TUTTA COLPA DI SCILTIAN

Posted on 23 dicembre 2010

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Intervista esclusiva allo scrittore Sciltian Gastaldi

Fresco di stampa per Fazi editore Tutta colpa di Miguel Bosè è il secondo romanzo di Sciltian Gastaldi.

Evandro Chiericato, il piccolo simpatico protagonista (alter ego romanzato dell’autore) ci introduce nella sua vie en rose – parafrasando il delicatissimo film di Alain Berliner – un rosa che, in ossequio alle dirompenti cromie dei primi anni Ottanta, vira verso un fucsia spassosissimo.

Quella di Sciltian è una scrittura schietta e divertita, assolutamente a suo agio, capace di intrattenere piacevolmente il lettore, ma anche di portarlo parallelamente a riflettere su più piani di lettura su un argomento – bisessualità e infanzia – che pochi in Italia hanno avuto il coraggio di affrontare. Tutta colpa di Miguel Bosè è un libro estremamente godibile, in cui molti della classe ’70-’75 potranno riconoscersi.

  • Bei tempi quelli, caro Sciltian. Si stava meglio quando si stava peggio?

Oddio, tutti preferiscono i tempi della loro infanzia, se non altro perché erano privi di grandi responsabilità. Oltre a questo, è vero che nell’ultimo decennio abbiamo vissuto, in Italia, un ciclo storico reazionario. Ma come dice Renzo Piano, “il passato sarà pure un buon rifugio, ma il futuro è l’unico posto dove possiamo andare”. Speriamo solo di toglierci dalle palle il buffone che al momento guida il governo per non andare sotto processo.

  • Raccontare gli anni Ottanta è un’impresa davvero ardua – soprattutto quegli anni Ottanta – e tu ci sei riuscito meravigliosamente. Cosa ti manca di più di quell’epoca?

A dire il vero il romanzo tratteggia un trentennio di storia del costume italiano, dagli anni Settanta al Duemila. Gli anni di cui sento più la nostalgia sono infatti i Settanta, non gli Ottanta. Gli anni Settanta furono anni di intensi fermenti, non furono soltanto gli Anni di Piombo di cui sempre si parla, ma anche gli anni del Movimento studentesco, del dadaismo, del DAMS di Bologna, di Lucio Battisti, di Pasolini, di Calvino, della Morante, di Enrico Berlinguer, delle assemblee politiche, dei pantaloni a zampa d’elefante e dei maglioni norvegesi… Gli anni Ottanta furono al contrario anni vuoti, artificiali, di estremo materialismo ed esasperato consumismo. Gli anni di Reagan, di Craxi e della prima Madonna, tanto per intenderci. No buono.

  • L’Evandro Chiericato di oggi racconterebbe una storia simile a quella tratteggiata nel romanzo o una completamente diversa?

Vuoi dire se avesse deciso di raccontare fino al 2010? Penso sarebbe stato difficile tenere un tono leggero e ironico raccontando gli anni del post 11 settembre, di Berlusconi, della Binetti e di Ratzinger.

  • I little-gays dell’Italia di oggi hanno il tempo di soffermarsi (straniti e confusi) sugli ancheggiamenti del Bosè di turno o si chiariscono subito le idee con un click su internet?

Penso che Internet abbia reso tutto più semplice e immediato. Probabilmente troppo semplice e immediato, col risultato che si è perso del tutto il gusto del desiderio. Aprire per la prima volta una rivista porno-soft, in quegli anni, aveva un sapore ben diverso dal collegarsi a uno degli infiniti siti porno disponibili h24 sulla rete. Un gusto del proibito che si è del tutto perso, in mezzo a un’inflazione di pornografia che ha reso allo stesso tempo tutto più banale e tutto più osceno.

  • Di orientamento omoaffettivo nell’infanzia si parla sempre poco. Argomento scomodo o Tabù?

In tutte le società cattoliche si tende a scindere la sessualità dall’età dell’infanzia. E di conseguenza anche l’omoaffettività. È uno dei tanti tabù, per i cattolici. Ma naturalmente i bambini hanno un loro modo ingenuamente passionale di vivere la sessualità, e ce ne ricordiamo tutti a sufficienza, penso. Su questo credo che valga la pena rivedersi il film di Silvano Agosti, “D’amore si vive”, del 1984, con quell’indimenticabile intervista a Francesco detto Frank.

  • Busi, Golinelli, Cotroneo, Siti: a quale scrittura, tra queste, ti senti più vicino?

Onestamente, nessuno di questi. Gli autori che sento più vicini, come ispirazione sono Calvino, Tondelli, Pasolini, McEwan, Leavitt, Maupin, Primo Levi, Kureishi e diversi altri.

  • Sei un grande cultore di Tondelli. Che cos’è, in particolare, che ami della sua letteratura?

Il fatto che nella prima parte della sua produzione, ha sfondato ogni barriera, sperimentando sia col linguaggio che con dei contenuti rivoluzionari e dirompenti. E poi il fatto che maturando ha avuto il coraggio di cambiare completamente stile e di approdare a una scrittura intimistica. E però lungo tutta la sua opera, Tondelli ha sempre puntato il dito contro la discriminazione operata dalla maggioranza, rendendo gli emarginati da oggetti a soggetti letterari. Tondelli era un timido ragazzone di provincia che s’è trovato investito da un successo inaspettato in una nazione più bigotta di quella di oggi, e con una famiglia largamente omofobica, a cominciare dal fratello. Ci ha messo una vita a prendere le misure per potersi esprimere, ma una volta che ci è riuscito, ha cercato nella scrittura un senso di vita, attraverso una forma d’impegno che non molti hanno capito.

  • Il tuo precedente romanzo Angeli da un’ala soltanto (bellissimo, lasciatelo dire) è stato un grande successo. Qual è il più bel complimento che hai ricevuto da un tuo lettore?

Sono due. Un ragazzino di sedici anni mi ha scritto dicendomi che gli avevo salvato la vita. Un altro un po’ più grande che avevo raccontato esattamente la sua storia. Tutti e due erano estasiati e rapiti dal romanzo, e ci hanno tenuto a farmelo sapere. Io quando ho letto la e-mail del sedicenne, ho proprio pianto… la scrittura ha senza dubbio un senso per chi la persegue, ma quando quel senso diventa così tangibile come un lettore che ti dice di avergli salvato la vita… beh fosse anche solo un’iperbole o una metafora, se permetti ne vado fiero per qualche secolo!

  • Da Roma a Toronto. Sei anche tu un cervello in fuga?

Diciamo più uno stomaco in fuga. A Roma e in Italia le ho tentate tutte per fare la carriera accademica o quella giornalistica, ma alla fine rischiavo di diventare solo l’agente immobiliare più colto della capitale… così ho fatto due domande per dottorati in Canada, e mi hanno preso in quello dove pensavo di avere meno chances. La cosa sta diventando tristemente comune per almeno due generazioni d’italiani sotto i 35, stiamo tornando a essere un Paese di emigranti, solo che ora esportiamo laureati, insegnanti e ricercatori. Il Paese ne pagherà un costo altissimo entro pochissimi anni. Anzi, direi che avete già cominciato ad accorgervene: negli ultimi 10 anni il PIL dell’Italia è cresciuto del 2%, peggio di così ha fatto solo Haiti. Prima o poi la cassa integrazione e i risparmi delle famiglie termineranno, e allora chi avrà portato il Paese a questo stato sarà bene che scappi ad Hammamet, o più lontano ancora.

Massimiliano Sardina

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