IL DISCO ROTTO. Decline and fall del supporto discografico

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di Leone Maria Anselmi

 

Quante probabilità ci sono passeggiando un paio d’ore per un bosco di trovare un fungo porcino? La risposta è presto detta: le stesse probabilità di trovare un negozio di dischi passeggiando per le vie di una città. Con un po’ di fortuna, facendo appello a un fiuto straordinario, qualcuno lo si trova (sfornitissimo ma magari lo si trova). I singoli casi fortuiti, però, non fanno testo. Soprattutto nell’ultimo decennio molti rivenditori hanno chiuso i battenti, grande e piccola distribuzione, lasciando il posto ad altre attività di sicuro più redditizie (l’abbigliamento in primis). Eppure di musica continuiamo a sentirne tanta, pessima o di qualità più o meno in pari misura, come se nulla concretamente fosse cambiato. Cerchiamo di analizzare il problema nel dettaglio. Potremmo semplificare dicendo che l’estinzione del supporto discografico è dovuta in primo luogo alla cosiddetta rivoluzione digitale, e non diremmo una cosa inesatta. Non c’è semplificazione però che non richieda un approfondimento. Ci sono ragioni molto complesse che sommate le une alle altre concertano nel determinare uno specifico cambiamento. Il crollo delle vendite dei dischi, come certo qualcuno ricorderà, era cominciato ben prima dell’era di internet, un crollo che generalmente veniva addebitato ai prezzi troppo alti e al ricarico dell’iva. La prima stagione problematica la si deve però individuare tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, con il passaggio forse un po’ troppo brusco dal vinile al compact disk. La prima forma di pirateria musicale cominciò con la musicassetta, ma la sua natura facilmente deperibile non costituiva una reale minaccia per il supporto vinilico; il cd vergine registrabile, al contrario, soprattutto a partire dalla metà degli anni ’90 sferrò il primo colpo mortale alle grandi major discografiche. L’arrivo di internet coincise poi ben presto con la pratica diffusa dello scambio di file musicali, brani o interi album scaricabili in modo assolutamente gratuito. Nell’arco di pochissimi anni anche i cd piratati si sono rivelati obsoleti, soppiantati da memorie compresse in chiavetta o da micro card impiantate nei telefonini. Per chi produce musica (artisti e produttori) l’unica strada percorribile sembra oggi quella del modello iTunes, che detto in parole povere sta per: prima paghi poi scarichi (un euro un brano, con periodiche offerte scarichi tre paghi due, sulla falsariga dei prodotti da supermercato). La trasformazione dei supporti rispecchia perfettamente la società in fieri. Siamo condannati a consumi veloci, agli spazi sempre più ridotti e funzionali, all’inconsistenza e alla transitorietà. Per la stragrande maggioranza dei cosiddetti consumatori musicali il problema non si pone, per costoro infatti la digitalizzazione del supporto costituisce solo un vantaggio: “Finalmente ci siamo affrancati da questi oggetti ingombranti e polverosi. Adesso è sufficiente un clic e ti porti le tue canzoni dove vuoi. Ti infili in tasca il telefonino, con dentro centinaia di file musicali, e non ci pensi più. Quando vuoi cambiar musica fai un altro clic e cancelli tutto, e avanti il prossimo. Poi oggi chi ce l’ha lo spazio in casa per metterci la collezione di dischi? I tempi son cambiati, quindi dobbiamo adeguarci e aggiornarci. La musica poi, per sua natura, è così impalpabile e aleatoria, quindi perché ostinarsi a volerla custodire a tutti i costi in queste scatolette ingombranti. A morte i nostalgici!”. Ebbene sì, buona parte dei cosiddetti consumatori musicali odierni si esprimerebbe più o meno così. Finora abbiamo indicato i fattori più determinanti responsabili della progressiva scomparsa del disco tradizionale, ma non abbiamo ancora puntato il dito sul responsabile numero uno: la gente stessa. Se è vero che è la richiesta a pilotare l’offerta non possiamo chiudere gli occhi sul malcostume e la diseducazione diffusa delle grandi masse di fruitori. Ancora una volta la furbizia dell’uomo medio non si smentisce: “Perché devo pagare una cosa se quella cosa posso averla gratis?”. Del godimento estetico del supporto vinilico o del cd originale, parliamoci chiaro, l’uomo medio non se ne frega un fico secco, gli basta usufruire del prodotto in sé senza ulteriori implicazioni. Per un buon 80% (ma la percentuale è destinata a crescere vertiginosamente in tempi molto stretti) oggi la produzione discografica residua si regge su due forme di collezionismo, quello ad alti livelli e quello occasionale (da una parte i veri e propri collezionisti di un genere musicale o di uno o più artisti in particolare, dall’altra i semplici affezionati che non vogliono rinunciare alla piacevolezza o alla praticità dei supporti tradizionali). I cultori del supporto si riforniscono per lo più sui circuiti eBay delle aste on line e nelle fiere periodiche del settore. C’è chi è pronto a scommettere che il disco sopravvivrà solo in questi circuiti. Oggi la maggior parte degli artisti guadagna più con i concerti (e conseguenti diritti Siae) che con la vendita dei dischi., condizione che accomuna cantantucoli e cantautori. C’è poco da confidare nelle nuove generazioni: i bambini di dieci anni non sanno nemmeno che cos’è un cd (figuriamoci un vinile) perché sono nati e cresciuti in piena era internettiana; se quelli della generazione precedente avevano in tasca un walkman (lettore cd portatile) quelli di questa generazione smanettano solo con cellulari ed mp4. questa diseducazione diffusa sembra evolversi di pari passo con una sorta di antipatia crescente verso il supporto, un’insofferenza ormai connaturata che lascia intravvedere ben poche speranze per il futuro. I libri, e più in generale i supporti cartacei, almeno per il momento sembrano immuni da questo processo di smaterializzazione, ma i libri, si sa, sono appannaggio di una platea molto meno differenziata. Le major discografiche per non soccombere stanno adottando strategie e scelte commerciali sempre più disperate e opinabili: si pensi alla sterminata miscellanea di compilations, best of, very best e greatest hits attraverso le quali – raschiando sconsideratamente il fondo del barile – hanno tentato di tirare più acqua possibile al loro mulino, col risultato inverso di danneggiare significativamente il repertorio dei singoli artisti di scuderia. Le raccolte antologiche (specie quelle in linea economica) se da un lato portano a vendite immediate dall’altro gettano fuori catalogo tutti gli album che le hanno precedute. Anche la strategia degli accorpamenti tra major (si pensi alla fusione fallimentare tra la Sonye la vecchia RCA) si è rivelata infelice e poco efficace. La verità è che, ormai da decenni, ai vertici di queste grosse industrie mancano i professionisti di un tempo. Gli ingredienti per il decline and fall c’erano proprio tutti. Oggi non ci resta che attendere la ciliegina finale. A degno compendio del necrologio, segnaliamo la chiusura (pochi mesi fa) di due grandi negozi storici: uno al centro storico di Padova e l’altro in via Del Corso a Roma. Nell’ultimo quinquennio si è registrato un timido ritorno del vinile, per lo più ristampe in 180 grammi e tirature limitate di nuove emissioni; in parallelo però non si è avviata un’adeguata campagna a sostegno dell’operazione (senz’altro ammirevole ma per nulla strutturata). Se le major si giocano gli ultimi assi nella manica sfornando cofanetti, box e deluxe-edition (soprattutto sotto Natale), gli artisti dal canto loro scelgono sempre più numerosi la strada dell’autoproduzione; pioniere in Italia a tal riguardo è stato il cantautore Renato Zero che nel 2009 con l’album Presente ha sfiorato il mezzo milione di copie (5000 delle quali in formato vinile, vincendo tra l’altro il premio per il vinile più venduto dell’anno), aprendo così la strada a numerosi altri colleghi (ultimo in ordine di tempo Pino Daniele). L’autoproduzione e la distribuzione indipendente si profilano sempre di più come le sole strade futuribili. L’industria discografica rischia davvero di chiudere i battenti se non verranno riformulate nuove strategie comparate per rieducare il grande pubblico alla valorizzazione del supporto fisico originale. Non si tratta certo di un’operazione facile: occorrerebbe incrementare innanzitutto i punti vendita e rifornirli in modo adeguato e ragionato (come avviene per le librerie); dovrebbe stabilirsi un dialogo costruttivo e continuativo tra le case produttrici di apparecchi hi fi e quelle di dischi; sarebbe opportuno lavorare inoltre sul ridimensionamento dei prezzi, sull’ottimizzazione del packaging, sulla promozione della cultura musicale nel rispetto del copyright e dei diritti d’autore. Solo una seria campagna di sensibilizzazione potrà risollevare le sorti della musica e restituirla agli antichi splendori dei decenni passati. Gli operatori del settore farebbero bene a stabilire al più presto una comunità di intenti, a investire su obiettivi a lungo termine prima che il disco, il caro vecchio disco, si rompa per sempre.

Leone Maria Anselmi

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