ritratto della persona delicata e inesorabile quale è stata Emil Coran, del suo pensiero e del suo approccio alla vita e alla morte, delle sue considerazioni sull’arte. Sì vero! esisterà un mondo umano solo quando sarà ‘ l’individuo a fare arte, e non sarà più l’arte a fare l’individuo ‘. Verrà o tornerà quel giorno! in cui incominceremo o ricominceremo a stupirci. gianna

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