BONAVIRI, IL SARTO DELLA PAROLA

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“Mi sono trovato immerso, senza volerlo, in un paese povero, contadino ma sapiente, dove su cento contadini o artigiani, come mio padre, almeno venti sapevano l’italiano e scrivevano poesie. Nei dintorni di Mineo c’era poi un altopiano chiamato Camuti, sul quale era situata quella che veniva considerata la pietra della poesia: attorno ad essa, fino alla fine del 1850, prima dell’Unità d’Italia, si riunivano tanti poeti da ogni parte della Sicilia, per gareggiare scrivendo e recitando versi. C’è da pensare che questa pietra riportasse a una religione non solare, celeste, bensì sotterranea, fondata sulla convinzione che le divinità risiedessero nella terra… Ecco, io sono nato e maturato in questa atmosfera arcaica, sospesa tra realtà e magia, ed è questa atmosfera ad avere alimentato la mia passione poetica”.

Così racconta Giuseppe Bonaviri della sua patria, Mineo (Catania), dove venne alla luce nel 1924. Le stesse parole le ripeterà ad oltranza ogni qualvolta gli verrà chiesto come ebbe origine la sua vocazione letteraria. Una cittadina la cui ricchezza maggiore consisteva nei proverbi e nella sapienza innata dei contadini-poeti, tanto da essere definita da Giuseppe Pitrè (studioso di tradizioni popolari) Parnaso Siculo, Elicona dei rustici poeti. Un humus letterario, questo, al quale non sfuggivano nemmeno i genitori dello stesso scrittore: il padre, sarto, scriveva segretamente poesie sul retro delle bollette, mentre la madre alimentava le fantasie dei figli con il racconto di fiabe. Tutto in questo ambiente sembra insomma predisporre l’animo sensibile del Bonaviri alla poesia.

Nel 1957 lascia la Sicilia per sposarsi con la napoletana Raffaella Osario e trasferirsi a Frosinone; dal matrimonio avrà due figli, Giuseppina ed Emanuele. Qui, dove parallelamente alla professione di medico cardiologo si dedica alla scrittura, vivrà fino alla sua morte avvenuta il 21 marzo del 2009, in una casa che rappresenta il suo piccolo mondo fatto di libri, di storie, di vita e di fotografie, accanto a cataste di fascicoli, fogli, tesi e persino una collezione di nidi. Bonaviri, con circa cinquanta opere pubblicate tra romanzi, racconti, raccolte di poesie, saggi e testi teatrali, è stato l’autore italiano della metà del novecento più tradotto al mondo. Svolse anche un’intensa attività giornalistica in seno a diverse redazioni nazionali – l’Unità, Il Messaggero, l’Avanti!, il Corriere della Sera, Famiglia Cristiana e l’Osservatore Romano – e internazionali, tra cui Le Monde. Pluricandidato al Premio Nobel (per ben tredici anni e arrivando più volte nella cinquina finale), nel 1978 ha rinunciato al Premio Campiello per mantenere una purezza d’animo letterario fuori dalle caste e dai compromessi. Di lui si sono occupati scrittori e critici autorevoli, tra i quali Vittorini, Calvino, Sciascia, Manganelli, Gramigna, Manacorda, Pampaloni, mentre all’estero è considerato tra gli autori più innovativi del secolo. Nel 1988 gli è stata conferita la Laurea in Lettere “Honoris causa” dall’Università di Cassino e nel 1999 dall’Università di Catania. Nel 1998 l’Amministrazione Comunale di Mineo ha istituito la Fondazione “Giuseppe Bonaviri” al fine di valorizzarne e divulgarne l’opera. Nel 2003 gli è stato assegnato il Vittorini ed il Super Vittorini, per il libro Il vicolo blu. Tra le personalità con cui entrò in rapporto, si ricordino Federico Fellini, con il quale ebbe per qualche tempo una corrispondenza epistolare, ed Ennio Morricone, che nel 2001 musicò la sua Ode alla Ciociaria, eseguita in occasione dell’inaugurazione del Conservatorio “L. Refice” di Frosinone. Nel 2009, al fine di salvaguardare e continuare a diffondere l’opera omnia, viene istituito a Frosinone il Centro Studi Internazionale Giuseppe Bonaviri il cui archivio è stato dichiarato bene nazionale dalla Sovraintendenza Archivistica di Stato. Se da una parte molti suoi scritti circolano negli ambienti scolastici e tra fasce di giovani amanti di una letteratura colta e raffinata, purtroppo gran parte delle sue opere sono oggi introvabili. Le maggiori sono state di recente ristampate dalla Sellerio e dalla Bompiani e attualmente reperibili.

Sarebbe difficile in questa sede illustrare tutta la produzione bonaviriana. Tenteremo di citarle tutte, soffermandoci su quelle opere che rappresentano delle tappe cruciali sul piano narrativo. L’esordio editoriale risale al 1954, con Il sarto della stradalunga, che narra le vicende del padre a Mineo, forse il più noto dei suoi romanzi che fece dire a E. Vittorini: “Il valore poetico del romanzo è però in qualcosa di più profondo: nel senso delicatamente cosmico col quale l’autore rappresenta il piccolo mondo paesano su cui c’intrattiene, trovando anche nelle erbe e negli animali, nei sassi nella polvere, nella luce della luna o del sole, un moto o un grido di partecipazione alle povere peripezie del sarto e dei suoi”. G. Trombatore (l’Unità, 26.4.1955), salutò il romanzo così: “Più che con Capuana, è appunto ora col Bonaviri che Mineo fa il suo ingresso nella letteratura, come già lo fecero Aci Trezza e Vizzini col Verga e Catania col De Roberto e poi con Brancati”. Da quel momento in poi, il Bonaviri letterario non era mai riuscito a staccarsi dalla sua terra madre, la Sicilia, e di essa ne aveva fatto il punto di partenza di tutta la sua opera. Lui stesso ammette: “Sono e resto un contadino con l’idea d’un punto fermo: il centro, la casa, il paese. Mio padre era il primo di sette figli, mia madre era l’ultima di ventiquattro fratelli: queste enormi famiglie tuttora me le porto dentro come un muro che ti circonda, che t’abbraccia. Cioè vorrei quasi  incarnare in me tutto questo mondo di parenti e farlo diventare carne della mia carne e sangue del mio sangue. La mia formazione infantile resta pre-libresca. Poeti contadini e vento di Mineo, fiabe raccontatemi da mia madre… quale miglior libro?” Il restare radicati alla propria terra è del resto un tòpos comune alla lunga schiera di scrittori siciliani che di quest’isola, palcoscenico calpestato da una storia millenaria, ne hanno fatto di volta in volta una metafora o come scrisse Shakespeare: “sintesi del mondo”. In Bonaviri essa prorompe una volta di più con la sua aura popolare e arcaica per divenire un orizzonte metaforico universale. La civiltà contadina da cui egli proviene, che descrive e in cui sembra apparentemente rimanere confinato, non è tuttavia quella più volte ritratta dagli scrittori neorealisti, impigliata nei bisogni primari di una svilente quotidianità.  Da quel mondo animato di spiriti, di racconti, di proverbi, in cui traspare il senso filosofico dei poveri; mondo sconfinato che ha fatto da scenario alla sua infanzia, come una sorta di Giardino delle Esperidi, popolato di ancestrali deità che prendono forma negli elementi di una natura vista panteisticamente e in cui egli farà un ossessivo ritorno in tutta la sua opera, Bonaviri trae linfa per i suoi romanzi nei quali coesistono le molte sue anime di scrittore, di medico e di scienziato. Come ha notato Zaouchi-Razgallah “a differenza della nostalgia delle origini riscontrabile in numerosi scrittori, suggerita dal costante ricorso al dato biografico, quella di Bonaviri si riveste di una dimensione cosmica”, in cui il corollario esperienziale perderà le sue connotazioni reali per sublimarsi in una rappresentazione allegorica che indaghi le zone più profonde della vita e della psiche. Egli stesso prende le distanze dagli altri narratori siciliani, quando, in un’intervista rilasciata a Perrotta, nel 2006 dice: “Sciascia è uno scrittore civile, io sono un affabulatore. Tra me e Verga ci sono di mezzo millenni, il suo mondo era assolutamente diverso da quello che abbiamo vissuto noi. In quest’ultimo cinquantennio s’è aperta una nuova fase storica per l’umanità: abbiamo messo il piede sulla luna, abbiamo scoperto un universo concreto fatto di astri che poi sono praticamente come la terra, grandi ammassi di pietre e di sostanze come metano, gas e così via. Quindi abbiamo allargato la nostra visione a una visione cosmica dalla quale non ci dovremmo allontanare, una visione secondo la quale l’uomo è una cellula ma è una cellula importante in quanto con la sua intelligenza riesce a entrare nei misteri del mondo”.

L’incessante trasposizione di fatti reali sul piano simbolico, come è stato evidenziato da quanti si sono occupati dell’opera bonaviriana, tende quindi a realizzare storie al di là della storia, tutte tese al recupero di un’unità primigenia e di un ritmo di vita sapienziale smarrito dall’uomo contemporaneo. Un intento perseguito nella modalità di narrare, totalmente svincolata da riferimenti certi, come nomi o date, e attraverso il recupero di una lingua atemporale, o piuttosto l’invenzione di una lingua altra. Da qui “quel sovrapporsi, urtarsi, mescolarsi di lessico e di inflessioni dialettali e di lingua colta, di americanismi e neologismi” notato dal Savarese in occasione dell’uscita del romanzo Il fiume di pietra, e che costituisce la peculiarità del suo stile. Gli attori che si muovono dentro i suoi racconti parlano per immaginose simbologie in un florilegio linguistico inusitato e variopinto,  fatto di stilemi e favelle diverse, sostenuto da quanto la millenaria cultura siciliana offre sul piano delle contaminazioni linguistiche, ed a cui darà un ulteriore apporto con termini mutuati dal linguaggio medico-scientifico. Un espediente teso a cogliere segrete vibrazioni, intime risonanze, suggestive sonorità. Bonaviri ci dice: “[…] Quando scrivo, spero di innescare la miccia per eccitare la memoria e la fantasia del lettore, per portarlo in ambiti a cui non è aduso, in un labirinto a lui insolito, in un micro reticolo di reazioni evocative in cui DNA, molecole, catene proteiche siano sottoposte ad insolite e divinanti sollecitazioni di circuiti neuronici.”. La grazia poetica si nutre di arcaismi, di scene arcadiche, di rappresentazioni dei pupi, di antichi miti religiosi, di terra e di polvere; la memoria si vela di un rimpianto affettuoso dove anche la natura si erge a protagonista, in una “carnalizzazione dei processi meteorologici”, come rilevato da G. Spagnoletti. Dal punto di vista tematico  – la vita, la morte, il tempo – la sua opera non presenta alcuna cesura: sia che si tratti di romanzi, di racconti o di poesie (e tutte le sue espressioni letterarie sono, in fondo, un immenso afflato poetico) tendono tutti a risolversi in una continua espansione di quel vettore paese-mito-cosmo. “Sento l’insieme delle mie cose come un tappeto persiano in cui fili e segni e intrecci si toccano, si distaccano, si ritoccano…” (Bonaviri).

I suoi primi tre romanzi, Il  sarto della stradalunga, La contrada degli ulivi (1958), Il fiume di pietra (1964), rappresentano sul piano stilistico un tempo di ricerca e di sperimentazione. Ne Il sarto non ha ancora introdotto la terminologia scientifica che diventerà struttura dei suoi libri a partire da La divina foresta. Se nel Fiume di pietra l’avvenimento era lì, a portata di mano, nel racconto I ragazzi di Lemno (anticipazione de Le armi d’oro) Bonaviri tenta un aggancio più ardito: il mito è cercato nel mito, attraverso ragazzi che si fanno spettatori e protagonisti delle vicende della guerra di Troia. La divina foresta (1969), romanzo allegorico che suscitò l’entusiasmo tra gli altri di Caproni e di Calvino, riporta alla memoria la famosa opera di Ovidio, o la filosofia naturale dei presocratici, cercando di  cogliere  l’irripetibile accadimento del mondo nel suo farsi e nel suo predisporsi, e tentando la trascrizione di ciò che solo la scienza riesce a sfiorare. Zangrilli ci dice a riguardo: “La divina foresta […] ci presenta la visione cosmica di una natura consapevole a tutti i livelli. Una visione originale, sebbene si possano rintracciare lontani antecedenti nella Bibbia, in De Rerum Natura di Lucrezio, nelle Metamorfosi di Ovidio, e in Dante. […] Mineo viene qui scelta come località edenica, [abitata da] personaggi filosofi la cui meditazione si concentra spesso su idee universali”. Notti sull’altura (1971) è forse l’indizio più certo della maturità artistica del narratore. Un romanzo che nasce da radici profonde, quelle stesse già emerse e che spaziano dalla filosofia naturalistica alle concezioni magiche di antiche culture. Dopo secoli di progresso – illuministico, romantico, ideologico – l’uomo abdica alla sua compromessa storicità, cancella i segni malati della tradizione e del retaggio, per dissolversi e rinascere nelle forme incessanti del creato. La morte non si configura più come corruptio, annientamento, piuttosto come un succedersi infinito di metamorfosi, per cui dalla disperante religione pagana dei contadini che aveva caratterizzato i suoi primi romanzi e che ritroveremo ancora oltre, si passa ad una religione liberatoria, palingenetica che sancisce la liberazione dalla morte biologica. Il romanzo Le armi d’oro (1973), fa un palese richiamo al poema omerico dell’Iliade che offre all’autore la possibilità di esplorarne le vicende attraverso un’ottica adolescenziale in grado di recuperare i fatti minuti, i gesti, le voci che possono sfuggire agli adulti. In esso Bonaviri rompe gli schemi abituali della narrazione: Non più il classico racconto con un avvenimento dentro cui il pubblico è abituato. Ne L’isola amorosa (1973) Bonaviri getta lo sguardo inquieto su quella che potrebbe essere la condizione umana di domani: l’uomo, da sempre alla ricerca di se stesso nella propria globalità, tenta la ricomposizione del suo io frastagliato e disperso attraverso la riconciliazione dello spirito e della materia, muovendosi in una società che porta in se stessa i sintomi della disgregazione e dell’autofagocitazione.  Ed è su questo stesso terreno che si colloca pure La Beffària (1975) in cui meglio si palesa la tendenza a cogliere le deformazioni della civiltà tecnologica e massificata. Ci dice a riguardo Di Biasio: “In una società di uomini che vivono la loro vita solo proiettata in avanti, mai in debito con quanto ci è stato dato precedentemente, la storia dell’era tecnologica è rivisitata da parte dello scrittore, perché possa essere condannata nelle sue manifestazioni. Gli ospedali in cui il corpo si corrompe in miasmi di morte, le lunghe fila di macchine della Beffària, le vesciche vuote di uomini protesi al solo benessere materiale, […] sono modelli di vita cui lo scrittore non crede, pronto com’è a orientare il suo sguardo verso ciò che luce o è bello a guardare”. Ne Il dire celeste (pubblicata insieme a Martedina nel 1976), il lettore sarà portato a lasciarsi travolgere da versi poetici che inghirlandano personaggi dai nomi evocativi, conchiglie, meteoriti, lapislazzuli, erbe, piante, loto, deserto, tartarughe, ecc. il tutto visto attraverso uno sguardo capace di incantarsi e di incantare, un’innocenza che lo riporta ad un mondo primigenio. Martedina al di là della favola, apre prospettive interessanti. Qui Bonaviri ha voluto nello spazio di un racconto lungo fissare un’interazione fra microstoria e macrostoria, fra tempo misurabile e tempo infinito. Il leit-motiv che torna di continuo nel racconto, in cui gli uomini si trasformano in atomi, in energia luminosa per essere inglobati nell’infinito, potrebbe essere il tentativo di restituire all’uomo contemporaneo, dopo la perdita delle certezze religiose, una conoscenza scientifica secondo la quale nell’universo ciò che esiste è destinato ad esistere, anche se costretto a continue e imprevedibili metamorfosi. Muscarà ci dice: “in Martedina il narratore, che s’identifica con l’autore […] intraprenderà un viaggio interplanetario verso Plutone: vi si assiste ad una progressiva rarefazione del vivere. Al calore della vita quotidiana, rinsanguata da semplici gioie e dolori, a minime e pur intense emozioni, si contrappone il gelo, progressivamente anche interiore, di un viaggio che vuole essere fuga ma che diviene itinerario di morte.”

Dopo il poema lirico Follia (1976), dal taglio drammaturgico, si arriva a L’enorme tempo (1976), che si colloca a metà tra il romanzo e il libro-diario. Dolente ricognizione dell’autore all’interno d’una realtà che gli è appartenuta da sempre, e che ha mitizzato in tanti altri libri sino a farla assurgere a “ombelico del mondo”. Dolcissimo (1978), in una Mineo svuotata di giovani, e che vive la dolorosa agonia comune a tutti i paesi del sud, si caratterizza soprattutto per la polivalenza dei piani di scrittura che propone – narrazione, lirismo e drammaturgia – tecnica che Bonaviri va sempre più sviluppando. Seguono: Novelle saracene (1980), rielaborazione di storie e fiabe siciliane scritte dalla madre; O corpo sospiroso (1982); Quark (1982); L’incominciamento (1983); È un rosseggiar di peschi e d’albicocchi (1986), quest’ultima, concepita all’età di 15 anni, è una storia indiana di un amour fou tra un quindicenne e una vecchia novantenne; L’asprura (1986); Il dormiveglia (1988); Lip to lip (1988); Ghigò (1990); Il re bambino (1990); Apologhetti (1991); Il dottor Bilob (1994). Ci soffermiamo ancora su Silvinia (1997), altro racconto magico e surreale: storia delle fornarine che, nel cuore della notte, partono per portare i pani “maschi” e “femmina” dal ventre del vulcano-fornace fino ai pastori dei pianori e ai pescatori del litorale. Silvinia, la più bella e gentile delle fornarine, è scomparsa, forse in mare, forse rapita durante una festa sul litorale dal mago dei cartoni animati. Proseguiamo con L’infinito lunare (1998); E il verde ramo oscillò. Fiabe di folli (1999), scritto insieme alla figlia Giuseppina; Poemillas españoles ed altri luoghi (2000); la fiaba teatrale Giufà e Gesù (2001); Acqua d’argento e altre storie (2003), del quale Bonaviri dice: “progettazione vivissima e lievitatissima di succhi etici, di un mondo spesso inesistente ma futuribile”. Il vicolo blu (2003), dove la magia dei bambini protagonisti va d’accordo col naturalismo ciclico e immortale dei loro adulti contadini, capaci ancora di comporre una laude per violino sul morire dei capretti che sgozzano, e dei papaveri recisi sul solco dei campi arati. Con I cavalli lunari (2004), dà vita a una poesia biologica, nella quale come R. Tiberia ci dice:  “anche il cavo vaginale e i batteri possono essere cantati, raccontati, poeticizzati, come la luna e l’amore. Non esistono gerarchie, perché tutto quello che ci circonda, senza alcuna distinzione, può diventare il soggetto di una sperimentazione letteraria. I tampax sono poetici come i cavalli lunari!” Bonaviri in proposito afferma: “La poesia, di solito, si intende sempre in senso aereo, quasi petrarchesco, e vengono raramente considerati quelli che sono gli elementi formativi del nostro corpo, fatto di carne, ossa, di batteri. Tu pensa che dal cavo orale fino al colon ci sono circa un milione di miliardi di batteri… Noi siamo come una grande galassia stellare entro cui vivono questi batteri. E perché non guardare, non porre questo su un piano o su un tentativo di farne poesia, quando sono elementi unicellulari che vivono con noi? E perché non dare importanza al sudore del nostro corpo, al cattivo odore, ai buoni odori, cioè al corpo come corporalità, come un insieme di organi ben armonizzati tra di loro?”. Facendo eco a E. Giachery che nel 1975 associava La Beffària “all’immagine dell’albero che affonda segreto nei succhi terrestri avide radici, mentre con l’intrico variopinto  e con il libero arabesco dei rami capta l’etere cosmico”, la Tiberia fa ancora ricorso alla metafora dell’albero per descrivere la poesia del Bonaviri: “[…] assomiglia al carrubo, albero semplice, modestissimo, silenzioso e sempreverde, che genera frutti maturi e unici: quelli di una letteratura diversa, organica, viva, non aerea ma umanissima.” Non ci dimentichiamo del Bonaviri medico, aspetto che influì, come abbiamo visto, molto nella sua ispirazione artistica: “La mia esperienza professionale in ospedale, mi ha fatto scendere nelle caverne del dolore umano […] ciò  ha allargato la mia visione e la mia possibilità di avere contatti più diretti e di penetrare meglio nelle pieghe più segrete dell’animo umano. Quindi in questo senso esiste un rapporto fra la pagina scritta e la medicina. Entrambe comportano un’immersione nel mondo del dolore umano, filtrato e disperso in tutti i miei libri.”.

Citiamo infine L’incredibile storia di un cranio (2006), che racconta, fra scienza e fantasia, il tentativo di fondere un fiore e un volatile da parte di una biologa catanese e di un suo collega cretese; e l’Autobiografia in do minore (2006), in cui Bonaviri stesso si racconta.  Estremamente interessante il saggio Bonaviri inedito (1998), biografia dello scrittore con ricca appendice di inediti bonaviriani tra i quali il romanzo giovanile La ragazza di Casalmonferrato, a cura di E. Zappulla e S. Zappulla Muscarà. Crediamo infine che il modo migliore per chiudere questo nostro excursus su Giuseppe Bonaviri, sia quello di dare la parola a lui, attraverso stralci di varie interviste, assemblati al fine di fornire una sintesi del suo pensiero:

“Credo che per colui che scrive non per mestiere ogni libro rappresenti come un immergersi in un labirinto di se stesso per entrare dentro, per mezzo delle parole, in un disagio vitale che soltanto con la pagina scritta si può curare. La scrittura è sofferenza, ma sofferenza liberatrice, esplorazione dell’io e dell’universo, ricerca di felicità, seducente infermità eppure fonte inesauribile di guarigione, benefica terapia […] Non so se avrò in avvenire critici acuti e molti lettori, visto che la società, nonostante le tante lacerazioni di cui soffre, in fondo si è fatta cupa, tutta rivoltata in un uomo-massa, senza intelligenza, il quale, interrestritosi nell’anima e nel corpo, non conosce più un albicocco in fiore, il belare delle capre, il mormorio d’un torrente d’aprile.

Giuseppe Maggiore

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