LO SPIRITO INTELLIGENTE Opere e prodigi di Gustavo Rol

Posted on 23 marzo 2011

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<<Tu non sai che cosa siano le cose. Tu le vedi immobili ma esse vivono. Vedi questa penna? A te par nulla, un’asticciola di legno, macchiata d’inchiostro: eppure la mia mano ha tracciato con essa pagine d’amore.>>

(dai Diari di Rol)

Chi era Gustavo Rol? Magari ci fosse dato di poter rispondere in modo oggettivo e definitivo. Certo, se dovessimo basarci unicamente sulle numerosissime testimonianze depositate nel corso degli anni da tutti coloro che, in modo continuativo o episodico, ebbero il privilegio di interagire direttamente con lui, allora non nutriremmo alcun dubbio sulla sua natura squisitamente paranormale; eludendo il legittimo scetticismo che sempre s’accompagna a questi fenomeni, allora anche noi, sulla base delle suddette testimonianze, non esiteremmo a riconoscergli carismi e talenti particolari. Va da sé che l’assenza di un’esperienza diretta ci suggerisce, come dire, una posizione più prudente o, se si preferisce, più razionale. Di Gustavo Rol l’unico dato veramente certo, che getta un ponte tra un estremo e l’altro, tra un giudizio e l’altro, è la straordinaria fascinazione che ancora oggi emana la sua figura fuori dal tempo. Di Rol si tramandano episodi e circostanze che hanno dell’incredibile. Tutta la sua lunga vita, 1903-1994, così come la troviamo ricostruita e documentata nelle nutrite biografie postume, ha dell’incredibile. Mago? Medium? Spiritista? Chiaroveggente? Illusionista? Rol ha sempre rifiutato qualsivoglia etichetta lo avvicinasse alla cosiddetta parapsicologia.

Le sue doti, che andavano ben al di là della sensitività, lui le ascriveva a un fondamento scientifico, a un potere dello “spirito intelligente” che, a suo dire, anche l’intera umanità in un futuro prossimo avrebbe imparato a utilizzare. Ma, concretamente, che cosa era in grado di compiere? Le testimonianze, molte anche di personalità illustri, parlano di un Rol capace di: precognizione, preveggenza, telepatia, telecinesi, taumaturgia, bilocazione, metamorfosi, materializzazione e smaterializzazione. Questi fenomeni prodigiosi avvenivano per lo più attraverso esperimenti (o giochini come li chiamava lui scherzosamente, quasi a volerne sminuire la portata, ma anche per non generare panico o paura nelle indoli più sensibili), in apposite serate che si tenevano a cadenza regolare nella sua prestigiosa dimora torinese di via Silvio Pellico 31.

Il suo fine, lo ribadiva di continuo, non era legato alla mera esibizione della sua singolarità; Rol nutriva un bisogno impellente, quotidiano, di condividere le sue “scoperte”, le sue percezioni sensoriali allargate a quella realtà invisibile che a tutti gli altri restava oscura, inaccessibile. Ogni singolo atto performativo doveva trascinare con sé il medesimo messaggio di fondo, e cioè: la materia non è null’altro che una condizione apparente e illusoria della realtà. Rol dichiarava di essere in grado di disgregare la materia, di manipolarla, di vincerne la consistenza; nessun limite spazio-temporale poteva frenare le incursioni dello spirito intelligente. Amava definirsi “una grondaia che convoglia l’acqua che cade sul tetto”, facendo così intendere di non ritenersi che un tramite, una sorta di protesi medianica tra una volontà superiore, Dio, e una volontà umana. <<I miei esperimenti – scrive Rol nei suoi Diari – sconvolgono le leggi della natura. Ma tutto ciò appartiene a questo mondo, mentre io non sono più di questo mondo. (…) Tutto fa parte di un disegno superiore, di un piano divino. Nell’armonia della vita c’è una corrispondenza perfetta tra tutte le cose. Sarebbe sorprendente se il suono non potesse suggerire il colore, se i colori non potessero dare l’idea di una melodia: tutte le cose sono sempre espresse da analogie reciproche. Fin dal giorno in cui Dio ha creato il mondo, come una complessa e indivisibile totalità. Molte cose possono apparire separate e differenti: l’uomo e la donna, l’inconscio e la coscienza, il giorno e la notte, il sole e la luna.

Le realtà sembrano fatte di opposti, di luce e ombra. (…) Lo stesso Einstein impiegò gli ultimi anni della sua vita nel tentativo di unificare tutte le forze della natura. Fu la sua grande opera incompiuta.>> Rol, in altre parole, aveva trovato l’accesso a un’altra dimensione, parallela a quella reale ma più profonda, più autentica. A chi assisteva ai suoi esperimenti Rol elargiva tracce e prove inconfutabili: materializzava oggetti, diffondeva profumi, dipingeva e scriveva a distanza, si liquefaceva lungo le pareti e passava attraverso i muri assumendo sembianze polimorfe. Ovvio che siamo nell’assurdo. Non eravamo lì, quindi non possiamo né affermarlo né negarlo. Lo stiamo semplicemente raccontando attingendo dalla documentazione in nostro possesso. È Rol stesso, nei suoi scritti, a spiegare come e da cosa ebbero origine i suoi poteri; fu la sua stessa volontà a evocarli attraverso un esercizio meticoloso ed estenuante, costellato di reiterati fallimenti, ma che alla fine, cogliendolo quasi di sorpresa, si rivelarono fruttuosi più di quanto avesse mai sperato. <<Oggi, 28 luglio 1927, la mia ricerca è finita. Ho scoperto la legge che lega le vibrazioni cromatiche del verde a quelle sonore della quinta nota musicale e a certe vibrazioni termiche: il segreto della coscienza sublime.>> Riuscì ad organizzare la sua mente, riuscì ad addomesticarla. L’imput iniziale glielo fornì casualmente un mazzo di carte francesi, un banalissimo mazzo di carte da gioco. Quadri, cuori, picche, fiori. Semi e numeri. Forme e colori. Fronte e retro.

Il mazzo di carte assurse a microcosmo, un universo virtuale in miniatura all’interno del quale Rol, novello demiurgo, ritenne di poter ricreare un nuovo ordine. Tutte le testimonianze collimano e convergono. Con le carte, qualsiasi mazzo di carte, Rol era in grado di compiere prodigi straordinari. Nessun trucco prestidigitatorio, nessun illusionismo. Rol non toccava mai le carte. Queste mutavano di seme, di numero e di colore nelle mani o nelle tasche degli spettatori. Giochini, minimizzava Rol al termine di ogni esperimento. Giochini. Le trasmutazioni nell’elegante salotto napoleonico di via Silvio Pellico si davano il turno, una più straniante e spettacolare dell’altra. Dalle carte poi Rol, se era in vena, passava a “cose più serie”, dalla levitazione alla pittura al buio, fino alla materializzazione di splendidi fasci di rose odorose. Einstein, Fermi, De Gaulle, Pio XII, Mussolini, Hitler, Kennedy, Reagan, d’Annunzio, Croce, Einaudi, Dalì, Picasso, Strehler, Fellini, Buzzati… l’elenco delle personalità che entrarono in contatto con Rol è lunghissimo. Famosi medici e primari lo consultavano per le diagnosi più difficoltose. Non c’era campo (politica, scienza, religione, medicina) in cui Rol non potesse rivelarsi utile. Lui non si negava, anzi si prestava volentieri. Non lucrò mai sulle sue facoltà. Godeva di ingenti ricchezze di famiglia che, in là con gli anni, dopo una carriera internazionale nelle banche, gli consentirono di non lavorare. Dal 1934 Rol si dedica alla pittura. Anche i suoi quadri sono esperimenti, “quadri che si muovono” giurano ancora oggi i collezionisti, perfette visualizzazioni dello “spirito intelligente” in perpetua interazione con la materia (pittorica). Nei Paesaggi, ma più ancora nelle Rose, Rol insegue e persegue il moto in divenire delle choses du mond, quell’invisibile mutevolezza che è lo scheletro d’ogni immanenza. Nessun trucco, nessun artificio, nessun volgare tromphe l’oeil.

Non dipinge né con la sicumera di un accademico e né con gli ingenui azzardi di un autodidatta, e come è noto sulla sua pittura sono spesso circolati giudizi molto contrastanti; certo è che solo in poche occasioni, aggirando certi imbarazzi, si è arrivati a formulare valutazioni e perizie oggettive. Rol, lo sappiamo, non è in primo luogo un pittore. Lo è, ci sia concesso il gioco di parole, solo in un secondo luogo, in quella dimensione altra e parallela che costituisce il vero territorio d’indagine della sua ricerca. Commetteremmo quindi un errore imperdonabile se tentassimo di analizzare le sue opere secondo il metro di una critica tradizionale; entrano in gioco dinamiche molto più complesse talmente connesse al fenomeno Rol dal non potersi in alcun modo isolare o posporre. Vanno intese e comprese nel vastissimo quadro che Rol ha dipinto intorno a se stesso. Nella sua tecnica grafico-pittorica viene a stabilirsi una singolare vicendevolezza tra l’atto compositivo e quello decompositivo. L’icona autografa si ribalta specularmente nell’icona achirotipa, rinunciando in un certo modo ad autenticarsi; è un guanto dalle tinte cangianti che si rivolta di continuo, lì, proprio davanti ai nostri occhi. Non è l’immagine a rivelarsi, ma la sua apparenza epifanica. I colori ci sono e non ci sono, e così le linee di contorno, i piani prospettici, gli oggetti e i soggetti. Le immagini di Rol sono, o sarebbe meglio dire “mirano ad essere”, manifestazioni iconiche, quindi non figure pittoriche in senso stretto. Il mondo che Rol ci restituisce nei suoi dipinti è a tutti gli effetti quello reale, o almeno a un primo sguardo così ci appare; se solo però indugiamo qualche istante di più, fissando ora una linea di contorno ora un colore, ecco che la dimensione straniante che vi è sottesa emerge e prende il sopravvento, svelando la superficie epidermica del tessuto pittorico. Se negli esperimenti di pittura al buio scaturivano opere nello stile di Auguste Francois Ravier (un pittore francese dell’Ottocento), senza che nessuno toccasse i pennelli, nella pittura ufficiale Rol dedicava anche un intero mese di lavoro per completare una singola tela. Quello delle Rose è un tema ricorrente e dominante fino ai suoi ultimi anni di vita. Le rose sono colte nel rigoglio struggente che precede il disfacimento, aperte e schiuse fin quasi a sfaldarsi e a spetalarsi, raccolte in mazzi variopinti come carte da gioco mischiate in misteriosi abbinamenti; così i vasi, diafani ed evanescenti, sembrano fare le veci di volti privi di connotati o di mani che sorreggono ventagli di carte francesi. Le rose sono fiori, sono picche, sono quadri e sono cuori. I vasi, di un bianco quasi lattiginoso, sono cilindri magici da cui scaturiscono prodigiosi florilegi. Rose is a rose is a rose is a rose, scriveva Geltrude Stein. Nella parabola della rosa Rol individua la bellezza ciclica che lega amore e morte. La rappresentazione non coglie né il germoglio, né il bocciolo e né il fiore sfiorito o rinsecchito; Rol sceglie di eternare quell’attimo di bellezza assoluta che precede e preannuncia la debacle, rivestendo il marcescente di un vigore eterno e invincibile. Le rose traboccano dai vasi come indomabili capigliature, dando alla natura morta l’identità parallela e sovrapposta di una icona antropomorfa. Nulla in Rol, lo ribadiamo, è quello che sembra. Tutto invece rimanda a qualcos’altro, in un gioco di cicliche analogie. Nei paesaggi, altro grande tema ricorrente della produzione pittorica di Rol, sembrano verificarsi vere e proprie mutazioni sulla superficie della trama dipinta. A tal riguardo riportiamo la testimonianza di Domenica Fenoglio, amica di Rol, che nel 1973 assistette a un evento a dir poco fuori dal comune. “Da anni avevo in Rol un grande aiuto: mi sapeva indirizzare nei meandri della burocrazia, interveniva con lettere e telefonate, faceva le pressioni giuste per sbloccare drammatiche situazioni finanziarie della mia gestione. (…) Nel mio ufficio, davanti alla mia scrivania è appeso un dipinto di Gustavo con il soggetto di una strada di collina con carretto. Me lo aveva regalato nel 1968. Un paesaggio brullo, eppure bellissimo, e per me anche confortevole al solo guardarlo, come se mi riverberasse la bontà e la generosità di Rol. Un giorno, nel 1973, ero particolarmente avvilita perché i problemi non si risolvevano. Ho parlato al quadro come se parlassi a lui. Mi sono avviata per uscire, ma mentre varcavo la soglia ho sentito il bisogno di tornare indietro per riguardare il dipinto. Sono rimasta come di pietra: nel quadro non c’erano più solo la strada e il carretto: c’era anche un albero, sembra un ciliegio, fiorito. Sono corsa fuori a chiamare mia figlia e un assistente. Anche loro sono rimaste stupite. Eravamo li che commentavamo questo fatto prodigioso, quando ha squillato il telefono. Era Gustavo. Mi ha detto: “Hai visto il mio pensiero? Devi avere pazienza e le cose si sistemeranno”. Infatti si sistemarono e l’albero è sempre li, fiorito.”. Di testimonianze come questa, nelle biografie di Rol se ne trovano a decine. Rol animava e modificava le sue opere a distanza; se le sue rose dipinte sprigionavano all’improvviso intensi profumi, i personaggi all’interno dei paesaggi (sempre stando agli aneddoti e alle testimonianze) si spostavano liberamente lungo i sentieri e le linee di fuga, incuranti dei limiti imposti dalla materia. Lo ribadiamo ancora una volta: il non aver potuto usufruire di un’esperienza diretta ci penalizza a priori. Il dato più interessante è che Rol sposta l’asse dal miracolistico allo scientifico, un iperscientifico che sfida finanche nella terminologia il fantascientifico. Rol rigettava ogni assunto paramagico e occultistico: le sue abilità erano il risultato della volontà dello “spirito intelligente”. Abbiamo tracciato ampiamente tutte le coordinate per accedere alla poetica di Rol. Per quel che ci riguarda, se non altro alla luce dell’indubbia bellezza delle sue opere, quel che di più indubitabilmente autentico si riconferma è la straordinaria fascinazione che il fenomeno Rol riesce ancora oggi a suscitare in chiunque vi si accosti. Quand’anche, per assurda ipotesi, si riuscisse a provare scientificamente che Rol non fosse null’altro che un prestidigitatore, un indovino, un abile illusionista, il fascino carismatico della sua figura, ci sarebbe da giurarci, rimarrebbe inalterato. E questo perché, forse, la vera magia di Rol risiede tutta nel mistero che ancora oggi trasuda dai suoi scritti e dalle sue opere.

logo-amedit-gravatar-okMassimiliano Sardina

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