MINA l’ALIENA. È Piccolino il nuovo nato in casa Mazzini

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di Massimiliano Sardina

Sull’allontanamento di Mina, sulle ragioni che furono alla base di una scelta così drastica e incontrovertibile, è già stato detto e scritto tanto (soprattutto a sproposito), quindi su questo argomento preferiamo non pronunciarci. È interessante invece approfondire la percezione collettiva che si ha oggi della sua immagine e più in generale della sua fisicità. L’esilio blindato in quel di Lugano le ha garantito il cosiddetto effetto-Greta Garbo (ossia negarsi per farsi desiderare), amplificando a dismisura la distanza tra artista e pubblico. Iconizzata in vita dall’estro foto-pittorico di Gianni Ronco e Mauro Balletti, Mina ha cessato ormai da un abbondante trentennio di “apparire” in carne e ossa (niente televisione, dopo l’overdose Rai degli anni ’60-’70, e soprattutto niente più concerti, dopo quello memorabile alla Bussola). Una scelta discutibile, ma pur sempre una scelta artistica (vedi anche il caso analogo di Lucio Battisti). All’indomani del suo ritiro dalle scene Mina si è scissa in due personificazioni ben distinte: quella pubblica (consegnata, con cadenza annuale, alle copertine degli album) e quella privata (talvolta paparazzata sulle riviste scandalistiche). Due personificazioni complementari, ma molto distanti l’una dall’altra. Al dietro le quinte della Signora Mazzini fa da contraltare l’occhio di bue puntato sulla maschera ieratica della Diva. Una maschera malleabile che, pur subendo trasformazioni su trasformazioni, mantiene riconoscibili i suoi connotati più caratterizzanti: la bocca matura e sensuale, il naso tutt’altro che alla francese, il generoso ovale del viso e soprattutto gli occhi (spesso incorniciati dall’inconfondibile generoso maquillage vagamente retrò). Più che una maschera un camouflage, un entrare nei panni di, la sovrapposizione accessoria di un’identità sempre transitoria e intercambiabile (boteriana in Caterpillar, picassiana in Ti conosco mascherina, leonardesca in Olio e Salomè, lichtensteiniana in Ti amo, disneyana, fumettistica e caricaturale in Mina-Celentano e Bau, meccanomorfa in Sorelle Lumiere e Lochness, transgender in Rane supreme e Uiallalla, settecentesca e un po’ fornasettiana in Canarino mannaro, zoomorfa in Del mio meglio n.9, etc.). Mina guarda il mondo da un oblò, come un’opera d’arte protetta da un vetro antiproiettile. Lungi da noi sospettare che la “Tigre di Cremona” soffra di seri e preoccupanti disturbi della personalità. La componente ludica, d’altra parte, è fin troppo dichiarata e compiaciuta. Mina semplicemente gioca a reinventarsi in una veste sempre nuova, colta, talvolta spiazzante, cercando al contempo di scavalcare i tempi e le mode (e va da sé che l’operazione può dirsi ampiamente riuscita). Da Attila (1979) a Piccolino (2011) si dispiega il nutrito itinerario polimorfico cui accennavamo pocanzi. Il nuovo nato, Piccolino, con le sue dieci tracce inedite, aggiunge repertorio al repertorio; la cover mostra una Mina aliena (calva come in Attila) e lunare, eterea, distante, extraterrestre. In altre immagini, meno connotate contenutisticamente e più leggere e edonistiche, il travestimento iconico si limita a semplici varianti negli effetti e nei colori. All’iconoclastia del Battisti pannelliano (vedi le cover iperminimali de L’apparenza, Hegel e Cosa succederà alla ragazza) Mina contrappone una sovraesposizione pleonastica e talvolta ridondante, una reiterazione che ha il compito (certo impegnativo) di supplire alla sua “assenza effettiva”. L’identità consegnata di volta in volta all’osservatore (al pubblico) non è quella reale nemmeno per quel che concerne l’età del soggetto ritratto; il passaggio da volto a icona comporta infatti la trasposizione dell’età anagrafica in un’età fittizia, cristallizzata fuori dal tempo: la Diva, come impone la tradizione, è sempiterna e la sua cipria nasconde ogni ruga. Nel caso di Mina l’effetto è doppiamente straniante perché le immagini, il più delle volte, non sono mai fresche di servizio fotografico ma frutto di abili e sofisticati fotoritocchi operati su materiale d’archivio (nei decenni le tecniche sono cambiate, dai collage su acetato ai miracoli chirurgici del digitale). Accade così che da un’unica matrice di partenza (un primo piano, un profilo, un tre quarti) scaturiscano infinite varianti con la complicità dei viraggi, dei montaggi e delle ricontestualizzazioni nei singoli concept. I virtuosismi fotopittorici, anche i più patinati, non riescono però a eludere quel sottinteso artefatto che informa di sé ogni raffigurazione; la Diva si concede poco e preferisce bazzicare più gli studi di incisione che gli atelier fotografici (in linea coerente con la sua decisione inderogabile di non mostrarsi mai veramente). Mauro Balletti e Gianni Ronco – ma anche il Giovanni Barca di Tregua (1980) e dei Calendari Fonopoli ’93-’94 di Renato Zero, sicuramente meno prolifico dei suoi colleghi – sono stati a tal riguardo dei veri e propri pionieri, quando ancora l’artwork creativo dei supporti discografici faticava a imporsi come “genere” artistico. Visualizzazioni certo patinate e talvolta stucchevoli, ma mai banali. Dietro l’immagine, attraverso il filtro dell’immagine, c’è la Voce, ineguagliata e inimitabile (iconica quanto l’immagine stessa), e ancora più dietro il vastissimo e sterminato repertorio dei brani editi (tanti, forse troppi). Ma si sa, i numeri uno non hanno mezze misure.

Piccolino, come già dichiara l’algida e elegante immagine di copertina (realizzata magistralmente da Gianni Ronco) è un album arioso ma lunare, malinconico. Dieci tracce selezionatissime, come vuole la tradizione mazziniana, che dignitosamente vanno ad integrare – “senza nulla togliere e nulla aggiungere”, come si è espresso Mario Luzzatto Fegiz – il corposo repertorio discografico della Tigre di Cremona. Gli arrangiamenti dell’album sono stati curati da Gianni Ferrio, Ugo Bongianni, Franco Serafini, Giorgio Secco e Massimiliano Pani. Su tutto, inutile sottolinearlo, prevale la Voce. Il primo singolo estratto per la promozione radiofonica è Questa canzone, con testo di Paolo Limiti e musica di Mario Nobile (un vero e proprio pezzo vintage, dove anche la voce di Mina sembra “ringiovanita” per l’occasione); tra gli altri autori: Andrea Mingardi (Canzone Maledetta), Maurizio Fabrizio (L’uomo dell’autunno), Giorgio Faletti (Compagna di viaggio), Giuliano Sangiorgi dei Negramaro (Brucio di te e E così sia).

Massimiliano Sardina

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