LA STREGA E IL CROCIFISSO Radici cristiane o cristianizzate?

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di Giuseppe Maggiore

Nel 1986 Leonardo Sciascia scrive il racconto storico La strega e il capitano, traendo spunto dal capitolo trentunesimo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Qui il Manzoni si sofferma sulla vicenda del protofisico Lodovico Settala, la cui fama di stimato professore di medicina e autore di numerose opere reputatissime, non gli risparmiò l’ira del popolo milanese, che lo accusava di essere una sorta di untore tra quelli che fomentavano il dilagare della peste. Per riconquistare la fiducia del popolo, Settala non si fece scrupolo di “far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone (il senatore Luigi Melzi) pativa dolori strani di stomaco”. La sventurata donna era Caterina Medici, denunciata il 26 dicembre 1616 come “strega professa”, in quanto al  processo, secondo quelle dinamiche ormai fin troppo note di estorcere la “verità”, fa ciò che gli accusatori di fatto si aspettano, un’ammissione di colpa. Strangolata e arsa nella pubblica piazza il 4 marzo 1617, Milano riesce così a liberarsi di una presenza nefasta e diabolica, portatrice di sventure e malefizi. Il bene aveva ancora una volta trionfato, per buona pace del Capitano di Giustizia e della Curia. Sciascia dedica proprio a questa sventurata donna il suo breve racconto, con dovizia di dettagli e di verità storica, senza omettere quei nomi di personalità importanti coinvolte che il Manzoni si era ben guardato di chiamare in causa. La strega e il capitano fu la risposta dello scrittore siciliano all’omertà manzoniana, vista da Sciascia come una sorta di deferenza nei confronti di famiglie notabili e influenti legate a una vicenda dai contorni oscuri; egli restituisce a Caterina dignità e giustizia, denunciando al contempo la miseria umana e culturale di personaggi apparentemente rispettabilissimi.

Caterina Medici è soltanto una delle migliaia di donne barbaramente uccise sotto l’accusa di stregoneria nella società cristianizzata, in un arco di tempo che va dalla seconda metà del Trecento fino agli inizi del Settecento, toccando il suo acme nel Cinquecento. In questa Età di mezzo, ancora intrisa di cospicui residui dell’antiqua religio pagana, la trionfante Chiesa, prestando il fianco al Potere secolare, aveva trovato nel Tribunale dell’Inquisizione un nuovo e formidabile strumento per assolvere a una duplice funzione: da una parte cercare di reprimere il dissenso religioso in difesa della “vera dottrina”, dall’altra, là dove risultasse impossibile estirpare l’apparato di credenze e superstizioni ancora vive presso le popolazioni, inquadrarle in una dimensione demonologica sulla quale estendere la propria autorità ed esercitare il pieno controllo. I personaggi, reali, coinvolti nella vicenda di Caterina Medici fanno parte di un nutrito pantheon che, accanto ai secolari, vede figurare i nomi di numerose teste cinte dall’aureola della santità (predicatori, vescovi, papi). La nebbia dei tempi fa piazza pulita di molte verità scomode, specie quando la storia, quella scritta, è vista dalla parte dei vincitori. Così, su altari e calendari vediamo figurare un san Cirillo d’Alessandria, non già la grande filosofa Ipazia uccisa barbaramente sotto il suo episcopato; vediamo san Bernardino da Siena (cui si deve la diffusione del termine “strega”) e san Carlo Borromeo, che contro le “streghe” aveva ingaggiato una guerra particolarmente accorata, non già delle tante vittime innocenti da loro perseguitate; vediamo ancora il nome di san Roberto Bellarmino, non già della sua vittima più eccellente, Giordano Bruno. Ci si indigna dei meravigliosi Buddha di Bamiyan distrutti dagli integralisti talebani nel 2001, senza ricordarsi di un sant’Agostino d’Ippona che incitava i fedeli a distruggere indiscriminatamente i templi pagani e a portarli provocatoriamente in processione per le vie, davanti agli occhi indignati dei fedeli dell’antica religione; o un san Gregorio Magno che fu tra i più eccellenti promotori dell’opera di demolizione delle splendide vestigia pagane, raccomandando agli evangelizzatori di svuotare i templi dei loro simboli e sostituirli con quelli cristiani. Nomi che fanno la differenza, a seconda da che parte stanno. Ne abbiamo già parlato nei precedenti numeri (si vedano gli articoli Il Sacro Profano, A volte ritornano e Il culto civile), ma val sempre la pena tornarci su, visto che, a dispetto di una cospicua letteratura su questi argomenti, l’opinione imperante sembra ignorare, volutamente o meno, certi dati storici scomodi, nel contesto di un’immagine cattolico-ecumenica edulcorata; di una Chiesa descritta quasi esclusivamente come vittima di persecuzioni, ma mai a sua volta persecutoria e tiranna; una Chiesa che si professa rispettosa e inclusiva nei confronti delle altre confessioni religiose, ma che ahimè, viene puntualmente contraddetta dalla storia, quella vera.

Facciamo un balzo in avanti, fino a giungere ai nostri giorni. Tra i tanti libri ci piace segnalare La strega e il crocifisso di Paolo Portone (ed. Castel Negrino, 2008). Il titolo ci rimanda a quello di Sciascia da cui siamo partiti, ma il saggio che ne esce fuori, oltre all’altro punto di contatto rappresentato dal tema della stregoneria, comprende un più esaustivo excursus storico sul difficile processo di affermazione del Cristianesimo nel mondo occidentale. In tempi di crisi, non solo economica ma anche identitaria, che si prestano ai consueti reflussi nostalgici, alla riscoperta di simboli identitari (bandiere e crocifissi) mai come ora abusati e sviliti del loro reale significato, alla difesa di radici “cristiane” le quali a fronte di una storia millenaria (fatta di pluriculture e di pluriculti) non vanno al di là di una manciata di secoli, un’opera come quella di Portone ci può aiutare a essere più prudenti e accorti quando imbracciamo delle guerre di civiltà facendo appello a “radici identitarie”. Nello specifico, ci induce a  porci la domanda: Radici cristiane o cristianizzate? C’è un “a.C.” e un “d.C.”, un prima e un dopo oltre i quali non si va. Un’ignoranza istituzionalizzata attraverso un calendario di rottura con il passato, con le ben più ricche e complesse Radici della nostra civiltà. Certa rimozione dei ricordi, ci insegna la psicologia, è salutare. Alleggerisce il peso della Storia altrimenti insostenibile – troppi  misfatti, troppi scheletri nell’armadio, troppi sensi di colpa con cui dover fare i conti – che risulterebbe incoerente con ciò che vogliamo essere o apparire oggi. Si può sempre contare sulla labilità della memoria, soprattutto di quella storica. Se vuoi che tutti ti riconoscano come un’agenzia del Bene (se non l’Unica) al servizio dell’umanità, non puoi che ergerti in difesa della Tolleranza…in tutte le sue declinazioni. Una grande conquista di Civiltà, la Tolleranza, che nell’antica Roma pagana di certo mancava. Già, perché come nota Roberto Grassi nella recensione al libro di Portone, per gli antichi romani: “esisteva semplicemente la possibilità per tutte le credenze di esprimersi liberamente. E magari di influenzarsi reciprocamente, di mischiarsi, di arricchirsi vicendevolmente. È il sincretismo. Il concetto di tolleranza è contiguo a quello di sopportazione: si tollera un’idea (ma anche una persona o un fenomeno) che si ritiene errata. La tolleranza è prossima al fastidio e quando questo supera un certo limite la si può revocare.” E nel felicissimo connubio con i poteri temporali, una volta acquisito il titolo di religione di Stato il Cristianesimo fu assai poco tollerante, mettendo in atto un furore conversionistico senza precedenti nei confronti delle antiche credenze religiose. Tema controverso e ampiamente dibattuto questo, ma vi è che tale dibattito purtroppo avvenga tutt’ora in ambiti poco accessibili o poco frequentati dal grande pubblico. Se consideriamo poi che davvero pochi si prendono la briga di documentarsi prima di assumere le difese di questa o quell’altra parte in causa, riesce comprensibile l’inveterato pregiudizio consolidatosi attorno ai “barbari culti pagani” giustamente debellati. Se poi il lettore considerasse inattendibili certe fonti dissidenti come un Karlheinz Deschner (autore della colossale opera in dieci volumi Storia Criminale del Cristianesimo) o lo stesso Paolo Portone da noi proposto, potrebbe benissimo rimanere nell’ambito stesso delle sue più congeniali Sacre Scritture, magari leggendole senza il filtro di mediatori dottrinali. Forse, senza doversi sforzare di leggere tanto tra le righe, riuscirebbe a intercettare qua e là il germe dell’intolleranza religiosa e tutta una nutrita casistica di costumi non certo in armonia con i moderni valori condivisi. Ma si sa, la Bibbia è il libro meno letto proprio dai cattolici stessi. Aggiungiamo a tutto questo l’incessante opera di revisionismo storico operata anche da certi e non pochi “intellettuali laici”. Secondo la massima “La fede è bella senza li ma, li come e li perché” essa non può essere messa in discussione, punto. Ciò che viene volutamente fatto travisare è che non è tanto la Fede a dover essere messa in discussione (averla è un diritto, e ciascuno può pacificamente credere in quel che vuole), quanto una determinata ideologia fondata su questa o quella confessione religiosa particolare. Con la stessa fortunata logica recentemente promossa da un eccellente “politico”, secondo la quale chiunque osasse criticare il Governo era necessariamente un “comunista” nemico della Nazione, chiunque inviti a un approccio razionale alla Fede o osi addirittura avanzare una critica alla Chiesa passa semplicemente per un eretico o un anticattolico. Fides et Ratio (nonostante l’omonima enciclica di Giovanni Paolo II), sembrano essere due poli opposti, di fatto resi incompatibili. Leggere un libro come La strega e il crocifisso, in tempi in cui, fortunatamente, non esiste più la messa all’indice dei libri proibiti dalla Chiesa (almeno non ufficialmente), è invece un privilegio che oggi si ha a portata di mano e che può meglio aiutare a comprendere le origini e lo sviluppo di una formulazione religiosa che accomuna milioni di persone al mondo. L’accurata indagine portata avanti da Paolo Portone risulta molto efficace e opera un’eccellente sintesi storica di un processo che copre ben duemila anni e, nel soffermarsi su questo circoscritto periodo, lo fa avendo la giusta considerazione e rispetto per tutta quella parte di storia che l’aveva preceduto e che si pretendeva cancellare. La scelta del titolo, quanto mai emblematica, pone fianco a fianco due simboli pregni di molteplici contenuti semantici: la Strega, la cui invenzione si colloca in quel processo di demonizzazione verso tutto ciò che costituisse un legame con il passato o un intralcio all’affermazione della nuova e vera dottrina (tale processo aveva già visto come bersagli oltre i pagani, i turchi e gli ebrei, e ancora oggi gli islamici), altro non era che una di quelle “[…] inoffensive divinatrici, di pacifiche conoscitrici dei rimedi naturali, di conciaossa e levatrici, o, sotto le spoglie di figure marginali, di vedove, di vetule e di mezzane […]” scelta come capro espiatorio, e il Crocifisso, con un evidente richiamo all’acceso dibattito che in tempi recenti ha animato i Paesi dell’Unione europea, circa le radici cristiane e sulla legittimità di esporre questo simbolo nei luoghi pubblici. L’Autore si sofferma in particolar modo su quella che potremmo ritenere una vera e propria guerra di sterminio semantico operata dalla Chiesa nei confronti e del paganesimo (che cessa di essere ritenuta una religione per diventare irreligione, empietà, opera del diavolo, malattia, mania e, naturalmente, peccato) e di tutto quel ricco armamentario di simboli e riti ad esso connesso. Passando in rassegna le feste di Halloween, Ognissanti, Natale, Epifania, Carnevale, Pasqua, fino alla notte di San Giovanni (noi aggiungeremmo anche la festa di S. Lucia), traccia un ideale filo d’Arianna segnato dai riti della luce, per ricondurci alla loro primigenia valenza legata ai Solstizi d’inverno e d’estate. Così facendo mostra con documentazione storica ed escursioni nell’antropologia culturale quanto l’antiqua religio sia compenetrata al cristianesimo e di come, a conti fatti, vi sia ben poco di sostanzialmente cristiano, tanto nelle ricorrenze che scandiscono l’anno liturgico quanto nelle varie consuetudini rituali e folkloristiche cui danno luogo.

Giuseppe Maggiore

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