IL SACRO PROFANO | Miti e riti pagani risemantizzati dall’Ecclesia

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di Giuseppe Maggiore

pubblicato su Amedit n° 7 – giugno 2011

“Gesti antichi, segni ripetuti e visti ripetere, di padre in figlio, di nonno in nipote, che scaldano l’anima al fuoco di tradizioni che parlano di Dio, della Madonna e dei Santi. Una ricchezza da “proteggere, promuovere e, se necessario purificare. (…) Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa (…) merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale ‘Popolo di Dio’.

Sono queste le espressioni di Benedetto XVI, con le quali ha ribadito l’importanza della religiosità popolare (tema assai caro nel suo magistero), rivolte l’8 aprile scorso agli esperti della Pontificia Commissione per l’America Latina. Il papa ha ricordato come “tutte quelle manifestazioni che ne derivano non potevano e non possono essere considerate “come qualcosa di secondario della vita cristiana”.

Ma quel “fuoco di tradizioni” cui il rappresentante della Chiesa Cattolica si riferiva, scaturisce realmente da una tensione verso quel Dio, quella Madonna e quei Santi cui apparentemente sembra rivolgersi? In che misura quanto viene definito “pietà popolare” può ritenersi un patrimonio della Chiesa?

Da sempre il Cristianesimo, in particolar modo quello espresso in seno alla Chiesa Cattolica, ha dovuto fare i conti con il permanere di ataviche reminiscenze dei preesistenti culti pagani. Riti che affondano nella notte dei tempi, aventi come destinatari divinità del cielo e della terra, partorite dall’innato bisogno dell’uomo di fabbricarsi delle entità o esseri supremi attraverso i quali darsi delle spiegazioni, formularsi un’idea del mondo e, al contempo, darsi dei valori e dei modelli di riferimento. Ogni religione rappresenta un ricco crogiuolo di queste manifestazioni, in cui coesistono elementi di varia natura che, seppur evolutisi in ben elaborate codificazioni teologico-dottrinali, celano tutte un fondo di quella primordiale natura avente origine nell’uomo, nel suo essere pervaso da misteri e paure, da dubbi e incertezze circa la sua esistenza e il mondo che lo circonda. Misteri che richiedono una spiegazione, paure da esorcizzare, eventi che necessitano di una causa scatenante (o di un responsabile) convergono in un elaboratissimo sistema di credenze e di superstizioni, dando luogo a molteplici espressioni cultuali e culturali, le quali col tempo finiscono per diventare fortemente caratterizzanti della cultura di un dato paese o popolo.

Cambiano le epoche, i costumi, le abitudini e gli stili di vita, ma l’uomo, in fondo, rimane sempre uguale a se stesso, con i suoi limiti e i suoi punti irrisolti. Cambiano anche le credenze e le divinità (almeno di nome), ma l’elemento religioso (il cui ricco armamentario viene promosso dalla definizione di paganesimo a quella di pietà popolare), nella sua essenza, rimane sostanzialmente uguale a se stesso, facendo leva nei punti di sempre. La religione non si estinguerà mai, almeno fino a quando l’uomo non imparerà a camminare con i propri piedi, senza dover delegare a qualcosa o a qualcuno al di sopra di esso, il come il dove il perché del suo naturale processo vitale.

Il cristianesimo è certamente il più emblematico esempio di risemantizzazione operata sul fronte delle credenze; la sua affermazione non è sempre stata facile e pacifica. Del resto esso è giunto piuttosto tardivamente nella storia dell’uomo, dopo millenni di civiltà e, naturalmente, di religiosità. Sono stati necessari lotte, spargimenti di sangue (e non solo da parte dei cosiddetti martiri onorati dalla Chiesa), alleanze con imperatori prima e politici dopo… Alla fine ha avuto la meglio, anche se la sua vittoria si fonda su non pochi “piccoli” compromessi di varia natura. Uno tra questi è la connivenza con quei riti, usi e costumi fortemente radicati e difficili da debellare, i quali avevano sì un referente sovrannaturale, divino, ma che non era certamente il Dio della cristianità con la sua Madonna e i suoi santi. Le gerarchie cattoliche, riconoscendo tuttavia l’incomparabile capacità di quest’immenso patrimonio atto a soddisfare la pietas popolare, hanno dovuto nel tempo elaborare strategie di riformulazione e ricontestualizzazione di questi residui dell’antichità, riuscendo in più occasioni a darsi anche delle giustificazioni sul piano teologico-dottrinale che ne legittimassero la sussistenza all’interno della propria dimensione puramente liturgica. Fin dalle origini, la Chiesa ha saputo assumere e integrare di volta in volta, nella sua progressiva inculturazione, forme celebrative preesistenti dotate già di per sé di una propria struttura e solidamente radicate nelle rispettive comunità; ha assimilato processioni, rituali, rogazioni, litanie traducendoli in eventi liturgici dalla natura ibrida per contenuto e forma; è giunta persino a dogmatizzare forme devozionali che si erano sviluppate autonomamente a partire dal Medioevo e fino al secolo scorso (forme di culto eucaristico, titoli devozionali riferiti a Cristo o alla Madonna entrati a far parte del calendario liturgico, per non parlare della lunga schiera di presunti santi ecc.).

Un percorso di assimilazione che si rendeva necessario, diremo obbligato, al fine di rendere meno traumatico il passaggio dal paganesimo al cristianesimo. I territori che andava mano a mano “evangelizzando” presentavano infatti una varietà di culti e di divinità tale che difficilmente poteva essere sostituita con una religione che, almeno in origine, si proponeva una certa sobrietà ed essenzialità. Alle tante divinità più o meno importanti, si aggiungeva il mito variamente espresso della Grande Madre che difficilmente poteva essere assimilato al Dio d’Israele. In tale processo il cattolicesimo ha dovuto quindi anche staccarsi dalla rigidità monoteistica che imponeva al cristianesimo delle origini (di radice giudaica) un culto esclusivo rivolto verso quell’unico Dio: la Madonna e i Santi, riuscivano a compensare degnamente tale deficit e, seppur teoricamente ritenuti semplici modelli da imitare, non destinatari di un culto al pari di Dio, di fatto nella pratica sono stati fatti oggetto di una venerazione tale da rendere molto labile questa distinzione.

Omnia mutantur, nihil interit (tutto muta, nulla perisce): il 25 dicembre del 274 a. C. l’imperatore Aureliano consacrava a Roma il tempio di Sol Invictus, istituendovi la festa del Dies Natalis Solis Invicti, un culto, questo, legato al solstizio d’inverno e che aveva una più antica origine in Oriente (Egitto e Siria) come ci riporta anche il vescovo Epifanio di Salamina. Sol Invictus, figlio del dio Aios e della Vergine Kore dovrà, con l’avvento del cristianesimo, cedere il giorno della sua natività a Gesù Cristo figlio della Vergine Maria. Il culto di Sol Invictus ha peraltro profonde analogie con quello del dio Mithra, nato in una grotta 14 secoli prima di Cristo, nella notte tra il 24 e 25 dicembre, e morto come Cristo all’età di 33 anni. Nelle cene di Mithra si consumavano pane e vino; l’Eucarestia cristiana appare come una raffinata riformulazione di fenomeni cannibalici, come nelle cene teofagiche di alcune tribù messicane nelle quali i prigionieri di guerra venivano mangiati perché ritenuti personificazioni del Dio, o come l’omofagia dionisiaca ed i banchetti degli esseni. Già un millennio prima della venuta di Cristo, gli egiziani adoratori del dio-Sole Aton chinavano il capo all’elevazione dell’ostensorio da parte dei sacerdoti (antesignano dell’attuale ostensorio a raggiera, adottato dalla Chiesa Cattolica solo nel XV secolo ad opera di Bernardino da Siena).

Antichi culti legati alla fertilità ed al sopraggiungere della primavera venivano tributati alla divinità nordica Eostre. Gli antichi popoli di Egitto, Persia, Grecia fino a Roma, in occasione delle feste di primavera mangiavano uova (simbolo di vita e di fertilità) colorate; i persiani ne facevano dono; nelle tavole dei caldei si consumavano uova dipinte e focacce calde con sopra inciso il segno della croce. Come non riconoscere in queste antiche usanze quelle tuttora in voga presso i cristiani cattolici in occasione della Pasqua?

I templi dedicati alla Vergine Iside, divinità egizia il cui culto è stato tra i più celebrati tanto in Oriente quanto in Occidente, vennero riconvertiti in santuari mariani, e le statue della bella Vergine Iside “Regina Caeli” con in braccio il figlio Horus, vennero distrutte o semplicemente trasformate in Madonne (sebbene alcune tra le più venerate effigi della Vergine Maria abbiano conservato più palesemente le sembianze della nera Iside, vedi ad es. la Madonna del Tindari in Sicilia); Iside viene spogliata anche del suo appellativo di “Regina Caeli”, che ritroviamo tra i tanti elencati nella litania della B.V. Maria. Analogamente i templi dedicati al dio Giove vennero trasformati in chiese dedicate a un santo mai esistito: San Giovenale, mentre il mito di Cadmo che uccide il drago diventa il popolarissimo e veneratissimo San Giorgio, la cui agiografia è alquanto oscura. Sono solo alcuni esempi di quella opera di “riciclo” operata da parte della Chiesa per domare e convogliare quel “fuoco di tradizioni” entro l’alveo del “proprio patrimonio”, tanto da poter affermare con il versetto biblico dell’Ecclesiaste 1,9: Nihil sub sole novum (nulla di nuovo sotto il sole). Con l’ineluttabile mutare dei tempi, la Chiesa  – in virtù del suo forte istinto di conservazione – è, di volta in volta, costretta a rivedere certe sue posizioni. Troppo spesso, poi, si è vista tacciata di politeismo e idolatria da parte di altre religioni occidentali.

In una delle quattro costituzioni emanate dal Concilio Vaticano II (1962-1965), la “Sacrosanctum Concilium” del 4 dicembre 1963, i padri conciliari hanno cercato di fornire un indirizzo d’azione sul come armonizzare tra loro liturgia e pietà popolare, affidando tale gravoso compito ai vescovi: ciascuno di questi, all’interno della propria diocesi, si trova a doversi confrontare con una qualche forma di residuo pagano (o pietà popolare che dir si voglia). Ciascuno ha dunque dal canto suo recepito e attuato tali istruzioni seguendo il proprio discernimento, e non sempre con successo; in taluni casi si è esercitato un vero e proprio abuso di potere al fine di estirpare quegli elementi che, pur connaturati alla cultura di un popolo, venivano ritenuti dissonanti con la corretta pastorale.

Il dettato conciliare pone la Liturgia al centro della vita cristiana, a cui ogni altra manifestazione deve necessariamente adeguarsi o soccombere. Tuttavia, la liturgia ufficiale postconciliare in molti casi non sembra aver soddisfatto a pieno le esigenze celebrative delle comunità di riferimento; nei casi in cui ha drasticamente espugnato e soppiantato quanto di genuinamente espresso dalla pietas popolare, ha spesso generato un vuoto che non rende giustizia alla ineguagliabile varietà e ricchezza espressiva di alcune celebrazioni cosiddette “extraliturgiche”, suscitando in più occasioni nei fedeli un irrefrenabile riflusso verso forme rituali dal sapore arcaico. Uno scacco che la Chiesa Cattolica sperimenta non solo nei nuovi territori di missione, come l’Africa o l’America Latina, ma anche, o forse più, nel suo Paese roccaforte, l’Italia. È qui, tra le file di quanti si professano “cattolici” praticanti e non, dal nord al sud e d’ogni ceto sociale, che sopravvivono tenacemente credenze religiose dalla forte componente esoterico-superstiziosa; ed è qui che ci troviamo a contemplare uno scenario quanto mai intessuto da una ricca trama di tradizioni con le loro suggestive e multiformi manifestazioni.

Certe tradizioni sembrano come governate dall’istinto conservatore dei pool genici (Richard Dawkins userebbe l’espressione memi): per loro non è importante tanto il referente (che si chiami Adone o Cristo, Cibele o Maria), quanto la possibilità di perpetuarsi a dispetto dei tempi e per tramite di vari adeguamenti dettati dall’habitat in cui si sviluppano o attecchiscono (condizioni socio-politico-religiose). Simulacri (ex Idoli) che nel lungo processo storico mutano nomi o fattezze; statue che spesso travalicano i limiti stessi della materia di cui sono forgiate per diventare presenza concreta, quasi carnale, del nume (vedi ad es. il San Calogero ad Agrigento, accarezzato, abbracciato, baciato come se si trattasse di una persona in carne ed ossa; certe invocazioni, vezzeggiativi e apprezzamenti pronunciati con lo sguardo estasiato rivolto verso i muti e affascinanti sembianti che troneggiano nei loro splendenti fercoli, come nel caso di Sant’Agata a Catania; la rappresentazione della “deposizione dalla croce” che ha luogo in molte chiese il Venerdì Santo, avente ad oggetto un Cristo snodabile che, riposto su un catafalco, viene accarezzato, baciato, adorato dai fedeli sotto lo sguardo compiacente dei sacerdoti; le speciali statue di Madonne pellegrine, come quella di Fatima o di Loreto, accolte ovunque come vere e proprie star, lì dove le statue di madonne certo non mancano). E c’è poi anche una dimensione del gioco che caratterizza fortemente molte di queste manifestazioni, in primis le processioni, in cui gli approcci di certi devoti (perlopiù maschi),  sembrano trovare nei sacri simulacri un sostituto delle bambole con le quali da piccoli non hanno osato giocare (a Sambuca di Sicilia la statua della Madonna viene vestita di un manto e agghindata come fosse una sposa nel giorno del suo matrimonio, poi condotta l’intera notte per le vie del paese tra canti e solenni bevute; qualcosa di simile avviene a Mineo il giorno dell’Assunta, con una sorta di manichino raffigurante la dormizione di Maria).

A dispetto dei tempi e dei tanti proponimenti, resiste quindi, integrata o parallela all’ortodossia cattolica, una liturgia popolare (frutto di un’evidente “anima pagana” mai sopita), che si veste d’un folklore denso di profumi, colori e sapori, di gesti rituali e consuetudini irrinunciabili. Un paganesimo delle origini, ora vestito di pietà popolare, che irrompe puntuale con i suoi eccessi, con le sue drammatizzazioni, i suoi costumi, i suoi idoli scolpiti e rivestiti d’oro e argento, le sue processioni, i suoi pellegrinaggi con tanto di mercimonio, gli ex-voto in cera e metalli, le reliquie-feticcio, il devozionismo tanto assetato di nuovi santi e nuovi miracoli… Se nelle regioni del Sud Italia, in Sardegna o in paesi come la Spagna tali manifestazioni suscitano il fervore di chi vi prende parte e riescono a sedurre lo sguardo di chi vi assiste, grazie al fantasmagorico spettacolo cui danno luogo (con tanto di marce, fuochi e luminarie sfarzose), è sufficiente recarsi in un qualunque santuario italiano e non per rendersi conto di quali e quante contaminazioni rituali si celino al loro interno. È lì che troviamo conferma di quanto Francis Weiser scrive in The Easter Book: «La Chiesa ha elevato il simbolismo precristiano della natura a rito cristiano sacramentale. Le usanze non cristiane hanno reso attraenti gli aspetti soprannaturali del periodo (liturgico).».

Sacro e profano, paganesimo e cristianesimo si intrecciano, si influenzano a vicenda, formano un inestricabile connubio. Un’ibridazione che dà luogo a espressioni di culto variamente espresse, ricche di elementi che si connettono con la storia e la cultura delle comunità, certamente più coinvolgente rispetto alla sobrietà di una semplice celebrazione liturgica ingessata nelle sue rigide formule.

Nella presentazione al volume L’eccesso dell’amore di Fabio Randello il vescovo Calogero Peri osserva: «La religiosità popolare, a dispetto di quanti l’osannano o di quanti la denigrano, continua a veicolare, per molti, di fatto, il loro incontro con Dio. Si può discutere, anzi se ne deve discutere, del perché lo fa, del come lo fa, e fin dove lo fa o lo può fare. Ma, in ogni caso, senza dimenticare che lo fa. (…) Resta comunque da spiegare la sua forza di coinvolgimento, la sua capacità di trasmettere contenuti, insegnamenti, valori, memorie, attraverso forme che magari possiamo giudicare inadatte o pagane, deviate e devianti, umane e non evangeliche. A volte a noi l’intero ciclo dell’anno liturgico, con tutte le sue celebrazioni, ripetute ogni anno, non riesce a far fare profonda esperienza di Dio o a dare identità cristiana ai nostri fedeli, e poi di contro basta una solo evento di pietà popolare per segnare nella mente, nel corpo e nel cuore ogni persona e tutta la comunità. Forse sarà l’approccio totalizzante, il mettere in sinergia la mente e il cuore, la ragione e le emozioni, il passato e il presente, le nuove generazioni con quelle passate, quello che si può raccontare con quello che resta misterioso, quello che gli occhi riescono a vedere con quello che solo il cuore può sentire. Sarà in questo il suo segreto e la sua efficacia, sarà magari in altro, ma non può sfuggire alla nostra considerazione che sicuramente riesce a toccare le corde più sensibili e più universali dell’animo umano.»

Al pari di certe frasi idiomatiche, locuzioni, modi di dire propri di ciascun dialetto – intraducibili, insostituibili, impossibili da rendere con egual efficacia anche dalla più ricca delle grammatiche – vi sono storie possibili solo nella dimensione del mito e atti di fede esplicabili sono in certi rituali collettivi (spesso diversissimi, se non unici; spesso bizzarri e incomprensibili). È nello spirito della comunità che un dato credo religioso assume un carattere collettivo; certi simboli e certi riti hanno la loro ragion d’essere in quel saper fare da collante, da punto di riferimento insostituibile nel quale tutti – o quasi – possano riconoscersi. Il sociologo statunitense Robert Park, in The city, 1915, scrive: «La città è qualcosa di più di una congerie di singoli uomini e di servizi sociali […] La città è piuttosto uno stato d’animo, un corpo di costumi e di tradizioni, di atteggiamenti e di sentimenti organizzati entro questi costumi e trasmessi mediante questa tradizione».

Nella storia di un popolo (che è sempre storia di più popoli) e delle sue molteplici vicende affonda la “materia oscura” fatta di usi, costumi, tradizioni. Questa “materia” si tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione, e semmai un giorno arriverà ad estinguersi, ciò accadrà in virtù  di leggi e tempi propri: è la stessa comunità che ne fa uso a decretarne prima o poi la scomparsa o la trasformazione.

Giuseppe Maggiore


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