non è un CATTELAN

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Il meglio che si può dire della maggior parte della moderna arte creativa

è che è giusto un po’ meno volgare della realtà.

(The Critic as Artist, Oscar Wilde)

Il mostro è in mostra, e si guadagna il centro della scena senza inutili preamboli. È lì, indubitabilmente lì, e si staglia ieratico e solenne nel luogo istituzionale preposto per la fruizione. I riflettori sono ben orientati, luce diffusa senza ombre accessorie, non c’è nulla che ostacoli la visione diretta dell’installazione che risalta trionfante nello spazio asettico. Il vedo non vedo è eluso a priori. Non occorre indietreggiare per mettere meglio a fuoco, né avvicinarsi troppo, né tanto meno inarcare la schiena per decifrare un dettaglio, dal momento che la visione d’insieme è già di per sé fin troppo esaustiva, lapalissiana. Il mostrum si offre ai nostri occhi tutto intero e rivendica, tutta intera, la nostra attenzione. Ma di quali armi si serve questo mostrum per irretirci a tal punto? Fauci spalancate, occhi spiritati e artigli sguainati? Sì, …più o meno. Gli ingredienti va da sé che non sono esattamente questi, ma poco ci manca. È l’effetto-shock, signori, di cui tanto si parla dalle prime irriverenze Dada fino ai giorni nostri (è trascorso quasi un secolo ma sembra non essersene accorto nessuno!). La ricetta, sapientemente riaggiornata, si ripete, si ripropone di continuo. Piatti forti per palati inappetenti. L’arte contemporanea, da un lato è anche triste constatarlo, sembra che riesca a garantirsi una sopravvivenza solo all’interno di questi circuiti. Damien Hirst, Orlan, Herman Nitsch, Matthew Barney, Aspassio Haronitaki, Daniel Lee, Stephan Balkenhol, Jeff Koons, Cindy Sherman, Vanessa Beecroft… non usano certo mezze misure. Il mostro, debitamente imbellettato, si presta per sua natura a un’infinità di varianti. Se la regola generale è: attirare l’attenzione & catturare l’interesse – esattamente come avviene nei meccanismi di persuasione pubblicitaria – ne consegue che l’immagine, sua maestà l’Icona Madre, finisce per gonfiarsi prim’ancora di prender forma, concepita già aprioristicamente nell’iper-evidenza epifanica. Tutto, assolutamente tutto, pur di non passare inosservati (la concorrenza, si sa, è spietata). Via il burqa, dunque. L’opera è nuda. Dissacra, strilla, furoreggia, scandalizza, intriga, incuriosisce, divide, quasi costringe a una reazione, una qualsiasi, purché non si traduca in indifferenza. Esistono forse altre strategie, oggi, per far impennare le quotazioni di un’opera contemporanea a otto milioni di dollari? In fondo, non ci rimette nessuno e l’intrattenimento è garantito. Il mostro poi, a guardarlo bene, alla fin fine risulta anche interessante. Scopriamo, nostro malgrado, che anche l’immagine più chiassosa racchiude un sussurrio di contenuti, ed è ripartendo da questi che ci sentiamo poi legittimati a rivalutarla, a rileggerla nella giusta luce. Salvo poi ritornare a domandarci se tutta quell’impalcatura fosse davvero così necessaria. Ma veniamo più nello specifico al nostro Cattelan. Cinquant’anni, veneto, al momento l’artista italiano più chiacchierato nel mondo (a New York è in preparazione una sua mega retrospettiva). In perfetta sintonia con il tenore destabilizzante delle sue opere Cattelan è un po’ il Duchamp de noantri (in senso buono, si intende), con un gusto solo più accentuato per la decontestualizzazione; e va da sé che il riferimento duchampiano non riguarda le finezze ermetiche della Marie mis a nud, ma più squisitamente le provocazioni della Gioconda coi baffi o la Fontana R.Mutt. Cattelan è con ogni evidenza più narrativo di Duchamp, e il lettore ci perdoni se abbiamo scomodato un nome così altisonante, ma come diretto precedente ci sembrava d’obbligo. Più narrativo forse non è il termine esatto, ma che nome dovremmo assegnare al neo ready-made iperrealistico?, alla riproduzione pedissequa e minuziosa dell’essere umano (che si chiami Hitler o Wojtyla o Cattelan stesso) per fini espositivi? Ci aveva già pensato Duane Hanson negli anni Settanta con la sua coppia di obesi consumatori americani, ad ingaggiare con la scultura figurativa una nuova resa di mimesis; un perturbante freudiano che vanta, tra i suoi precedenti più illustri, i fantocci umanoidi cinquecenteschi del Sacro Monte di Varallo. Il falso che pare vero, il vero che poi si rivela falso, la copia quanto più perfetta dell’originale (l’originale perduto?), il verosimile e l’inverosimile, l’autentico e il tarocco, l’umano e l’inanimato, il naturale e l’artificiale, l’automa e la persona. In barba ai risultati mirabili di resa realistica raggiunti dall’antica statuaria ellenica, Cattelan persegue un iper-reale da trompe l’oeil, in aperta competizione con il più avveniristico dei musei delle cere. Non il ritratto di Hitler, ma Hitler stesso; non il ritratto di Wojtyla, ma Wojtyla stesso; credibili, così maledettamente naturalistici e ingannevoli, tanto nella fisiognomica generale che nel più microscopico dei capillari sottocutanei. Effetti speciali, questi, le cui prime sperimentazioni vanno rintracciate in ambito cinematografico. La metafora viene definitivamente detronizzata dalla tautologia incarnata: il corpo è lì, cristallizzato, e il suo cadavere (le cadavre exquis) non puzza. Si è appena chiusa a Milano, negli spazi espositivi di Palazzo Reale, una mini-mostra di Cattelan: solo tre le installazioni esposte a fronte delle dieci previste. Il tamburino, La donna crocifissa e La nona ora (quest’ultima più nota come “Il papa colpito dal meteorite”); tre opere già molto note al grande pubblico che, per l’occasione meneghina, l’artista ha arbitrariamente raggruppato in uno status-trino di famiglia: il figlio (il piccolo Cattelan-tamburino, relegato nell’alto di una nicchia seminascosta), la madre (la donna crocifissa faccia alla croce) e il padre (il pontefice che, pur colpito dal meteorite, continua ad aggrapparsi al suo bastone pastorale). Una Sacra Famiglia.

Stando alle dichiarazioni dello stesso Cattelan a una giornalista – dichiarazioni da prendere con le pinze perché Cattelan pare che si diverta a giocherellare coi media – la trilogia conterrebbe precisi riferimenti autobiografici intrafamiliari. Scopriamo quindi che il tamburino suona per attirare l’attenzione di due figure genitoriali affettivamente assenti. Cattelan, tra l’altro, ha anche raccontato di aver tentato di strangolare suo padre all’età di diciassette anni. Sarà vero? Poco importa. L’opera-padre La nona ora si presta, suo malgrado (potenza della semantica), a interpretazioni molto più interessanti e meno circoscritte al privato memoriale dell’autore. Il celeberrimo Meteorite (alias il Caso) che colpisce – statisticamente una probabilità su quanti miliardi?, dovremmo chiederlo alla meccanica quantistica – il Papa (alias il Divin Progetto che contraddice il Caso). L’opera, concepita nel 1999 in postura eretta e solo successivamente riconcettualizzata, è quanto di più attuale possa inserirsi nel dibattito Scienza-Fede socioculturale contemporaneo, soprattutto italiano. Sì perché, e tanto vale sottoscriverlo a chiare lettere, la laicità in Italia è ridotta a una bambolina voodoo tra gli artigli smaltati di quattro badesse. Dove non può la Cultura con le sue invettive fallimentari, può la Natura con i suoi strali? …Fatto sta che il meteorite di Cattelan cade proprio lì, centra in pieno il vertice dell’azienda. Lo mette spettacolarmente ko, lo atterra, lo stende. Ha tutto il sapore della rivalsa della Ragione contro i nefasti dettami delle religioni rivelate: un’Apocalisse alla rovescia. “Tutta fatica sprecata”, dice il popolo, perché come gli ultimi duemila anni di storia insegnano: “Morto un papa se ne fa un altro”. Al di là dell’interpretazione circostanziata che ne dà l’artista, La nona ora si apre a una molteplicità di rimandi, primo fra tutti quello che abbiamo appena illustrato: pensiero scientifico contro pensiero religioso, Caso contro Progetto. E lo ribadiamo: nel nuovo Medioevo che stiamo attraversando, quest’opera di Cattelan ci fotografa e ci cattura con la schietta impietosità di una polaroid. L’iconografia cristiana è anche alla base dell’opera La donna crocifissa.

Solo il figlio-tamburino, il little drummer-boy, sembra riscattarsi dignitosamente dal presepio. Uno strumento fuori dal coro. È la figura dell’artista, chiamata in causa ma avulsa dal contesto, che osserva e riflette da una posizione privilegiata. Abbiamo aperto con alcune considerazioni sull’uso e abuso dell’effetto shock in ambito artistico, e con le stesse ci avviamo alla chiusura. Potremmo coniare il seguente teorema: tanto più lo shock visivo e lo scandalo saranno garantiti, quanto più si utilizzeranno simboli e riferimenti legati alla tradizione iconografica religiosa. È di poco tempo fa il caso della rana crocifissa dell’artista tedesco Martin Kippenberger.

E la Barbie che piange sangue come la celebre statuetta-trash della Madonna di Civitavecchia? …Quella? No, quella no. Non è un Cattelan.

Massimiliano Sardina

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