CATANIA 1669 – 1693 Miette Mineo e il ventennio di lava e di polvere

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di Elena De Santis

La pubblicazione del libro “La lava e la polvere” di Miette Mineo (ed. Prampolini), presentato il 2 dicembre presso l’Orto Botanico di Catania, ci offre l’opportunità di riscoprire una pagina di storia siciliana (e catanese in particolare) di oltre tre secoli fa. Il romanzo, ambientato nella Catania del XVII secolo, narra le storie di alcuni personaggi di varia estrazione sociale, nel periodo che va dall’eruzione dell’Etna del 1669 fino al terribile terremoto del 1693. Un romanzo storico su un periodo, a dire il vero, che poco ha dato dal punto di vista letterario e poco ci ha lasciato, probabilmente per la distruzione provocata dagli stessi disastrosi eventi. “Un ventennio descritto intensamente in un affresco che nel declinare la società cittadina dall’apice fino al cuore della sua anima popolare, nel mescolare eventi ed invenzione storica, non dimentica mai di mantenersi dentro la cornice della storia documentata” scrive Lina Scalisi nella sua prefazione all’opera. Sulla base delle testimonianze giunteci, cerchiamo innanzitutto di fare luce su quei due eventi catastrofici che segnarono così tragicamente la storia delle genti etnee, nel periodo storico in cui è ambientato il romanzo della Mineo. Nel 1669 dalla fenditura prodottasi sul fianco dell’Etna sgorgò una delle più disastrose colate laviche che la storia ricordi, iniziata l’11 marzo e conclusasi verso la metà di luglio, dopo ben 122 giorni. Un inarrestabile fiume di fuoco, correndo per ben 16 km lungo il versante sud-orientale del vulcano, seminò ovunque distruzione, morte e desolazione. Oltre 38 kmq di territorio fu reso sterile, migliaia di costruzioni distrutte e con oltre 970 milioni di metri cubi di lava seppellì sedici centri abitati (tra cui Malpasso, Mascalucia, Misterbianco, S. Pietro Clarenza, Camporotondo, S. Giovanni Galermo e Valcorrente). Gli effetti dell’immane catastrofe si protrassero per mesi, causando la morte di oltre tremila persone per le gravi carestie. Il 25 marzo, a seguito di un fortissimo terremoto che distrusse parzialmente il cratere centrale, la colata lavica investì anche la città di Catania. Il flusso lavico penetrò dalla borgata di Cibali e dopo aver distrutto un antico acquedotto proseguì in direzione del lago Anicito, quindi, passando per il Bastione degli infetti, i 36 canali del fiume Amenano, e dopo aver distrutto completamente la parte sud-occidentale della città, raggiunse per la prima volta il mare. Erano le due di notte del 23 aprile del 1669. Il pauroso fronte magmatico, largo oltre 2 miglia ed alto più di dodici metri, fece avanzare la costa di oltre un miglio, interrando completamente il porto. Nei giorni successivi la colata lavica penetrò anche nell’orto dei Benedettini circondando a nord e a ovest il monastero, ed ancora dalla zona di Nesima scaturì una nuova copiosa corrente lavica che arrivò a circondare i fossati ed i bastioni del castello Ursino per concludere la sua corsa in mare, formando una sorta di promontorio. La città venne quasi del tutto devastata, molti gli insigni monumenti periti sotto il fiume rovente, tra i quali le rovine della Naumachia, del Circo e del Ginnasio; tantissimi furono i senzatetto. Ma questa non è la sola catastrofe abbattutasi sulle genti etnee. Molte e ripetute volte il popolo siciliano ha dovuto fare i conti con le inclementi forze della natura. Eruzioni vulcaniche, terremoti e maremoti ne hanno contrassegnato la plurimillenaria storia. Catania, città fiera e felicissima, al pari di molte altre città siciliane (Messina in primis) non si è mai ripiegata su se stessa e, come scrive Federico De Roberto: “…sfidando la tragica potenza del vulcano e forte di un carattere audace, il popolo catanese ha ricostruito, ogni volta dalle macerie, la propria città”. Non ancora risollevatasi del tutto dagli effetti della grande eruzione, ebbe a patire, insieme agli altri centri della Sicilia orientale, le conseguenze ancora più devastanti di quello che è ritenuto l’evento catastrofico più immane che abbia colpito questa parte dell’isola: il terremoto della Val di Noto dell’11 gennaio 1693. In verità, già il 4 febbraio del 1169 un altro terremoto con associazione di maremoto aveva fortemente sconvolto la costa ionica della Sicilia, ed un altro di pari proporzioni si è verificato nel 1908. Ciò nondimeno quello del 1693, con una magnitudo pari a 7.4, la distruzione totale di oltre 45 centri abitati e circa 60.000 vittime, rappresenta al momento l’evento sismico più forte mai registrato nel territorio italiano, ed il ventitreesimo terremoto più disastroso della storia dell’umanità. Catania si ridusse in un cumulo di macerie e contò il più elevato numero di vittime (16.000 su 20.000 abitanti). Eppure, ancora una volta, a dispetto dell’infausto destino la città risorse, più bella che mai, grazie alla tenacia dei suoi abitanti, al generoso dispendio da parte delle aristocrazie del tempo e dei numerosi ordini religiosi presenti. L’ennesimo triste evento del terremoto si tramutò così in un’occasione di rinascita, stavolta accompagnata da nuovi e più razionali criteri urbanistici. L’opera di ricostruzione, secondo il piano regolatore progettato da Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, che prevedeva “rette e larghe vie” intervallate da piazze facilmente raggiungibili dalla popolazione in caso di sisma, vide all’opera le migliori maestranze e alcuni dei più insigni architetti dell’epoca, tra cui Giovan Battista Vaccarini, Girolamo Palazzotto e Antonino Battaglia. Ammiriamo così oggi le splendide architetture barocche che adornano il centro storico e che raggiungono l’apoteosi nei palazzi di Piazza Duomo e nelle chiese di via Crociferi e poi, su tutte, la solida e virile immagine del Liotru – l’elefante eletto a simbolo della città – forgiata nell’antichità romana dalla rovente lava. Un momento storico, quello descritto, sicuramente molto denso di avvenimenti e di grandi sfide per la popolazione. Un tormentato ventennio della storia catanese che Miette Mineo ha scelto di ripercorrere, cercando di dar voce ai suoi veri protagonisti, attraverso l’invenzione di alcune storie emblematiche.  Ma sulle motivazioni  che l’hanno indotta a scrivere il libro, riportiamo le stesse parole dell’autrice: “Scrivere di una città significa aggirarsi con occhi curiosi a interrogare ogni scheggia di muro, ogni pietra posta – non importa dove – per afferrane il mormorio del tempo. (…) Così ritorno indietro con la memoria fino a quel XVII secolo che ha visto, nel suo ultimo scorcio, nella sua seconda metà, due avvenimenti terribili e luttuosi che l’hanno segnata irrimediabilmente. Mi chiedo come potessero essere quelle persone che agivano nella città: popolani, nobili, rivoluzionari, laici o ecclesiastici. Quali i loro stili di vita, quali i discorsi ed i pensieri che guidavano le loro scelte… Riscopro con pazienza i luoghi che attraversavano i suddetti personaggi. Alcuni si offrono, quasi intatti, allo sguardo attuale. Di altri rimangono solo alcuni resti manipolati dall’azione non sempre  opportuna di altri uomini. I più, però, non hanno potuto sottrarsi all’insulto beffardo del tempo. E allora mi piace ricostruirli, ricrearli con la memoria per prolungarne, almeno un po’ col ricordo, l’esistenza”. Ricostruzione dunque di luoghi e personaggi che, aggregando realtà e finzione, catturano il lettore, lo fanno partecipare emotivamente a quegli avvenimenti che accaddero allora, ma potrebbero essere anche attuali, e potrebbero dispiegarsi “in qualunque altra città dell’età moderna” come rileva ancora Lina Scalisi nella prefazione al libro. Un’opera, La lava e la polvere, nata come un tributo che l’autrice catanese fa alla sua città, che, vista nei suoi momenti più tragici, riesce tuttavia a trovare la forza di scrollarsi di dosso le macerie e di rinascere, più forte e più bella di prima.

Elena De Santis

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