LA CRISTIANIZZAZIONE NELLA VALLE DEI MARGI

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Rinvenimenti archeologici in territorio di Mineo.

di Raffaele Panebianco

Quello della Valle dei Margi è un territorio tra i più fertili e più ricchi di storia e cultura della terra di Sicilia. Resti di villaggi preistorici, testimonianze degli insediamenti dei Siculi, tracce dell’influenza ellenistica, segni del passaggio di varie civiltà (greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, aragonesi, castigliani, ecc.): questo ed altro ci consegnano oggi l’archeologia ed i documenti storici delle varie epoche. Il toponimo allude all’umidità dei terreni che in antico dovevano essere paludosi a causa delle alluvioni del fiume Monaci-Gornalunga; il nome deriva infatti dall’arabo margh, che significa palude, acquitrino, ma anche striscia di terreno alluvionale coltivato lungo i margini di un torrente. La Valle dei Margi costituisce un comprensorio ben delimitato dal punto di vista geomorfologico, gravitante attorno alla pianura formatasi dai depositi alluvionali del fiume Margi, contornato a Nord-Est dalle ultime propaggini dei due sistemi montuosi degli Erei e degli Iblei. Le caratteristiche geografiche di quest’area fanno si che da sempre la Valle dei Margi sia stata interessata da una importante direttrice viaria Nord-Sud in virtù del suo ruolo di punto obbligatorio di passaggio nei collegamenti tra la costa ionica e la costa meridionale. Non secondario è poi il ruolo svolto da questa valle nel garantire i collegamenti tra la parte centrale dell’isola, la cuspide sud-orientale da una parte e Lentini dall’altra. In questo scenario nel V secolo a.C. il condottiero Ducezio, proveniente da una eminente famiglia sicula di Menanion (Mineo), riuscì a formare una lega di città sicule in funzione antisiracusana che – anche se non esplicitamente riferito da alcuna fonte – faceva capo con tutta probabilità proprio al santuario dei Palici presso il quale egli fondò la città di Palikè. Dopo alcune iniziali vittorie Ducezio fu sconfitto dal siracusano Agatocle nel 305 a.C., la sua capitale fu distrutta e il suo breve “regno” finì. All’iniziativa di Ducezio sono probabilmente da attribuire le imponenti strutture databili al V secolo a.C. messe in luce davanti alla grotta che si apre sulla pianura e sui laghi nel fianco meridionale di Rocchicella. Gli scavi condotti dalla Soprintendenza di Catania, a partire dal 1995 a Rocchicella, hanno riportato alla luce interessanti strutture, tra cui un hestiaterion e almeno due stoai, queste ultime disposte scenograficamente su una serie di terrazze che dalla grotta scendono sulla pianura dei laghi e riflettono una concezione urbanistica e soluzioni tecniche tipiche dell’architettura greca del tempo. Lo sviluppo del latifondo nella Valle dei Margi è documentato a partire del III sec. a.C. dalla presenza di insediamenti di cui abbiamo esempi nelle contrade Sparacogna e Passo Cantone. Ma solo in età tardo romana appare evidente uno spopolamento dei centri abitati posti sulle colline a vantaggio della pianura. Un esempio di questa tendenza è da vedere nell’insediamento di Favarotta (poco distante dal lago di Naftia), dove indagini effettuate negli anni Sessanta hanno messo in luce resti di strutture murarie databili al IV sec. d.C., cui si sovrappone in età bizantina un edificio absidato del quale rimangono alcuni plutei decorati a reticolo. È necessario dire che non solo la provincia di Catania, con la Valle dei Margi, è l’unico luogo di Sicilia in cui sia stata storicamente sperimentata l’indipendenza, ma è anche il luogo in cui, con questa esperienza primigenia, è nata nella prima metà del V secolo a.C. l’idea portante della storia moderna, quella di nazione, ovvero dell’identità fra popolo e territorio, attorno a un culto e a una lingua comuni. In territorio di Mineo è dunque testimoniata una ripresa della vita tra il XI e XII secolo, determinata da una continuità insediativa anche nell’alto medioevo, sia pure in forme ridotte, riconducibile con tutta probabilità al permanere di un tratto viario della Lentini-Piazza. Ci riferiamo in particolare agli insediamenti di Rocchicella e di Favarotta-Tenuta Grande che presentano fasi di vita più tarde e sono fortemente indiziati di una lunga durata fino ad età normanno sveva. Gli scavi condotti dalla dott.ssa Laura Maniscalco a Rocchicella, hanno evidenziato una sistemazione monumentale dell’area antistante il lago dedicato agli Dei Palici, in prossimità del santuario ad essi dedicato. Di particolare interesse si è rivelato l’edificio a pianta rettangolare, davanti alla grotta, interpretabile come hestiaterion per lo svolgimento di banchetti, che presenta una continuità di utilizzo in età romana, documentata dalle tracce di almeno due restauri nella prima e nella media età imperiale. Una radicale trasformazione si verifica a partire dalla fine del II e per tutto il III secolo, quando almeno una parte, quella più orientale, viene trasformata in fattoria; utilizzo documentato dalla presenza di un mulino con macine, alloggiato in una delle stanze più a Est, e che sembra protrarsi ancora fino agli inizi del IV secolo d.C. Lo scavo dell’area ovest dell’edificio ha intercettato, invece, a quota superiore, i resti di un edificio absidato che riutilizzava uno dei muri perimetrali. I lavori agricoli e, ancor prima, il riutilizzo dell’area in età normanna rendono lo stato di conservazione piuttosto precario, tale da consentire una lettura solo parziale dell’edificio. Esso risulta conservato solo a livello del primo filare di elevato e presenta un’aula a pianta pressoché quadrangolare (m9,5×7,30). La larghezza di m 7,30 giustificherebbe ampiamente la presenza di suddivisioni interne volte a dimezzare la luce e fornire appoggi per la travatura lignea della copertura, ma i dati di scavo non hanno permesso di verificarne l’esistenza. La costruzione riutilizza sul lato Nord e su quello Ovest i muri di età greca. Il lato Sud e il lato Est, così come l’abside, invece, sono costruiti con pezzame appena sbozzato posto in opera a doppio paramento, con spessori variabili tra cm 50 e 75. La piccola abside che si apre al centro del lato ovest misura una corda interna di m 2 e conserva le tracce di una pavimentazione in basole di arenaria; ancora un larceto del pavimento originario della chiesa potrebbe essere testimoniato da alcune basole di arenaria conservate presso il muro Nord, anche se non in stretta connessione con i muri, sulla base delle quote in considerazione del fatto che poggiano sul vespaio originario. Con più certezza appartengono alla pavimentazione due piccoli larceti di vespaio con il relativo stato di allettamento soprastante costituito da argilla frammista a sabbia e noduli di calcite. E’ probabile che intorno al primitivo nucleo della fattoria romana si sia venuta articolando una comunità che trova nel piccolo edificio cultuale una sorta di fulcro forse ancora per buona parte del VII secolo. Le piccole dimensioni dell’edificio, privo come sembra di elementi di arredo e non correlato a deposizioni funerarie, fanno ipotizzare una funzione di oratorium privato senza forse una officiatura stabile. Volendo azzardare una ipotesi cronologica l’edificio di Rocchicella non sembra potersi datare anteriormente al V-VI secolo. Meglio definibile, anche se meno indagata sistematicamente, è invece la natura dell’insediamento di contrada Favarotta-Tenuta Grande, situata a Nord del moderno abitato di Mineo, un paio di chilometri a Sud dell’area archeologica di Rocchicella. Scavi già effettuati nel 1960 avevano messo in luce strutture di età romana con tratti di muri e pavimento di cocciopesto, tessere di mosaico ed un muro ad emiciclo pertinente forse ad un edificio termale, interpretati come edifici di un latifondo del secolo IV a.C. Accanto alle strutture tardo romane già nel ’60 si sono rinvenute strutture murarie di età tardo bizantina tra cui una chiesetta con annesse due piccole aree cimiteriali. Interventi più recenti hanno consentito di valutare meglio la fase insediativa di età romana che presenta un arco cronologico compreso tra I e VI secolo d.C. Di particolare interesse risulta la presenza della basilichetta bizantina costruita con conci squadrati di pietra, con abside orientata ad Est e pavimentazione irregolare di pietre, fiancheggiata a Sud e a Nord da due piccole aree cimiteriali. Essa si inserisce all’interno di un’area che nel IV secolo ha già un uso funerario, come attesta la presenza delle tre sepolture all’interno del recinto. L’insediamento dell’edificio religioso sembra porsi in discontinuità, peraltro, rispetto l’area definita D, area aperta, la cui pavimentazione è ritenuta coerente con la fase del IV secolo. Pur non potendo articolare le fasi di vita dell’edificio religioso, genericamente ritenuto bizantino, è evidente l’esistenza nell’area di una fase seriore indicata come medievale alla quale appartengono un vano B pavimentato in cocciopesto e uno spiazzo aperto C. La maggiore rilevanza dell’edificio, che molto probabilmente era officiato stabilmente è poi avvalorata da alcuni frammenti architettonici relativi all’arredo liturgico interno. Si tratta di elementi lapidei, pervenuti di recente al Museo Civico “Corrado Tamburino Merlini” di Mineo, per i quali è stato possibile ricostruire la provenienza da Contrada Favarotta: frammenti di plutei, transenne, un ambone che contribuiscono tra l’altro a fornire non pochi elementi di riflessione sia sul piano cronologico che su quello stilistico. I due edifici appena presentati si possono collocare all’interno di un arco cronologico significativamente collegato all’istituzione della diocesi di Lentini. La sua creazione incentiva, evidentemente, la cristianizzazione del territorio circostante. Le chiesette di Rocchicella e Favarotta-Tenuta Grande arricchiscono il quadro delle presenze religiose attestate all’interno dei presunti limiti della diocesi di Lentini sommandosi alla Basilichetta S. Giovanni nei pressi di Palagonia, testimonianza monumentale che sembra coerentemente incentrata, ancora una volta, sul IV secolo. Passiamo ora ad un’analisi delle epigrafi rinvenute negli anni Ottanta nella necropoli di S. Ippolito a Mineo (esposte al Museo Civico “C. T. Merlini”). Rispetto ad altre iscrizioni acquisite negli anni Sessanta dalla Soprintendenza di Siracusa, e per le quali non sono noti i contesti di rinvenimento, in base ad alcuni indizi si ritiene che almeno tre di esse provengano dall’area di Favarotta. Di queste tre epigrafi, scritte in greco, due sono state staccate da rozzi sarcofagi di pietra calcarea. Analizziamole nell’ordine: Iscrizione del monaco Johannes: <<Qui giace Iohannes monaco, Menouth (o Memanth)>>. L’epitaffio di Iohannes, da datare tra il VI e VII secolo, è un documento eccezionale, data la rarità in Occidente di iscrizioni tardo-antiche relative ai monaci. Esso si presenta con la semplice formula dell’Eνθάδε κίτε ed il nome, accompagnato dalla qualifica di monaco, cui segue un epiteto o un secondo nome che è possibile integrare in Mε[μαν]θ, antroponimi che rimandano all’ambito orientale, e all’Egitto in particolare. Si conferma, in tal modo, la presenza di monaci in Sicilia in età tardo-antica provenienti dall’Oriente mediterraneo. Come non ricordare che alla corrispondenza tra Gregorio Magno ed Eulogio, patriarca di Alessandria, si apprende che monaci monofisiti venuti dall’Egitto in Sicilia si convertono dalla loro eresia unendosi alla Chiesa di Roma. Dallo stesso epistolario gregoriano si viene a conoscenza, inoltre di un abate di nome Iohannes: questi è capo di una comunità monastica ubicata nel territorio della diocesi di Lentini – la stessa alla quale doveva molto probabilmente appartenere la non lontana Mineo – ed il Papa chiede al vescovo Lucidus di ordinare, a favore del monastero, sacerdote colui che l’abate Iohannes avrà indicato. Naturalmente non è possibile identificare, sulla base di questo tenue indizio, il monaco dell’iscrizione con l’abate menzionato nella lettera di Gregorio Magno, ma la sepoltura all’interno di un non comune sarcofago può anche autorizzare a pensare che Iohannes dell’iscrizione fosse più che un semplice monaco, forse un abate di una comunità monastica. Passiamo ora alla seconda epigrafe: Iscrizione di Pancharios e Joannes: <<Voto di Pancharios e di Ioannes, Fratelli>>. Questa iscrizione ha carattere votivo e, dopo una croce a braccia patenti, si menziona il voto di tali Pancharios e Ioannes, i quali si definiscono άδελποί. Potrebbe chiaramente trattarsi di due fratelli carnali che avrebbero ricordato con l’epigrafe incisa su un concio madonato di trabeazione (?) lo scioglimento di un voto, ma se questa iscrizione è stata rinvenuta insieme a quella di Iohannes, il termine “fratelli” potrebbe avere anche un’altra accezione. Con άδελπο nel Nuovo Testamento si designano i fratelli nella fede, i membri della comunità cristiana. Così è in alcuni documenti epigrafici del V-VII secolo, che possono giustificare un’interpretazione dell’iscrizione di Mineo come pertinenti a due monaci. Infine la terza epigrafe: Iscrizione di Laios: <<Laios, figlio di Sabinos il presbitero, morì 7 giorni prima delle calende di aprile (i. e. il 26 Marzo)>>. Dall’epitaffio di Laios si viene a conoscenza che questi era figlio del presbitero Sabinos. L’usanza di fissare meglio l’identità dei defunti ricordando la loro relazione a padri o a fratelli presbiteri è piuttosto diffusa e ciò è  certamente indice della rilevanza sociale che i membri del clero godevano all’interno delle comunità. Per quanto concerne il fatto che si incontrino figli di presbiteri, esso non deve meravigliare. La norma del celibato per i chierici di ordine più elevato – sebbene sancita dal canone 33 del concilio di Elvira (tra il 303 ed il 312-313), dal canone 3 del Concilio di Nicea (325) e dalla chiesa di Roma nella seconda metà del IV secolo, ed ancora allargata ai suddiaconi da Papa Leone Magno -, non veniva però rispettata in tutte le comunità ecclesiali. Il problema era avvertito in Sicilia ancora nella seconda metà del VI secolo, nei riguardi di casi relativi ai vescovi di Siracusa e di Agrigento. D’altro canto, nella lettera di Papa Gelasio I ai vescovi di Lucania, Bruzio e Sicilia del 494, ai candidati al chiericato venivano proibite soltanto le seconde nozze (decreto XXII): ma ciò potrebbe essere stato dettato dall’emergenza del momento, quando le stragi della vastitas vandalica aveva determinato la mancanza di sacri ministri (decreti I-II). L’iscrizione di Laios, figlio del presbitero Sabinos, sarebbe stata molto probabilmente recuperata nella contrada Favarotta, dove, come già detto, vi era un abitato tardo-antico con una chiesetta. La provenienza dell’epitaffio di Laios dall’area lascia ipotizzare che il padre Sabinos abbia svolto il ministero di presbitero proprio in questo villaggio. Alle tre iscrizioni conservate nel Museo Civico si aggiunge una quarta rinvenuta in contrada Papajanni: Iscrizione di Paulinos (?): <<Paulinos (?). A lui (sia) la vita eterna!>>. Si tratta di un’iscrizione funeraria che consta del nome del defunto (Paulinos, ma anche Philinos, o altri) accompagnata da un’acclamazione. La Valle dei Margi attende ancora di essere esplorata sistematicamente. Circa la basilichetta bizantina sita in contrada Favarotta-Tenuta Grande, per esempio, c’è ancora molto da ricercare e studiare, tanto che ancora oggi tale sito è quasi inaccessibile, perché situato all’interno di coltivazioni private. Si auspica dunque l’espropriamento del territorio in questione per poter intraprendere una più sistematica campagna di scavi, volta alla creazione di un parco archeologico.

Raffaele Panebianco

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