WORK IN REGRESS. Dignità negate / Storie di ordinaria disoccupazione

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di Giuseppe Maggiore

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione

che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Art. 4 della Costituzione della Repubblica Italiana

Stefano, milanese, ha 36 anni e dopo anni di lavoro, tra cui anche quello dirigenziale, si è reinventato facendo una professione tra le più diffuse oggigiorno: è un ricercatore di lavoro. Trascorre le sue giornate tra la postazione internet allestita dentro casa e le agenzie di lavoro. La sua settimana tipo prevede anche contatti diretti con le aziende, uno o più colloqui in cui illustra il prodotto di cui si occupa: se stesso. Stefano è disoccupato; il suo tempo e le sue energie spese quotidianamente in questa spasmodica attività non prevedono compensi. Da molti mesi non fa più nemmeno caso se ha con sé il portafogli, da quando questo non conteneva più nemmeno una moneta per potersi concedere un caffè al bar. Stefano non ha più tempo per uscire con gli amici; a dire il vero di tempo ne ha fin troppo, ma non ha più la faccia per inventarsi delle scuse al momento del conto. Vive con i suoi anziani genitori – il padre pensionato, la madre casalinga – e da quei settecento euro di pensione, fatta la spesa e pagate le tasse, ci escono di tanto in tanto qualche dieci euro da spendere in cartucce per stampare e fotocopiare il proprio curriculum vitae da smistare ad aziende e agenzie. Stefano è laureato, si è pagato le tasse universitarie lavorando in un pub; lui ha sempre lavorato, e si è sempre ritenuto fortunato perché un lavoro a lui non gli è mai mancato. Fino a qualche anno fa guardava con sospetto chi diceva di non riuscire a trovarne uno; esclamava: “Se uno ha voglia di lavorare un’occupazione la trova! Basta sapersi accontentare, non pretendere di trovare ad ogni costo un posto fisso e pagato profumatamente. La verità è che molti vorrebbero semplicemente stare seduti dietro una scrivania, senza sforzarsi più di tanto e senza che si pretenda troppo da loro.” Aveva ragione a parlare così, Stefano; a lui il lavoro gli è sempre venuto incontro, fino a qualche anno fa. Quella del disoccupato era una condizione che non aveva mai preventivato per sé; una di quelle cose che come certi eventi tragici sembra possa accadere solo e sempre agli altri. Oggi si ritrova ore e ore a pigiare tasti sul computer, a spulciare annunci e a percorrere in lungo e in largo le vie della sua città, a piedi,  tra un’agenzia e l’altra. Avendo svolto tanti e diversi lavori, ha un curriculum di tutto rispetto; ha fatto anche molti corsi di specializzazione ed il suo sarebbe uno di quei profili versatili che può essere collocato in diversi contesti lavorativi. Il suo ottimismo lo porta in principio ad elaborare una particolare strategia di selezione che lo metta al riparo dagli sciacalli della disoccupazione: non vuole cedere alla tentazione di lasciarsi convincere a lavorare tredici ore al giorno senza contratto e in situazioni estremamente dannose alla sua salute. È disposto ad accettare qualsiasi cosa purché si mantenga un certo criterio di umanità lavorativa e di buon senso, perché sa di dover restare attivo lavorativamente per molti anni, non potendo contare su un qualche sussidio. Perciò lui crede sia scontato dover cercare un lavoro che tuteli la sua salute psico-fisica, e si aspetta un contratto che gli permetta di lavorare non per un mese o un anno ma che, una volta dimostrate le sue capacità, gli consenta di lavorare con semplice umanità e magari continuità, potendo progettare il suo futuro. Ma Stefano è già da oltre un anno alla ricerca e di lavoro nemmeno l’ombra. A dire il vero gliene sono capitati tanti, anzi, come avveniva un tempo anche oggi il suo telefono squilla per offerte di lavoro: si tratta di “impieghi” come procacciatori di affari (dove ti danno da vendere un prodotto che tu per primo devi acquistare) o in qualche call center (dove ti pagano circa tre euro l’ora per fare delle telefonate moleste, tenendo inchiodate le persone mentre finisci di leggere un messaggio che la maggior parte degli utenti nemmeno ascolta, nonostante hai ben appreso a modulare la tua voce e a cronometrare il ritmo di lettura prima che la cornetta venga riagganciata). Ha fatto anche qualche mese qua e là per i centri commerciali, con contrattini a tempo determinato (ma dopo il secondo rinnovo nella stessa azienda viene scartato, perché la legge imporrebbe a quel punto l’assunzione definitiva). Stefano oggi comincia a dubitare delle sue capacità; comincia a venir meno la fierezza sul suo ricco percorso professionale testimoniato da quel curriculum: quando a seguito di vari colloqui senza esito positivo non ha più spiegazioni da darsi, pensa che forse il problema è lui, e man mano che incassa i no, comincia a sentirsi inadeguato anche per quei lavori in cui un tempo si sentiva portato. Deve accettare l’evidenza: oggi lui fa parte di quella lunga schiera di disoccupati, di quelli che molti ritengono dei parassiti, dei fannulloni. Nella grande community di cui ora fa parte, vige una sorta di valore d’uguaglianza: lui è un disoccupato come gli altri; non perché è giovane e inesperto, perché non possiede determinati titoli di studio o perché non conosce altra lingua all’infuori dell’italiano; non perché cerca un lavoro in particolare (ora come ora sarebbe disposto a fare qualunque cosa, dal commesso al facchino, dall’operaio al servizio a domicilio per gli anziani), ma piuttosto perché nel pieno della sua operatività lavorativa si trova a dover fare i conti con un mondo del lavoro in cui il disoccupato, non quindi il lavoratore, è un oggetto commerciale il cui valore viene definito dalla domanda e dall’offerta. In quanto tale oggi lui sembra rappresentare soltanto un costo e non una risorsa; già, perché le motivazioni dell’offerente sono sempre le stesse, ovvero che i contratti costano troppo alla ditta. Così Stefano si ritrova ad aggirarsi in uno scenario in cui, se non sei un professionista anche quando ti trovi disoccupato, rischi due cose; una è quella di perdere sempre occasioni per trovare un posto, ma l’altra, peggiore, è che puoi ritrovarti in condizioni lavorative alienanti, che ti fanno rassomigliare più alla carne da macello.

Fabio, siciliano, ha 38 anni e vive in Piemonte. Ha lasciato i suoi luoghi e i suoi affetti per andare in cerca di un lavoro che la sua terra non è stata in grado di offrirgli. Tutte le mattine si sveglia per andare a lavorare, ma ultimamente sente crescere in sé un’ansia che di giorno in giorno lo attanaglia: teme di perdere il posto di lavoro perché ormai nessun posto di lavoro è garantito. Lui lavora come operaio per dieci ore al giorno a fronte di un salario con il quale stenta ad arrivare a fine mese. Persino la pausa pranzo sembra essere diventata la concessione di un lusso: quei venti minuti in cui bisogna mangiare, andare in bagno e magari fumarsi una sigaretta. Le cose si complicano se, andando in bagno (e ammesso di trovarlo libero), il tuo organismo sente di dover espletare non solo un bisogno liquido, ma anche solido; ciò che non viene previsto, è che lo stimolo di andare in bagno possa anche non essere sincronizzato a quella data ora e arrivare quando deve arrivare. Ma Fabio non si sogna neppure di lasciarlo, questo lavoro, nonostante le angherie che subisce da parte del suo titolare e dei suoi superiori (questo è per loro il momento di approfittarne, di fare sfoggio del proprio “potere”); sa che per quanto denigrante sia, dietro la porta vi sono altre cento persone disposte ad accettare queste condizioni. Non si sogna nemmeno di protestare. Sa che un suo amico pugliese, Francesco, è stato messo alla porta dall’azienda veneta in cui lavorava perché diversamente da lui non aveva peli sulla lingua; ad esempio un giorno che si era visto negato il permesso di andare in bagno fuori dall’orario previsto, lui aveva risposto: “Perché non ci mettete un bel catetere?”. Ma Francesco si era oltretutto permesso di denunciare l’assoluta mancanza di sicurezza e igiene, l’obbligo di fare lavori che non gli competevano, straordinari sottopagati in nero, cui si aggiungevano per di più i continui insulti e minacce da parte dei dirigenti. Francesco è stato messo alla porta per aver chiesto il rispetto del contratto e della sicurezza sul lavoro, e oggi si ritrova disoccupato da circa due anni, deriso da amici e conoscenti per il fatto di essersi aizzato a paladino della giustizia.

Carmen vive a Napoli. Lei è passata da un lavoretto a un altro, come commessa nei negozi: nove ore al giorno, compreso i festivi, e una paga media di 250 euro al mese. Di aspettative migliori non ne nutre ormai da tempo. Oggi ha 32 anni e nessuna prospettiva di realizzazione sul piano personale. Carmen è una donna; un dettaglio non trascurabile. Tutte le volte che si presenta a colloquio con un’azienda si sente fatte le stesse domande: se è sposata e se ha figli, perché in tal caso sarebbe un problema (i figli tolgono tempo al lavoro); in caso contrario, rimane comunque il rischio che una volta assunta le salti in mente di metter su famiglia; e allora poi tocca pagarle i periodi di eventuale maternità e correre il rischio di doverle assecondare tutte le eventuali esigenze derivanti dal suo ruolo di madre. È andata meglio alla sua amica romana Elena, sposata, che per l’accudimento dei propri figli può però contare sull’aiuto di genitori e suoceri. Elena lavora come ragioniera in un’azienda di import-export;  condivide con un suo collega lo stesso ufficio e le stesse mansioni, tutto, eccetto lo stipendio. Lui prende esattamente il doppio di lei. Ma a lei sta bene così, perché il marito è in cassa integrazione da oltre un anno, ed hanno un mutuo sulle spalle da pagare. Andrea, suo marito, un giorno si confidò con Carmen dicendole: “Mi sento come un pezzo di ricambio che una volta consumato viene gettato via. Non servo più a nulla. Non ho ancora quarant’anni e mi sento già obsoleto, messo da parte!”.

Luigi, 36 anni, vive a Catania. Per molti anni ha lavorato in un supermercato rionale che poi ha chiuso i battenti. Troppi centri commerciali; in pochi anni sono spuntati come funghi ad ogni angolo della città. Poi aveva trovato lavoro presso un mobilificio, e anche qui, dopo qualche anno, il triste epilogo di un’altra saracinesca che si è abbassata: il gigante arriva, crea posti di lavoro, ne distrugge altri e dietro di sé, lascia un’enorme cattedrale di cemento sul territorio! Adesso vive con la mamma settantunenne pensionata. Il padre è morto da alcuni anni. Storia emblematica la sua, una storia che si svolge sull’orlo del precipizio. Luigi non riesce più a stare tra le pareti casa sua; si sente oppresso dall’angoscia della madre che soffre vedendolo a casa inerte. Perciò ogni mattina esce di casa e torna solo a sera. Dapprima passa le giornate in giro per bar, negozi, ristoranti per chiedere se hanno bisogno di lavoratori; lo fa per più di un anno e la risposta è sempre stata la stessa, no. Ora continua a farlo, continua a girare, anche se solo per bar e sale giochi, tra alcol e gratta e vinci. Su un blog che promuove la legalità e condanna il malcostume di chi ci governa, Luigi si sfoga: “Cosa volete che gliene importi, alla gente come me, di Ruby, di Bunga Bunga e mignotte varie?! A chi si trova nella mia situazione importa solo che quando si alza la mattina deve pensare a come arrivare alla sera cercando di mantenere ancora un minimo di dignità, non elemosinando o spendendo gli ultimi due euro sperando di svoltare col Gratta e Vinci. Non cambia nulla nella mia vita se arrestano questo o quel politico corrotto, perché tanto è ormai un circolo vizioso da cui non si esce più: intanto io continuerò a girare per la città alla ricerca di un lavoro che non troverò e a centellinare qualche spicciolo con mia mamma. Migrare, andare altrove? Dove? Non esistono più isole felici, non esiste più il benestante Nord, e oggi lì sarei considerato solo come l’ennesimo meridionale che corre a strisciare ai loro piedi! (Il benessere fa dimenticare facilmente la miseria da cui si proviene, e quando questo benessere mostra i primi segni di cedimento, ci si incattivisce per semplice istinto di sopravvivenza, si tende a preservarlo tutto per sé, si torna a erigere nuove mura invalicabili attorno ai propri staterelli) Il Paese è in cancrena dappertutto: esistono solo stadi della malattia più o meno avanzati. So bene che è giusto difendere la Costituzione e io solidarizzo sempre con tutti – con i giudici, con i giornalisti, con le donne – ma con me e con quelli come me, chi solidarizza?”

Come dargli torto? In un paese fondato sul lavoro, chi è disoccupato non perde solo un mezzo di sostentamento, ma anche la propria dignità, finanche la sua stessa identità costruita attorno a un ruolo sociale che non possiede più. Ma, ancor più grave, egli rischia di perdere di vista l’origine stessa del problema, finendo col disinteressarsi proprio di ciò che invece dovrebbe suscitargli la massima attenzione e indignazione. Attanagliato com’è dalla sua angosciante situazione e dalle mille contingenze dell’immediato, Luigi perde di vista che alla base del suo disagio vi è proprio un sistema ammalato, criminale, di cui lui subisce solo uno dei tanti effetti devastanti per la società; gli sfugge che l’altro lato della medaglia è costituito da un’esigua élite di potere (le cosiddette caste) a cui la crisi non tange minimamente. Usando  un termine di paragone proprio di un ex pidiellino quale Paolo Guzzanti, non possiamo ignorare come nella moderna corte di Versailles in cui si è trasformata la villa del Presidente del Consiglio nonché il Parlamento, si consuma il dramma dell’Italia intera, se ne celebra l’impietosa deriva. Volenti o nolenti si parla di mignottume e letterine, di squillo minorenni che sculettano con milioni in mano, autisti, festini e lusso sfrenato. In questa corte di sfavillante squallore, vero e proprio asilo nido dell’impunità, in barba alla crisi c’è ancora chi continua a percepire stipendi stratosferici (fatti di denaro pubblico) e beato viaggia, mangia e scopa a nostre spese. Al popolo dei sudditi viene intanto presentato l’ennesimo conto di una crisi piovutagli dall’alto, pagando sempre più tasse a uno Stato perennemente in deficit. E cosa ne ha in compenso? La paura di ammalarsi perché non può fare affidamento sulla sanità pubblica e se non ha soldi per ricorrere a qualche struttura privata, può mettersi il cuore in pace e attendere mesi; la paura di invecchiare perché non sa nemmeno se potrà più contare su una minima pensione di sostentamento; il non poter più contare su un’adeguata istruzione pubblica per i propri figli. La politica si è ormai ridotta a un ben congeniato talk-show televisivo: come sono bravi, rassicuranti ed eruditi i nostri cortigiani! Hanno imparato bene le tecniche attoriali dell’oratoria, a millantare un contatto con la realtà perso il giorno stesso in cui hanno messo piede nella dorata corte. Tutti, nessuno escluso…che non c’è bandiera ormai che non sia vessillo di furbizia! L’importante è discutere, ottenere un microfono che amplifichi l’eccesso d’aria accumulatosi nei loro sazi ventri, sotto forma di putredine demagogica. C’è ancora, del resto, un uditorio pronto a lasciarsi intrattenere da questi nostri Onorevoli rampolli cui abbiamo fatto dono di una cospicua rendita a vita. C’è ancora chi esprime ammirazione per il modello berlusconiano del “farsi da sé”, dell’astuzia, del saperci fare partendo dal nulla, del fine che giustifica i mezzi: il dramma è poi se questi che plaudono a un siffatto modello si professano al contempo anche di orientamento religioso Cristiano-Cattolico; è qui che ci assale allora il dubbio di non aver compreso bene quanto loro la morale cristiana e tutto il sistema valoriale ad essa sottesa. E intanto il Paese langue, affonda sempre più nelle sabbie mobili. Nessuna voce dissenziente si alza concretamente dal coro, men che meno da parte dei media; nemmeno da parte di quei sindacati per i quali è ormai evidente che conta più la salvaguardia di un’azienda (specie se grossa) piuttosto che la dignità del lavoratore. Al di là dei soliti bei discorsetti, chi si fa realmente garante delle pari opportunità? E quando genitori e nonni pensionati passeranno a miglior vita, quando si sarà dato fondo a tutti i risparmi, chi si prenderà cura dell’esercito di quanti sono troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per trovare un lavoro?

Quelle presentate qui sono solo alcune delle tante storie ormai all’ordine del giorno, così ricorrenti da esserne assuefatti. Storie di dignità precarie che spesso si consumano nel silenzio logorante della solitudine, e che talvolta implodono in uno sfogo lanciato nella rete, in quel mondo virtuale in cui almeno speri di trovare qualche parola di conforto, sotto forma di un commento. Quel conforto che nella realtà non trovi, o non riesci a darti, nemmeno quando attorno a te si stringono i tuoi cari cercando di infonderti coraggio e fiducia. Ancora troppo spesso, chi non vive questa situazione, chi non è disoccupato, pensa che per trovare lavoro sia sufficiente fare qualche telefonata, leggere qualche annuncio sul giornale, magari chiedere all’amico al bar o affidarsi a una delle tante agenzie del lavoro. C’è chi ha il privilegio di un lavoro ancora sicuro, o chi, altrettanto privilegiato, gode di un’ottima pensione superiore alle sue reali esigenze: costoro fanno fatica a percepire tutta l’entità del dramma che attanaglia tante persone meno fortunate di loro. Taluni di questi pochi fortunati sono addirittura portati a dubitare della reale volontà di trovare un lavoro, poiché ignorano quanto oggi siano mutate non solo le regole del mercato ma anche il concetto stesso di lavoro, rispetto solo a pochi anni fa. Chiudiamo dunque con un pensiero di Thomas Carlyle su cui riflettere: “Un uomo che vuol lavorare e non trova lavoro è forse lo spettacolo più triste che l’ineguaglianza della fortuna possa offrire sulla terra”.

Giuseppe Maggiore

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 8 – Settembre 2011

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