Catania e quell’inedito Modì

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Tra luci e ombre la mostra-evento “Modigliani, ritratti dell’anima”

La sua è tutt’oggi una delle tombe più misere e abbandonate. Eppure fin dal giorno dopo la sua morte, avvenuta a Parigi il 24 gennaio 1920, ha fatto arricchire un inverosimile numero di persone… (Sandro Barbagallo)

Qualcuno si ricorderà forse la famosa “burla dei Modì”: era il non lontano 1984, quando un gruppo di studenti burloni fu protagonista della famosa beffa delle false teste di Amedeo Modigliani, scolpite e fatte ritrovare per puro divertimento nei Fossi Medicei dell’Arno. Una colossale burla poi ampiamente confessata dai suoi stessi autori: in quell’occasione persero la faccia un numero incredibile di “studiosi” – critici d’arte, direttori di musei (basti citare Argan, Brandi, Ragghianti, Enzo Carli, Vera e Dario Durbè) – le cui competenze, ancora oggi, nessuno oserebbe mettere in discussione, i quali urlarono all’unisono al miracolo, sottoscrivendo l’autenticità di quelle fantomatiche teste. Riguardo alla mostra tenutasi al Castello Ursino di Catania, dall’11 dicembre 2010 all’11 febbraio 2011, Carlo Pepi (che per volontà di Jeanne Modigliani, figlia dell’artista livornese, fece parte degli Archivi Legali Modigliani), commenta: Almeno il titolo è molto appropriato: “I ritratti dell’anima”. Infatti, diverse opere ritengo siano state eseguite dall’anima di Modigliani, poichè credo che le abbia eseguite dopo la morte. Quando seppi della mostra a Catania nel mese di ottobre, avvisai che Modigliani stava producendo più da morto che da vivo. Nel 1990 lasciai gli Archivi Legali e la Casa Natale dell’Artista che avevo fondato e diretto, poichè non condividevo l’autenticità di molte opere che gli altri tre membri andavano autenticando e pubblicando. E’ ormai troppo nota la mancanza di “occhio” da parte della critica e quindi i falsari hanno campo libero. Anzi, ci sono addirittura dei critici che riescono a vedere l’arte anche dove è del tutto assente. Ecco perchè furono prese per buone le sculture dei Fossi. Ma il colmo è stato quando sono uscite le tre autentiche e la critica le ha prese per false! Al peggio non c’è limite.”. E dunque, la mostra-evento che a Catania ha richiamato oltre trentamila visitatori, sarebbe un’altra grande bufala? Niente male per un evento organizzato dal Modigliani Institut Archives Légales, Paris-Rome, in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali e il Comune di Catania!

Ad attirare maggiormente l’attenzione dei visitatori catanesi è stato uno dei sette presumibili disegni inediti di Modigliani, realizzati a Parigi tra il 1909 e il 1919: il “Ritratto di Agathae”, raffigurante la santa patrona di Catania. L’opera è stata presentata al pubblico da Vittorio Sgarbi in persona, il quale, circa l’attribuzione a Modì si affretta a dire: “Non sono esperto di Modigliani. Non me ne sono mai occupato”. Un disegno eseguito a penna sul retro di un nulla osta che Mons. Giovanni Blandini, vescovo di Noto, oriundo di Palagonia, ha concesso nel 1879 alla vedova Michela Agnile di Spaccaforno, affinché potesse contrarre un nuovo matrimonio con Santo Nigro. Un foglio spiegazzato scoperto per caso a Londra, da un collezionista di documenti antichi, molti anni dopo l’acquisto di un lotto in una prestigiosa casa d’aste internazionale. Sarebbe questa un’opera che rientrerebbe nell’ambito di uno studio che Modì sperimentò sull’iconografia dei santi cristiani (una dozzina le opere rimaste), dove i segni della Cabbala si confondono con l’iconografia cristiana. La figura presenta in effetti analogie con lo stile di Modì, e rivela anche un labirinto di inaspettati giochi cabalistici: “Il suo primo insegnante, il nonno Isacco, –  racconta  Christian Parisot, presidente del Modigliani Institut – lo aveva introdotto alla pratica della scrittura con riferimento Cabbalico. Il numero 9, riprodotto sul disegno Agathae è infilato nella collana della santa.  Nove piccoli segni che apparentemente sembrano delle perle, ma in realtà sono nove volte ripetuti i segni del numero 9 con geroglifici apparentemente spontanei. Il lobo dell’orecchio è un segno a forma di 3 rovesciato con tre tratti di forma concavo e convesso sia a sinistra che a destra del viso. Un occhio scavato ed assente, un occhio tratteggiato: uno guarda all’interno l’altro all’esterno: come analisi del soggetto ritratto per un verso, e ricerca dell’altro per un altro occhio. Il retroscena esoterico dell’opera – prosegue Parisot – è svelato anche dalla corona sovrastante l’ampia fronte che ha una serie di segni identificabili con le tre parti acuminate, come candele sovrastanti la corona, ad altrettante forme di significato esoterico, che sicuramente un uomo religioso potrà vedere, leggere ed identificare. Così come le grandi lettere sparse come corona sulla testa della santa. Tutti questi elementi rendono inequivocabile la mano di Modigliani impegnata in un dialogo nascosto con lo spettatore…”. La notizia di questo ritrovamento, ha fatto esultare il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli: “In genere non mi emoziono, ma davanti a questa icona sconosciuta della nostra Agata mi sento molto coinvolto e mi farò carico di parlare con il proprietario, perché penso proprio che Catania sia la sede ideale per esporla per sempre”. Così, una mostra concepita e organizzata in una città come Catania, lontana dai grandi circuiti dell’arte, si trasforma grazie a questo presumibile inedito in un caso internazionale, che ha chiamato in causa vari studiosi dell’opera di Modigliani. E c’è persino chi, come  il cerimoniere del Comune di Catania, Luigi Maina, cultore di Sant’Agata e della sua storia, assicura che Modigliani è stato a Catania e ha visto il reliquario di Sant’Agata come rivelerebbe un indizio del disegno. “Nel periodo in cui Modigliani schizzava il ritratto – dice – il reliquario era privo di gioielli perché il cardinale Nava aveva deciso di riordinarli. E il disegno mostra la santa senza gioielli. C’è un particolare che solo chi ha visto può avere disegnato: un gioiello, l’unico che Agata porta al collo, un sole. E’ la stilizzazione di una Madonna con bambino all’interno di una raggiera d’oro, il medaglione centrale di una preziosa collana indossata e poi donata al tesoro della Patrona dalla baronessa Anna Zappalà Asmundo, la nipote del cardinale Nava”. Secondo Maina, dunque, Modigliani venne a Catania e vide il reliquario della Santa spoglio dei gioielli, ad eccezione di quell’unico “sole”, e lo tracciò sul prezioso foglio. Per la serie: “Cittadini, viva Sant’Aita!” (tipica espressione usata dai devoti catanesi verso la loro Santuzza). Ma, senza nulla togliere ad un comprensibile fervore devozionistico che può prestarsi a facili entusiasmi, secondo gli studiosi l’artista non venne mai in Sicilia né a Catania. Apprendiamo che di fatto i fratelli dell’artista vissero per qualche tempo nel capoluogo etneo; come ci scrive nel 1910 la madre Eugénie Garsin-Modigliani: “Emanuele e Umberto fanno tana a Catania”. Amedeo venne a trovarli? Improbabile, dal momento che, nel 1919 (datazione assegnata al disegno in questione), persi i documenti, Modigliani non poteva allontanarsi dalla Francia. Anche il critico d’arte catanese Sandro Barbagallo (perito d’arte e antiquariato presso il Tribunale di Roma), dalle colonne de L’Osservatore Romano, l’8 dicembre 2010, esprime profonde perplessità sull’autenticità del “Ritratto di Agathae” quale presunto inedito di Modigliani. Barbagallo rileva tra l’altro come: “(…) gli unici viaggi documentati di Modigliani in Italia sono agli inizi del Novecento tra Napoli, Roma, Firenze e Venezia, dove completa i suoi studi d’arte, prima di trasferirsi a Parigi nel 1906. Ricordando che nella prima versione del comunicato stampa si asseriva che la lettera era stata spedita a Modigliani da un prelato di Noto, che tale lettera risultava “indecifrabile”, e che era stata acquistata a un’asta insieme a un lotto di documenti antichi, sottolineiamo che in una versione il “collezionista” risulta essere italo-argentino, in una seconda italo-londinese (…) in una terza solo italiano. Tale A.C. di Milano. (…) facciamo notare che la data della suddetta risale addirittura a cinque anni prima della nascita del pittore, avvenuta a Livorno il 12 luglio 1884. Su cosa si basa quindi la datazione del disegno al 1919?  (…) Ci risulta curioso che abbia coronato il ritratto con le sigle: MSSHDEPL (acronimo il cui significato lo conoscono solo i catanesi). Il disegno è abbastanza vicino al tratto modiglianesco, ma in alcuni punti c’è un sospetto eccesso di zelo. Chi osserva, infatti, il busto reliquiario di Sant’Agata, fitto di preziosi ex voto, difficilmente riesce ad estrapolare un disegno così sintetico come quello approdato a Catania. L’arcano però si spiegherebbe se ad ispirare il disegno fosse stato un santino di Sant’Agata, spoglio di tutti i gioielli ex voto che la ricoprono. E questo giustificherebbe forse il disegno della collana, ma non l’acronimo e tanto meno il supporto cartaceo. (…) E che dire di quel testo interno al catalogo della mostra (con la prefazione di Marella Ferrera e di Salvo Russo, artista e docente di pittura dell’Accademia di Belle Arti e dell’Università di Catania. NdR), che ricostruisce nei dettagli una visita di Modigliani nella cittadina etnea senza mai indicare che si tratta di una ricostruzione immaginaria? Una sorta di reverie dell’autore che guarda caso immagina l’artista a copiare un santino dopo essersi trovato in tasca una vecchia lettera. (…) Come mai tutte le altre firme di Modigliani hanno la Emme arrotondata, mentre quella dell’immagine di Sant’Agata è singolarmente puntuta?” Interrogativi a cui gli organizzatori dell’evento hanno risposto in vario e incongruente modo, tanto da scoraggiare ogni oggettiva analisi da parte degli stessi giornalisti, i quali infatti, con grande enfasi hanno annunciato: “Sulle polemiche innescate da L’Osservatore Romano, se il disegno di Modigliani sia o vero o falso, si può glissare. Argomentate risposte assicurano che è autentico. Fugato ogni dubbio”. Puntuale la risposta di Barbagallo, che rincara la dose, gettando ombra sull’intera esposizione: “Siamo convinti che l’Amministrazione catanese sia in assoluta buona fede e che comunque ha creato un’occasione di discussione culturale, ma ci permettiamo di dire che la mostra è un bluff molto più autentico delle opere esposte. Partiamo dal Ritratto di Simone Thiroux, la madre del figlio prete di Modigliani. Quest’opera è stata giudicata falsa dalla celebre casa d’asta Lempertz di Colonia sulla base di analisi di laboratorio. H. Hanstein ha spiegato che tra le cause della dubbia autenticità dell’opera c’era non solo il supporto, una tela tessuta a macchina che ancora non era in uso nel 1917, ma anche la firma, applicata sopra la vernice finale. E vogliamo parlare delle cinque sculture esposte? A differenza di quelle attualmente in mostra al Mart di Rovereto quelle di Catania non sono in pietra, ma fuse in bronzo. E non sotto la supervisione di Modigliani, ma su autonoma iniziativa degli Archivi Legali, che giustificano l’impresa appellandosi alla “Convenzione di Berna del 1932”. A parte il fatto che la Convenzione è del 1886, essa prevede la riproducibilità delle opere da parte degli eredi per settant’anni dalla morte dell’autore. Poiché quest’opzione nel caso Modigliani è scaduta il 24 gennaio 1990, tutte le fusioni non hanno obbligo di tiratura limitata e possono essere riprodotte all’infinito – da chiunque! – come qualsiasi souvenir purché, naturalmente, ci sia la scritta “d’aprés”. Quindi il valore commerciale di questi bronzi è puramente fittizio. Riguardo poi agli Archivi Legali, poniamo una domanda da archivisti. Come mai i suoi documenti sono sempre scritti da Modigliani ad altri e non, come sarebbe logico, al contrario? La singolarità degli Archivi Legali consiste proprio nell’essere caratterizzata da documenti in “uscita” e non in “entrata”. Per non parlare del fatto che sono quasi sempre cartoline. Per quali strade è mai arrivato a formarsi un simile fondo? Modigliani a Parigi non ha avuto una fissa dimora ed è improbabile che nel disordine della sua vita bohémienne conservasse qualsiasi tipo di corrispondenza. La prova ne è che aveva perso anche i documenti d’identità. Visto che nella biografia scritta dalla figlia Jeanne nel 1958 si parla reiteratamente di senso di impotenza per l’assenza di documenti di capitale importanza e per la povertà di quelli esistenti, la costituzione di quest’archivio è frutto di ricerche successive? E di chi? Quella biografia è stata ristampata nel 1970, nel 1981 e nel 1984 restando sempre uguale alla prima edizione. Allora l’ipotetico recupero di documenti sarebbe avvenuto dopo la morte della povera Jeanne, che fino a quel giorno non possedeva nemmeno un’opera del padre?”. Insomma, tanti e più che plausibili, i dubbi avanzati da Barbagallo e da altri studiosi, ma uno solo è il dato certo: il “Ritratto di Agathae” esposto a Catania e che oggi fa parte della collezione privata di Giovanni Gibiino (coordinatore in Sicilia delle opere dell’artista livornese), potrebbe aggiungersi ad una cospicua collezione di falsi d’autore in un interessante museo delle burle.

Luca Bardaro

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3 thoughts on “Catania e quell’inedito Modì

  1. Di Modigliani vi sono molti dipinti, alcuni malignamente asseriscono che Modigliani abbia dipinto più da morto che da vivo, forse malignità, il falso d’autore in campo pittorico è sempre stato molto diffuso, non nascondo che ne sono un estimatore nel mio piccolo e vorrei segnalare un copista di talento che ritengo degno di nota al seguente indirizzo http://www.ilpittorecopista.it.

  2. Consiglio agli stimatori di Modigliani di leggersi “Amedeo Modigliani le pietre d’inciampo” . Una storia che ha dell’incredibile, in grado di riaccendere diversi dibattiti sul diritto di attribuzione delle opere d’arte

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