The Sicilian Supremo Il genio melanconico di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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Traduzione di Antonio Vivaldi.

Nell’ultimo giorno della sua vita, il 3 luglio 1957, era devastato dalle ultime fasi di un cancro ai polmoni che gli era stato diagnosticato solo pochi mesi prima; era quasi immobile a letto, in grado di respirare a stento e la sua forza di un tempo era ridotta a quella di un bambino. Per tutta la sua vita era stato il simbolo nel non-conformismo e dell’impulsività; tuttavia, negli ultimi anni, a causa di momenti di depressione sempre più frequenti si era chiuso in sé stesso concentrandosi su quello che sarebbe diventato il suo “magnum opus”: Il Gattopardo. Nonostante gli sforzi, tutte le case editrici rifiutavano il romanzo al momento della valutazione. Pochi giorni prima della morte aveva ricevuto una lettera da uno dei più rispettati romanzieri italiani, Elio Vittorini, che giudicava il manoscritto non pubblicabile, uccidendo ogni speranza. Per questa ragione al funerale non vi fu una grande manifestazione di dolore da parte di un pubblico ammirato, non vi furono due pagine di necrologio commosso sul Corriere della Sera per uno degli autori più interessanti del XX secolo, ma solo un semplice requiem presso la basilica del Sacro Cuore di Gesù a Roma, in presenza della famiglia e di una manciata di amici. The Leopard (traduzione inglese de Il Gattopardo, n.d.t.) è il suo romanzo più famoso, pubblicato postumo per la prima volta nel 1958, un anno dopo la morte. Era destinato a vendere milioni di copie, ad essere tradotto in diverse lingue e perfino ad essere trasposto in un film di Luchino Visconti (con Burt Lancaster come attore principale), guadagnandosi così l’ammirazione unanime. Oggi è considerato uno dei capisaldi della Letteratura mondiale. Nella sua descrizione dei sommovimenti politici e sociali, così come dei dilemmi morali a cui si trovava di fronte una famiglia siciliana aristocratica al tempo del Risorgimento, il romanzo si occupa soprattutto dell’appropriazione della Sicilia da parte di Garibaldi e dei suoi Mille nel 1860. Il protagonista, Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, è un tradizionalista stoico, in apparenza senza più emozioni, che gestisce la famiglia con il pugno di ferro, dedicando la maggior parte del proprio tempo alla matematica e all’astronomia. Nel corso di tutto il romanzo vengono affrontati i giganteschi cambiamenti che il Risorgimento causerà all’entourage del protagonista. Il nipote di Don Fabrizio, Tancredi di Falconeri, è un arrogante testa calda che vede il Risorgimento come l’opportunità perfetta per accrescere la propria posizione politica e sociale, cercando di portare il cinico Don Fabrizio dalla sua parte per quanto riguarda le idee. I famigliari e gli amici di Don Fabrizio sono a loro volta personaggi unici dal punto di vista emotivo e si sforzano di accontentare i suoi desideri di capofamiglia. C’è padre Pirrone, il prete di famiglia, la moglie di Don Fabrizio, l’elegante Maria Stella, l’eterea e fragile figlia Concetta Corbera e il cane Bendicò. E proprio Bendicò, il cane, che Tomasi di Lampedusa aveva implicitamente citato nelle sue lettere di testamento agli editori, era il personaggio più importante del libro per ragioni simboliche. L’autore racconta di tutta questa fauna umana nella sua realtà; gli altri personaggi del libro sono ugualmente intriganti: alcuni disdicevoli, altri adorabili, altri ancora avventurosi e così via, ognuno di loro ha le proprie ansietà e anticipa ciò che il Risorgimento porterà. Nato il 23 dicembre 1896 a Palermo, figlio del principe di Lampedusa Giulio Tomasi e di Beatrice Mastrogiovanni Tasca, come il suo personaggio Don Fabrizio, per tutta la vita, Tomasi di Lampedusa assistette e testimoniò i grandi cambiamenti e i moti di sollevazione italiani dell’epoca. L’anno della sua nascita vide le tumultuose dimissioni del primo ministro Francesco Crispi, figura fondamentale della Riforma. Da bambino vide l’Italia trasformarsi in un’importante potenza coloniale avendo espanso il suo dominio alla Libia, alla Somalia e all’Eritrea; da giovane venne arruolato nell’esercito, assistendo direttamente a una delle più sanguinose guerre della storia. Nel 1917 combatté nella battaglia di Caporetto, una sconfitta devastante per le forze italiane, durante la quale fu fatto prigioniero dalle forze austro-ungariche, riuscì a fuggire e a tornare a Roma. Dopo la guerra trascorse la maggior parte del tempo nell’Italia del nord, coltivando l’amore per la letteratura e la filosofia. Dopo che l’ascesa del partito fascista guidato da Benito Mussolini sfociò nel dominio del paese, Tomasi di Lampedusa decise di trascorrere lunghi periodi di tempo lontano dall’Italia, mentre il regime mussoliniano stava irrigidendo la scena culturale e intellettuale. Viaggiò attraverso l’Europa in paesi come la Francia, la Germania e soprattutto l’Inghilterra,  per la quale aveva un grande affetto, avendo studiato lingua e letteratura inglese in giovane età, cosa all’epoca inusuale per un aristocratico siciliano. Fu felice di trascorrere gran parte del suo tempo con intellettuali della scena londinese. E proprio nella città di Londra, all’inizio degli anni ’30, si innamorò di Alexandra Wolf von Stomersen, una donna lituana con un divorzio alle spalle, studentessa di psicoanalisi, che, come Giuseppe, era di sangue nobile; si sposarono nel 1932. La vita matrimoniale certamente non cambiò l’appetito insaziabile di Giuseppe per gli stimoli intellettuali. Nel 1934 alla morte del padre Giulio ereditò i titoli di principe di Lampedusa e duca di Palma, poi con la moglie ritornò a Palermo dove visse con la madre Beatrice nel palazzo di famiglia. Si creò rapidamente uno stretto circolo di amici con cui condivideva il suo amore per la critica letteraria. Sarebbe stato questo nuovo capitolo della sua vita che avrebbe visto gli inizi della sua attività di romanziere. Con l’invasione dell’Etiopia del 1936 da parte della truppe di Mussolini e la formazione di un’alleanza col Terzo Reich hitleriano, il destino dell’Italia era ormai deciso: ci sarebbe stata la guerra. Per via del mutato clima, Giuseppe raramente viaggiava oltre i tranquilli confini delle proprietà di famiglia, dedicandosi così agli amici e agli intellettuali che passavano per Palermo. Nel giugno 1940 l’Italia entrò in guerra. Più tardi, nel corso dello stesso anno, Giuseppe venne di nuovo arruolato nell’esercito per essere poi congedato nel 1942. Il resto dell’anno sarebbe stato un periodo di intenso disagio, trascorso principalmente sulla costa a Capo d’Orlando con la moglie, la mamma e i cugini. Era un risoluto antifascista, soprattutto per ciò che il regime aveva inflitto alla scena culturale del paese, schiacciandola sotto uno stivale di ferro (anche se preferì, per cautela, non esprimere ad alta voce il suo disgusto per il regime). Si è anche detto che fosse diventato un pacifista assoluto, quindi il fatto che la guerra lo circondasse dovunque andava rendeva ancora più grave il fardello che portava sulle spalle. Con il proseguire della guerra, il suo sentimento nostalgico si orientò verso quel mondo perduto dove l’antico ordine governava la società siciliana e le famiglie aristocratiche come la sua presiedevano a terre incantate e pacifiche. A questo punto i semi per Il Gattopardo stavano per essere gettati. Nel periodo post bellico, con la dissoluzione della casa dei Savoia, l’Italia divenne una Repubblica e le difficoltà economiche percorsero di nuovo il paese creando un nuovo periodo di incertezza. Il  fatto  non aiutò certo Giuseppe, che in quel periodo soffriva di depressione, si dice per aver assistito alla distruzione della sua adorata famiglia per mano delle forze americane nel 1943 e per la morte della madre nel 1946. Con l’inizio del nuovo decennio l’economia italiana migliorò grazie all’alleanza con gli Stati Uniti e ai benefici portati dal piano Marshall di Harry Truman. Per Giuseppe, comunque, nessun benessere economico poteva restituirgli il mondo che aveva così disperatamente amato, mondo che come gran parte della vecchia Europa era stato ridotto a poco più che polvere. La casa di famiglia era stata distrutta e Giuseppe e Alexandra comprarono un edificio in via Butera, in una contrada di Palermo. Nella nuova casa si ricostruì una vita più stabile insieme alla moglie. Nel 1953 adottarono il giovane cugino Gioacchino Lanza di Assaro, a cui Giuseppe era legato da una profonda amicizia. In quel momento la vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa iniziava ad avere più significato, tuttavia questi momenti apparentemente più felici erano ancora funestati da episodi depressivi che non erano cessati con l’aumentare degli anni. A dimostrazione di questo, in una delle ultime lettere indirizzate al suo caro Giò descriveva gli ultimi anni come dolorosi e cupi; la scrittura sarebbe diventata la sua unica salvezza, dandogli finalmente uno scopo. Era dagli anni ’20, quando aveva scritto alcuni saggi sulla letteratura francese e inglese per il periodico genovese Le Opere e I Giorni, che non si era più dedicato a tempo pieno alla letteratura, ma nel 1954 con l’incoraggiamento di Giò e dei suoi amici, che sempre avevano compreso quanto grande fosse il suo talento letterario, così come il crescente desiderio di mettere su carta le sue idee, iniziò a scrivere il suo capolavoro. Seduto al caffè Mazzara, col pacchetto di sigarette accanto, il taccuino sul tavolo e la penna in mano, iniziò a creare i personaggi del Regno di Sicilia in tutta la loro intrigante gloria. La sua linfa creativa, dopo decenni di ibernazione, riprese a scorrere copiosamente. Il romanzo sarebbe stato completato nel 1955. Negli ultimi anni scrisse anche alcuni racconti e saggi come: La Sirena e Lighea e Lezione su Stendhal. Anche questi furono pubblicati dopo la sua morte, ma senza mai raggiungere il successo de Il Gattopardo (un’opera vergata con la stessa lucidità di un Pasternak e con lo stesso lirismo di un Proust). Un altro fattore chiave che può essere attribuito al genio di Giuseppe è il suo vocabolario estremamente ricco e la sua inconfondibile fraseologia, dai toni più aristocratici a quelli più umili del mondo contadino siciliano. Il suo stile rende anche i momenti più banali del libro assolutamente affascinanti. Sempre meticoloso come scrittore, non procrastinò mai alcunché, neanche nei giorni più cupi, quando la depressione lo spingeva nei suoi abissi. Nelle pagine de Il Gattopardo si percepiscono a chiare lettere la passione, la paura, l’ansia e il desiderio nostalgico, ma soprattutto si percepiscono quei sentimenti atavici per l’unità familiare, e il vecchio adagio secondo cui una famiglia sopravvive sempre, anche quando le avversità la spingono sull’orlo della distruzione.

Valentine Rossetti

Valentine Rossetti è un giovane giornalista inglese, di padre italiano. Collabora con diverse riviste britanniche scrivendo di società e costume, riservando spesso articoli di approfondimento su alcuni aspetti riguardanti l’Italia. In questo numero di Amedit ci offre il suo personale punto di vista, quello di un autore straniero, su uno dei più grandi protagonisti della letteratura italiana di tutti i tempi. (Mauro Carosio)

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