LAICO SUBITO. L’Italia è davvero uno Stato laico?

Posted on 23 giugno 2011

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Chiunque procederà alla vaccinazione cesserà d’essere figlio di Dio:

il vaiuolo è un castigo voluto da Dio,

la vaccinazione è una sfida contro il cielo.

Leone XII, papa dal 1823 al 1829

Un uomo civile rispetta tutte le opinioni e tutte le religioni nella misura in cui queste a loro volta lo rispettano. Chiunque non sia rigidamente inquadrato in una qualsivoglia ideologia morale o religiosa può, orgogliosamente e di buon diritto, definirsi laico. Il termine, a volerne rintracciare l’etimologia specifica, deriva dal greco laikòs che sta’ per “popolare” (da laòs che significa “popolo”). Sui comuni dizionari della lingua italiana il laico è colui che non fa parte del clero, che non ha ricevuto gli ordini sacerdotali, che sostiene la piena indipendenza del suo pensiero etico e politico dall’autorità ecclesiastica. In altre parole il laico è la persona, il cittadino, una singola individualità facente parte di una collettività, quindi un individuo che si oppone alle interferenze della gerarchia ecclesiastica in ogni aspetto del vivere civile. Sulla più nota enciclopedia on line si può leggere: La parola laicità, in senso politico e sociale, denota la rivendicazione, da parte di un individuo o di una entità collettiva, dell’autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui. Laico è, in questo senso, chi ritiene di poter e dovere garantire incondizionatamente la propria e l’altrui libertà di scelta e di azione, particolarmente in ambito politico, rispetto a chi, invece, ritiene di dover conciliare o sottomettere la propria e l’altrui libertà all’autorità di un’ideologia o di un credo religioso. In età medievale i primi teorici della laicità dello Stato furono Marsilio da Padova (autore del Defensor pacis) e Guglielmo d’Ockham (autore del Dialogus); grazie a queste due opere furono gettate le basi di uno Stato inteso in senso moderno. Facciamo un grande salto temporale e piombiamo dritti sul meraviglioso testo della nostra Costituzione. Qui leggiamo: “Lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Ma, nello specifico, che cosa intendiamo veramente per Stato laico? In che cosa dovrebbe manifestarsi questa laicità? Presto detto: uno Stato laico non si fregia di nessuna mitologia ufficiale, di nessuna ideologia dominante e, soprattutto, di nessuna religione di Stato; uno Stato laico è assolutamente imparziale rispetto alla moltitudine di ideologie e di credi religiosi, e garantisce rigidamente la totale eguaglianza giuridica di tutti i cittadini, senza discriminarli sulla base delle loro idee religiose o non religiose; uno Stato laico promuove e tutela i diritti di libertà di tutti i suoi cittadini (libertà di pensiero, di parola, di riunione, di culto, di associazione, compatibilmente con le proprie leggi e ordinamenti); uno Stato laico non legifera ispirandosi a fantasiosi dogmi o a pretese ideologiche di determinate scuole di pensiero, ma legifera altresì al fine di garantire a tutti i suoi cittadini la giustizia, la sicurezza, la coesione e la libertà. Se ora, alla luce di quanto abbiamo letto, ci domandassimo che cos’è uno Stato laico non avremmo che da rispondere tutti in coro: uno Stato laico è il posto dove vorrei vivere e dove vorrei cercare la mia felicità! Tante belle parole, tanti buoni propositi, tanti struggenti scenari, ma quello che abbiamo intorno è ahinoi un’altra Italia, un altro Stato (o, per usare un gioco di parole, un’Italia in pessimo stato). Se per una volta, indipendentemente dalla nostra appartenenza, ci immedesimassimo in una cosiddetta “minoranza” uscendo dalla bambagia della nostra condizione privilegiata, capiremmo che cosa significa subire le pressioni di uno Stato avverso (o non autenticamente solidale e garantista).

In questi ultimi tempi la parola più di moda nei lussuosissimi corridoi vaticani è: Relativismo. Ratzinger sembra che abbia ingaggiato col relativismo una vera e propria battaglia personale (a colpi d’ostensorio, verrebbe da dire). Che cosa poi l’attuale papa intenda esattamente per relativismo è facile da intuire: è una parola talmente relativa (o se si preferisce relativizzata) che a ben guardare non significa altro all’infuori di se stessa, una tautologia pura che come un barbapapà si presta a un’infinità sorprendente di riferimenti specifici. Ratzinger bolla per relativismo, detto in parole povere, tutto ciò che esula dalle sue convinzioni, tutto ciò che gli stona addosso, tutto ciò che affranca l’individuo dall’assoggettamento sul cosiddetto piano morale. Si, decisamente una parola molto trendy in certi ambienti. Secondo l’accezione papale una società relativistica non è che un’orda di pecore smarrite in balìa di un istinto vacuo e senza principi. Verrebbe da chiedersi, se esiste il reato di vilipendio alla religione perché non esiste il reato di vilipendio alla laicità? Perché una minoranza offesa dalle dichiarazioni di turno di questo o quel vescovo o di questo o quel papa non è tutelata giuridicamente e legalmente dallo Stato laico al quale paga le tasse? Misteri del relativismo? In Italia, lo sappiamo, la legge è uguale quasi per tutti.

A scanso di equivoci, lo ribadiamo, l’attacco non è alla religiosità ma all’organo che la gestisce; non si commetta l’errore di confondere il laico con l’antireligioso. Scrive Corrado Augias nel recente saggio best seller Disputa su Dio e dintorni: “(…) la Chiesa si comporta come un qualsiasi organismo politico, ossia corteggia il potere, anzi, cerca di gestirlo in proprio quando le circostanze storiche glielo permettono. Per un altro verso, però, pretende che il suo giudizio, le sue affermazioni, la sua morale, diventino verità indiscutibili, anzi, “principi non negoziabili”,  come si ripete spesso. In poche parole, la Chiesa reclama per sé tutti i vantaggi dell’azione mondana, ma anche tutti i privilegi d’una pretesa ispirazione divina o, comunque, una specie di monopolio della morale. La fusione di questi due aspetti dà come risultato il tentativo, particolarmente insistente in Italia, di imporre la sua verità non solo ai fedeli, ma a ogni cittadino, di trasformarsi cioè in una religione civile. In una democrazia, invece, non esistono principi non negoziabili; una democrazia non possiede verità indiscutibili, il relativismo non è la sua debolezza, è la sua forza e il suo pregio. L’idea di possedere la verità è una prerogativa dello Stato etico e abbiamo visto durante il sanguinoso Novecento quali atrocità gli Stati etici (fascismo, nazismo, comunismo) abbiano causato.”.

Le religioni, tutte indistintamente, si fondano su una pretesa di verità. A tal riguardo il celebre matematico Piergiorgio Odifreddi scrive: “Diversamente dalle religioni la scienza non ha bisogno di rivendicare nessun monopolio della verità:  semplicemente, ce l’ha. E allora, accettiamo una buona volta di dare a Pitagora ciò che è di Pitagora, cioè l’unica oggettività scientifica, e a Cristo ciò che è di Cristo, cioè una delle tante soggettività religiose, evitando comunque di mescolare sacro e profano: cioè le profondità logiche con le superficialità teologiche.” (dal saggio Perché non possiamo essere cristiani). A differenza di Augias, Odifreddi utilizza un linguaggio fortemente ironico, irriverente e dissacratorio, ma la sostanza alla base è la stessa: in entrambi urla una rivendicazione della libertà umana sia sul piano socio-politico che su quello logico-scientifico. Aldo Busi compie lo stesso percorso sul piano letterario: tutta la sua opera è volta allo smascheramento della società italiana e al perseguimento di un’identità civile. Busi preferisce definirsi areligioso piuttosto che laico e rivendica orgogliosamente il suo essere Cittadino di questo Paese; spesso bersaglio di censure, Busi è uno Scrittore militante, scomodo in ogni sua affermazione e incarna pubblicamente una sorta di prototipo ideale del Perfetto Laico contemporaneo. Scrive Gaetano Salvemini: “La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà, intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro. (…) L’ideologia del laicismo nega alle autorità ecclesiastiche il diritto di mettere legalmente al servizio delle loro ideologie le autorità secolari. Le autorità ecclesiastiche hanno il diritto di consigliare i fedeli, e magari di condannarle al fuoco eterno, ma nell’altra vita. Se avessero la facoltà di imporre giuridicamente a fedeli e non fedeli i loro consigli e le loro condanne in questa vita, i loro consigli diventerebbero leggi. I peccati diventerebbero delitti. Il laicismo – inteso in questo senso, e non so in quale altro senso si possa intendere – è la secolarizzazione delle istituzioni pubbliche.” Sul piano di una divulgazione scientifica assolutamente laica si muovono Margherita Hack e, con una eco più internazionale, Dawkins e Hawking; dalla nutrita saggistica di questi ultimi traspare in primo luogo la fiducia nell’uomo contemporaneo, un uomo lucido e razionale, che non rinuncia alla dimensione del romantico e del sognatore. Laicità, infatti, non sta per bieco materialismo, ma per fiducia nelle potenzialità dell’individuo e della collettività (la religione della Natura è la religione di tutti, nessuno escluso).  Sull’importanza della laicità in Italia non si insisterà mai abbastanza. Sembra una parola semplice, pulita, breve, inoffensiva, tuttavia la si pronuncia sempre con una certa tensione, talvolta con una punta di imbarazzo, come se si trattasse di una parola di troppo, di un termine azzardato o peggio ancora di una bestemmia. Sebbene la laicità sia una condizione biologica dell’essere umano (del cittadino contemporaneo di un Paese civile), per l’italiano ahimè le cose sembrano andare diversamente. Intendiamoci, sulla carta e sulla Costituzione è tutto apposto, ma nella vita reale si assiste spesso e volentieri a un vero e proprio ribaltamento.

Nel Bel Paese il principio di laicità dello Stato è puntualmente e grottescamente contraddetto da una contaminazione di fondo, da un’ingerenza a getto continuo che informa di sé questioni delicatissime dell’intero apparato sociale. Le categorie sociali più privilegiate che non risentono di queste ingerenze sono le prime a ostacolare attivamente un radicale mutamento che vada a beneficio di quelle frange più penalizzate. Dietro questi appoggi possono celarsi, oltre che perniciose ideologie, interessi personali e tornaconti elettorali (la situazione, per chi ha occhi per vedere, è fin troppo chiara). Nel 2011, anno in cui stiamo scrivendo questo articolo, le credenze religiose continuano a rivestire un ruolo di assolute protagoniste, anzi potremmo dire di primedonne. Le credenze religiose vengono offerte e propagate dai media in qualità di cose ovvie, incontrovertibili, naturali; in barba alla razionalità e alla conoscenza scientifica queste credenze si spalmano acriticamente su giornali e telegiornali, con la stessa metodica puntualità dei servizi sportivi calcistici. Organi istituzionali come i telegiornali fomentano la credenza religiosa (lo ripetiamo, acriticamente) in una prospettiva univoca, quasi si trattasse della sola condizione di pensiero possibile. Anni e anni di questo operato hanno prodotto sacche di società impermeabili a qualsivoglia crescita e dialogo civile. È opinione di molti che l’attuale papato corrisponda al risorgere di un nuovo medioevo. Pur essendo entrati in Europa, non si sa da quale porta, il nostro sistema legislativo continua a interpretare la Costituzione secondo modalità assolutamente arbitrarie e speciose. La Mater Ecclesia (più Pater che Mater, vista la quasi totale assenza di quote rosa nelle grigie gerarchie) detta legge al bimbo come all’adulto e difende strenuamente un modello di famiglia tradizionale che già dalla metà degli anni ’70 del ‘900 ha cessato di profilarsi come il solo modello possibile; il vuoto legislativo che non riconosce e non tutela le nuove famiglie contemporanee è dovuto in massima parte all’accanito e violento ostracismo di coloro che, per credenze religiose, hanno scelto di non riprodursi. Da questo punto di vista la stragrande maggioranza dei Paesi europei ha fatto passi da gigante, di pari passo con una contemporaneità dinamica e propositiva. Il potere vaticano tiene ben salde le mani sulla famiglia, perché sa che fino a quando riuscirà a governare a suo insindacabile giudizio questo presepio gli sarà garantita la massima libertà d’azione. Battesimi, matrimoni e funerali, se conditi dal timor di Dio, garantiscono un gregge più mansueto, più assoggettabile, più subordinabile. La categoria sociale che attualmente in Italia è costretta a pagare il prezzo più alto è quella, per l’appunto, delle cosiddette famiglie non tradizionali. Parliamo di milioni di persone che non vedono riconosciuti i loro diritti solo in quanto coppie omoaffettive o nuclei di convivenza alternativi. I francesi, i tedeschi, gli spagnoli, gli svedesi, gli olandesi etc. guardano all’Italia con dichiarato stupore e davvero non si capacitano di come la culla del Rinascimento abbia potuto degenerare in un clima così retrivo e discriminatorio (secondo alcune statistiche il mancato incremento del turismo trova in questo aspetto una delle ragioni più importanti).

Qualcuno tempo fa scrisse: “Il modo migliore per difendere i propri diritti è tutelare in primo luogo quelli degli altri”. In una recente intervista lo scrittore Aldo Busi ha dichiarato che “…Bisogna essere profondamente anticlericali.”, intendendo con questo l’urgenza di un’autentica azione collettiva che riformuli l’assetto sociale dal punto di vista legislativo e civile. Anche Corrado Augias si è espresso più volte con toni così espliciti in difesa di una laicità accettata in astratto ma mai puntualmente verificabile nel concreto.

In Italia di laicità si parla sempre troppo poco, forse con una certa rassegnazione. I più ottimisti dicono che è solo questione di tempo, che la situazione evolverà positivamente al massimo entro un decennio, che la roccaforte italiana deve per prassi crollare per ultima (la Santa Romana Chiesa gioca in casa e difende strenuamente con gli artigli sguainati il suo territorio). Nascite o aborti, matrimoni o divorzi, coppie di serie A e coppie amorali, fecondazioni assistite o adozioni, accanimenti terapeutici o eutanasie… non c’è campo della vita sociale dove non svolazzino le ricamatissime tonache; l’illegittimità di queste incursioni è ampiamente documentata dal dibattito quotidiano su stampa e televisioni, eppure stupisce di come gli organismi più istituzionali dell’informazione non dedichino gli stessi spazi alle opinioni del Dalai Lama o altri gruppi di ispirazione etico-religiosa. Quasi tutti i telegiornali, infatti, hanno l’abitudine di dare per scontata la “cristianità” del cittadino all’ascolto, contravvenendo a quell’imparzialità che invece dovrebbe contraddistinguere la dinamica dell’emanazione del messaggio di turno. Sottigliezze? No, decisamente no. La struttura laica del nostro Paese è profondamente minata dal suo interno, da una sorta di genuflessione implicita e reverenziale percepibile un po’ ovunque, quasi che “cristiano” debba necessariamente coincidere con “persona perbene”. Di contro, è il laico a passare per fuorilegge, per sobillatore, per ribelle a tempo perso. Sotto questa luce sono da considerarsi di estrema importanza operazioni di divulgazione scientifica e di autocoscienza civile promosse da matematici, scrittori, astrofisici e intellettuali (abbiamo già citato Corrado Augias e Aldo Busi, e qui aggiungiamo i nomi di Piergiorgio Odifreddi, di Franco Morganti, di Telmo Pievani, di Vittorio Girotto, di Giorgio Vallortigara, di Andrea Frova, di Margherita Hack, di Massimo Teodori, di Richard Dawkins, di Stephen Hawking, di Sebastiano Vassalli etc.). Non necessariamente la laicità deve corrispondere a un atteggiamento areligioso; la laicità non si contrappone alla religione in quanto tale bensì al dictat clericale, alla cappa parrocchiale che getta ombre su quel diritto al Sole che è proprio di ogni essere umano. Il laico non nega i diritti di nessuno, ma lotta per i diritti di tutti, e soprattutto lotta contro chiunque operi per limitare la libertà e la felicità del prossimo. Il laico è ispirato innanzitutto dal buonsenso e dalla ragione, non consulta vecchi libri di leggende con la pretesa di attingervi verità assolute e buone per tutti. Il laico è un uomo libero del nostro tempo, un uomo che sa confrontarsi con gli altri e arricchirsi attraverso gli altri. Il laico non è un fesso perché ha letto bene il testo della Costituzione Italiana, e quindi sa che le cose in Italia non stanno andando come dovrebbero; il laico sa che esiste un’organizzazione molto potente che con ogni mezzo frena e ostacola una concreta attuazione dei principi costituzionali; il laico si domanda il perché, nonostante le reiterate denunce, la situazione resti pressoché immutata. Il laico si domanda: siamo davvero governati da uno Stato laico?, e se si, perché le briglie dell’ingerenza ecclesiastica sono ancora intrecciate così tenacemente alle vite degli italiani? Anche le più squisite intellighenzie religiose, una dopo l’altra si stanno allontanando dalla Chiesa. L’ultimo esempio è don Pierluigi Piazza che nel recente saggio Fuori dal tempio stabilisce: “…il vangelo orienta le scelte etiche e civili ma non deve stabilire ordinamenti”. Tutto il complesso ingranaggio ecclesiale, contrariamente agli insegnamenti del vangelo, continua a profilarsi con la tirannide di una religione di Stato, senza alcun rispetto e sensibilità verso le cosiddette minoranze (questa macchina cominciò a prendere forma dopo il IV secolo con Costantino e Teodosio).

La parola laicità non avrebbe senso se la Chiesa fosse veramente quella casa del Dio che pretende di rappresentare; nessuno infatti sentirebbe il bisogno di definirsi laico se i preti si limitassero a cantar messa, a infiorettare madonnine, ad addobbare altarini e a sorridere panciuti sui sagrati. Purtroppo la Chiesa è ben altro e oggi parla più ai corpi che agli spiriti, si diletta più sugli uomini che sugli angeli e pedissequamente vuole imporsi come esempio e come modello di rettitudine e di verità infallibile. Nessuno, davvero nessuno si sognerebbe mai di memorizzare la parola laico se la Chiesa non gli offrisse quotidianamente tutte le ragioni per farlo. Qual miglior modo di concludere se non con le parole di Giordano Bruno: “È  iniquo accettare una opinione in ossequio ad altri, è degno di servi e mercenari, nonché contrario al valore della libertà umana, sottostare ed inchinarsi a qualche autorità. E se lo splendore della luce mi ha conferito qualche autorità, perché mai dovrei asservire ed immiserire l’indole del mio ingegno?”

Massimiliano Sardina

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