L’ULTIMO SIGILLO – La fortuna dell’Apocalisse. Saggio di Paolo Portone

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Recensione al saggio di Paolo Portone  (Gruppo Editoriale Castel Negrino)

di Giuseppe Maggiore

Può un testo ritenuto sacro suscitare sentimenti deleteri – dividere anziché unire, rafforzare i pregiudizi piuttosto che dileguarli, fomentare la guerra anziché ispirare la pace, ingenerare paura piuttosto che fiducia e conforto – e al contempo, aprire ad una prospettiva paradisiaca per il genere umano?  Se il messaggio sta in chi lo legge, è certo che qualunque sia la natura di uno scritto, essa soccomberà di volta in volta all’uso che l’avventore di turno ne vorrà fare. Ciò è valido soprattutto su determinati testi che per loro natura, per il carattere squisitamente allegorico o trascendentale della loro tessitura, si prestano a molteplici interpretazioni e chiavi di lettura. Non esiste rigore matematico per la parola: tra significante e significato l’equazione non è poi così scontata. Accade che un testo dall’oscura paternità come il Libro della Rivelazione, meglio noto come Apocalisse, trovi posto nel corpus delle Sacre Scritture e diventi un vero e proprio best-seller del genere catastrofistico. Chiunque ne sia l’autore, occorre indubbiamente riconoscergli il merito di aver fornito una sceneggiatura tra le più fertili – e versatili – che siano mai state concepite; fonte inesauribile di ispirazione per teologi e registi cinematografici, per non parlare delle tante pubblicazioni che da sole basterebbero a mettere su una sterminata “biblioteca apocalittica”. Quando un’opera come il Libro della Rivelazione riesce, non solo a sopravvivere alla prova del tempo, ma persino ad influenzare ed orientare di epoca in epoca le credenze e gli umori di intere masse sociali, il campo di indagine non può più limitarsi su un piano esclusivamente letterario o fideistico. L’Apocalisse travalica la dimensione spirituale propria dell’ambito religioso in cui si è originata, per irradiare di sé ogni aspetto della società umana – politico, sociologico, culturale – obbligandoci così a una sempre nuova e accurata rilettura. Undici anni dopo l’ennesima fine del mondo annunciata, e puntualmente mancata, vede la luce il volume “L’ultimo sigillo. La fortuna dell’Apocalisse” di Paolo Portone. Nel suo saggio, l’autore fa innanzitutto una puntuale ricostruzione storica del processo di “adeguamento” – sul piano simbolico, predittivo e metaforico – cui il Libro della Rivelazione è stato sottoposto prima di essere accolto dalla Chiesa tra i testi canonici. Ciò che ne venne fuori fu un testo epurato della sua carica rivoluzionaria, a tratti bellicosa, ostile al sistema dei valori terreni; un testo reso innocuo nei confronti di quel sodalizio ormai venutosi a creare all’indomani dell’editto di Costantino, tra il potere temporale e quello spirituale. Tuttavia, nonostante il depotenziamento sul piano simbolico operato dalla lettura spiritualistica dei Padri della Chiesa, il libro è riuscito a mantenere intatta la sua carica eversiva e ad alimentare per secoli la sete di riscatto nelle schiere degli scontenti e dei delusi, continuando di fatto a costituire una fonte inesauribile di ispirazione per vecchi e nuovi culti d’impronta apocalittica. Come Paolo Portone rileva nella sua opera, in pieno XXI secolo l’attuale supremazia scientifica e tecnologica non è stata sufficiente a dissolvere quelle ancestrali paure sempre pronte a interpretare un cataclisma, una guerra o la degenerazione dei costumi come segni di una profezia che si sta avverando.  Proprio l’Apocalisse diventa sinonimo di quel catastrofismo e pessimismo, di fuga dal mondo, di un disprezzo verso l’uomo e verso questo mondo ai quali non viene concessa possibilità di riscatto, se non fra gli “eletti”. L’autore si domanda: “Quell’intransigenza aggressiva che spesso caratterizza il comportamento degli adepti dei nuovi culti […] che nell’avventismo ufficiale si manifesta sotto forma di fervore evangelizzatore e di indisponibilità al dialogo […] Le loro fantasie distruttive non assomigliano forse alla buona novella annunciata dai Testimoni di Geova, secondo cui il mondo si distruggerà [e che] tutti gli sforzi umani di realizzare la pace su questa terra sono destinati a fallire?” Portone non tace sulle tante strumentalizzazioni interpretative atte di volta in volta a giustificare odi razziali e guerre sante; non manca di rilevare gli aspetti più deteriori e pericolosi scaturenti da un uso strumentale del fattore religioso che ispirano gran parte dei movimenti d’impronta fondamentalista. La seconda parte del libro volge infatti lo sguardo sull’attuale scenario mondiale, intercettando i copiosi segnali che denunciano – soprattutto in seno all’Occidente cristianizzato –  un mai sopito fanatismo religioso (se possibile oggi rinvigorito) che continua ad abbeverarsi nei contenuti escatologici della Rivelazione.  Ricollegandosi a Ben Jelloun, Portone rileva come il: “Fanatismo che si espande a macchia d’olio sull’intero pianeta, e che va assumendo proporzioni sempre più inquietanti anche in Occidente […] denuncia l’avanzata dell’intolleranza religiosa negli Stati Uniti, dove il fondamentalismo s’impone in contraddizione con il liberalismo ufficiale compenetrandosi con movimenti politici di estrema destra, dando così vita a un ibrido antico-moderno in cui sono mescolate le sante intolleranze del passato con le dottrine razziste otto-novecentesche”. Il revival della fine del mondo, diventa allora occasione per alimentare le paure sociali verso un mondo degenero minacciato dall’avanzata delle forze progressiste; da qui la “Costruzione di isole di santità nel mondo corrotto degli uomini, di cittadelle confessionali […], battaglie condotte in difesa delle identità religiose, le marce per la restaurazione della morale, […] mentre il mondo politico è impegnato a contrattare voti con le sempre più influenti lobbies religiose”. In un momento storico in cui veniamo sommersi da continui richiami a certi valori, da discorsi di spicciola morale e da difese identitarie, l’opera di Paolo Portone può, sullo sfondo di questo leit-motiv apocalittico, aiutarci a guardare con più attenzione alla realtà attuale, anche italiana, e a cogliervi segnali non molto dissimili da quelli riportati nel libro.

Giuseppe Maggiore

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