IL CULTO CIVILE. Consigli pratici per un uso alternativo delle religioni

Read Time9 Minutes, 18 Seconds

di Giuseppe Maggiore

 

Immaginate un giorno, mentre passeggiate per le vie della vostra città, di imbattervi in una processione laica. Vedreste centinaia di persone portare in giro l’effigie di Socrate o di Ipazia, di Giordano Bruno o di Galileo Galilei, di Pier Paolo Pasolini o di Falcone e Borsellino. La lista potrebbe ampliarsi all’infinito, poiché tanti sono gli eroi della società civile, fulgidi esempi dell’ingegno umano in ogni campo dello scibile: dalla filosofia alla scienza, dalle arti alla letteratura, dall’umanesimo all’impegno politico, etc. Personaggi che a vario titolo hanno fatto la storia spendendo la loro vita e il loro ingegno per costruire una società migliore. Pensate quante vite si sono spese per la formazione di un ideale democratico, per il riconoscimento dei diritti civili, per la tutela della dignità della persona in ogni suo aspetto; le tante lotte per il diritto al lavoro, al voto, allo studio, la pari dignità tra uomo e donna, la libertà di pensiero e di parola, il progresso della scienza e della medicina… Quante vite fuori dal comune, quasi sempre incomprese, osteggiate, perseguitate, spesso lasciate sole al loro destino! Quante lotte e quanti spargimenti di sangue ci son voluti? Pensate anche solo alle vittime delle mafie (o dello Stato), sacrificate sull’altare della legalità. Sono meno degni di memoria e di devozione, rispetto a chi avrà fondato un’abbazia o un ordine religioso, quanti hanno magnificato i luoghi in cui viviamo con le loro opere architettoniche, pittoriche, scultoree? E se si celebra la memoria di un fine teologo od oratore, che posto spetterebbe a quanti ci hanno deliziato con sublimi componimenti musicali o con versi poetici in grado di dare voce ai sentimenti più reconditi dell’animo umano, spesso riuscendo a tradurre l’intraducibile? Quale migliore e più nobile testimonianza di queste un uomo può lasciare di sé? Quale miglior esempio di chi è riuscito con la sua opera a superare gli angusti limiti dell’umana condizione, lasciando ai posteri eccelsi capolavori in cui contemplare armonia e bellezza? Se i giorni di un calendario non sono sufficienti per menzionare tutti i santi che hanno sacrificato la propria vita a un dio in cui credevano, non sono meno coloro i quali hanno dato altrettanta prova di eroismo pur senza avere un riferimento trascendentale, un dio in cui credere e da promuovere. Da qui l’esigenza di un calendario che renda giustizia della memoria di cui entrambi, santi cristiani e santi laici (credenti o non), sono degni. Un laico non credente potrebbe preferire festeggiare il proprio onomastico il giorno 5 gennaio (anniversario dell’uccisione per mano mafiosa dello scrittore e giornalista Giuseppe Fava), piuttosto che il giorno 19 marzo (San Giuseppe, sposo di Maria). E se un appartenente a qualche religione si sente legittimato ad esercitare il proprio culto non solo all’interno dei luoghi preposti (chiese o sale di adunanze), ma anche per le vie e le piazze delle città, attraverso processioni e manifestazioni varie, cosa impedisce ad un laico non credente di avere anche i suoi luoghi di culto, i suoi riti collettivi da esplicare all’aperto? Se contravvenendo ad un preciso veto divino, una chiesa cristiana è riuscita a legittimare il ricorso alle immagini per uso devozionale, innalzandole sugli altari, nelle tante edicole votive che tempestano le civili abitazioni e financo all’interno delle istituzioni laiche pubbliche, cosa impedisce ad un laico di forgiare sculture e dipingere immagini dei propri eroi, da esporre in appositi templi laici, nelle vie, nelle abitazioni e, quindi, anche nelle varie sedi pubbliche e istituzionali (scuole, municipi, palazzi di giustizia, ospedali etc.)? Va da sé che in un siffatto scenario anche il credente cristiano, o buddista, o islamico, potrebbe avere come capezzale o portare nel proprio portafogli un “santino” laico, in quanto, a differenza delle varie divinità, santi o esseri illuminati delle diverse confessioni religiose, gli eroi laici appartengono a tutti: il loro esempio e le loro mirabili azioni si rivolgono a tutta l’umanità, non sono appannaggio degli appartenenti a quello o quest’altro credo religioso. Il Santo Laico (sia esso un filosofo, uno scienziato o un intellettuale), ancor più se ateo, potrebbe essere considerato l’Eroe o l’Eroina Universale per antonomasia. Egli appartiene a tutti in quanto il suo messaggio e ogni sua conquista sono il sommo frutto dell’attenzione che nutre per l’uomo in quanto suo simile, non in quanto immagine di un dio; gratuitamente, senza alcuna aspettativa di premi futuri in un’altra presumibile vita, senza agire in virtù d’un timor di dio, egli indaga con temerarietà ogni aspetto della propria natura, disposto a sfidare l’Oltre, a spingersi verso nuove mete inesplorate. Con raziocinio e onestà intellettuale costui si sforza di perseguire la verità, senza forzarla o costringerla entro granitici dogmatismi. Verità che ha il pregio nel suo saper essere il più delle volte negoziabile; sensibile al vaglio della storia, della ragione, a una continua evoluzione del pensiero scientifico e umanistico. Non c’è nessun proselitismo nell’opera di un siffatto Santo: in quanto spirito libero egli ha in disprezzo gli ovili settari, le gabbie ideologiche foriere di tanti e deleteri fondamentalismi. Eppure, diversamente dai tanti idoli che affollano chiese ed edifici di culto delle varie religioni, ritraenti divinità o santi talvolta dall’oscura identità, sembra esserci una certa iconoclastia o reticenza nei confronti degli eroi del libero pensiero, delle menti intellettualmente più luminose, dei tanti tra loro che sono stati martiri del fervore inquisitorio, dell’oscurantismo, vittime del pregiudizio, dell’intolleranza, dei fondamentalismi o dei totalitarismi. Per i più fortunati passati alla notorietà, a parte qualche monumento corroso dalla ruggine o dai muschi, spesso messo più come arredo urbano che come atto celebrativo e sacrale, la memoria di queste glorie della società civile è relegata negli ambienti scolastici e accademici o ad uso e consumo di elitari circoli intellettuali. Mentre milioni di persone al mondo sono pronti a genuflettersi dinanzi all’immagine d’un Cristo o d’una Madonna, a baciarla, venerarla, talvolta persino a compiere lunghi pellegrinaggi per raggiungerne una ritenuta particolarmente prodigiosa, nessuno si è mai sognato di inchinarsi davanti all’immagine di Charles Darwin o di Leonardo da Vinci, di Anna Frank o di Martin Luter King. Eppure, a fronte dei miracoli invocati davanti alle icone religiose, al cospetto di quelle laiche si potrebbe chiedere di ottenere un ingegno più brillante, il dono dell’ispirazione artistica o letteraria, maggiore forza e tenacia nelle imprese sociali, la liberazione da certi insani condizionamenti, un maggior spirito critico, più discernimento e lungimiranza nell’azione politica,  la chiave del successo per la carriera professionale, una soddisfacente vita sessuale e affettiva e, soprattutto, il lume della ragione che mai dovrebbe mancare! Assumere quindi queste figure come modelli da imitare per tendere a più alte mete, un po’ come fanno cattolici e ortodossi con i loro santi.

Nel servizio d’apertura del presente numero si dice: “più biblioteche e meno chiese”. Non si vuole certo affermare con ciò l’inutilità dei luoghi di culto, quanto piuttosto auspicare l’incremento e il giusto risalto a quei luoghi sacri per il Pensiero Universale, tra le cui mura giacciono in scaffali polverosi migliaia e migliaia di Sacre Scritture: saggi, romanzi, trattati, prose, poesie costituiscono un’immensa mole di conoscenze, informazioni, perle di saggezza, acute riflessioni, ammonimenti e lezioni di vita. La biblioteca (quando è ben fornita) è l’unica istituzione in grado di trasformare un piccolo borgo di provincia in una sterminata metropoli, poiché è lì che si condensa tutto il percorso tracciato dalla storia, tutto il sapere a cui è pervenuta l’umanità; è lì, tra quei libri che giungono da epoche e continenti diversi che si possono realizzare gli incontri più straordinari ed esaltanti in grado di cambiare un’esistenza. E quei libri attendono l’uomo della strada, la casalinga e la commessa, l’operaio e l’impiegato…sono lì per ciascuno, affinché ciascuno trovi tra le loro pagine ciò che cerca. Nessun luogo risulta pertanto più sacro e prezioso alla società civile! Se esistono così tante chiese per pochi fedeli, è opportuno che ogni città, piccola o grande che sia, abbia non una ma più biblioteche, facendo di esse il vero fiore all’occhiello di ogni comunità cittadina. Dovrebbero essere concepite come dei veri e propri templi laici in cui farebbero bella mostra di sé anche ritratti e sculture di uomini illustri; dotate di sale-studio, di auditorium dove ci si possa riunire in assemblea per celebrare la Parola, il Pensiero, la Sapienza, l’Intelletto, l’Arte, la Scienza, leggendo e “spezzando” i passi più ispirati di filosofi, scrittori, scienziati, sociologi… con quella stessa riverenza e sacralità con cui i credenti di ogni religione ascoltano i brani di quei testi ritenuti divinamente ispirati. Quanto delineato potrebbe sembrare un’idea bizzarra. Dopotutto, ciò che distingue un laico a-religioso dal fedele di una qualunque religione è proprio il rigetto di ogni smania idolatrica nei confronti di una qualche entità celeste, sia pure attraverso un’immagine o un libro, o verso un qualsivoglia leader che si arroghi il ruolo di tramite col divino. Nessun ateo si sognerebbe mai di fabbricarsi delle immagini al fine di farne oggetto di culto, o di riversarsi in una chiesa o in una piazza per assistere acriticamente ad un’omelia. Il più delle volte, anzi, l’ateo è colui che ha voltato le spalle al complesso di riti e precetti di una religione, non riconoscendosi affatto in essi e cercando di affrontare il proprio percorso esistenziale assumendosene ogni responsabilità etica e morale. Tuttavia, la sua non appartenenza ad una comunità di credenti ben strutturata e istituzionalizzata gli preclude il più delle volte la possibilità di potersi ritrovare in un dato luogo o momento di aggregazione con altre persone che condividono con lui lo stesso percorso. Ciò può ingenerare un senso profondo di smarrimento e di solitudine. Proprio prendendo atto di queste riflessioni è uscito di recente un interessante libro di Alain de Botton, Del buon uso della religione – una guida per i non credenti, edito dalla Guanda. Secondo l’autore si può rimanere atei senza per questo rinunciare a certe norme e consuetudini tipiche delle religioni, le quali, una volta separate dalla struttura sovrannaturale in cui sono state concepite ed epurate dai loro contenuti dogmatici, possono benissimo adattarsi ad una vita laica. De Botton invita perciò i laici non credenti a trarre esempio e ispirazione dalle istituzioni religiose storiche, almeno per quanto attiene ai loro aspetti cultuali (luoghi di culto, messe, ritiri spirituali, iconografie e orazioni), e suggerisce delle ipotesi di adeguamento intese a darsi una qualche forma di vita comunitaria, in poche parole, una sorta di religione atea. Pur dichiarandosi un ateo, infatti, De Botton lascia trapelare una certa fascinazione e ammirazione per il ricco armamentario messo su dalle varie chiese confessionali, identificandovi alcune lezioni di cui i laici potrebbero far tesoro, come ad esempio promuovere certi valori universalmente condivisibili, selezionare i santi laici da proporre nel proprio pantheon, ripensare le strategie delle università, riorganizzare i musei, usare l’architettura per santificare i valori. Egli infatti conclude il libro dicendo: “A volte le religioni sono troppo utili, efficaci e intelligenti per essere lasciate solo a chi crede”.

Giuseppe Maggiore

Copyright 2011 © Amedit – Tutti i diritti riservati

VAI AGLI ALTRI ARTICOLI AMEDIT MAGAZINE N° 8

0 0

About Post Author

Amedit rivista

Rivista Amedit-Amici del Mediterraneo, trimestrale di Letteratura, Storia, Arte, Scienza, Cinema, Musica, Costume e Società. Per richiedere una copia della rivista scrivere a: amedit@amedit.it o visitare la sezione "Abbonati" di questo sito.

Rispondi

Next Post

WORK IN REGRESS. Dignità negate / Storie di ordinaria disoccupazione

Ven Set 23 , 2011
di Giuseppe Maggiore “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Art. 4 della Costituzione della Repubblica Italiana Stefano, milanese, […]
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: