MINEO RICORDA IL POETA PAOLO MAURA

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Uno dei massimi rappresentanti siciliani della poesia satirico-burlesca del sec. XVII

a cura del Centro Culturale Permanente Paolo Maura

La ricorrenza del Tricentenario dalla morte (1711-2011), offre l’occasione per riscoprire e commemorare la figura dell’illustre menenino, con “monumenti di carta” (i più importanti), e (perché no?) di pietra. A tale scopo i componenti del Centro Culturale Permanente, dedicato al poeta, hanno stilato un corposo programma ricco di eventi culturali, che si terrà dal 23 gennaio 2011 al 24 settembre 2012, spaziando dalla letteratura alla fotografia, dalle arti figurative alla musica, con incursioni nella storia, nella cronaca e nell’alimentazione del Seicento; nelle manifestazioni parteciperanno varie associazioni artistiche e culturali operanti nel territorio, l’Università di Catania e il Centro Studi Filologici e Linguistici del Siciliano, Enti pubblici, istituzioni scolastiche e singole persone. L’obiettivo principale di queste iniziative consiste nella massima divulgazione dell’opera del Maura (es. letture delle ottave e recita de La Pigghiata), soprattutto tra le nuove generazioni, e nel tracciare una figura più chiara e netta del poeta. In parallelo sono presenti altri obiettivi: la conoscenza del mondo coevo al Maura, della produzione letteraria e artistica dell’epoca e dei suoi protagonisti, e non ultimo la trasmissione e la tradizione poetica locale. Per l’apertura e la chiusura dell’Anno Mauriano sono state scelte le date significative del giorno di nascita (23 gennaio) e di morte (24 settembre) del poeta, facendole coincidere con i momenti più alti dei ‘tributi’ a Paolo Maura, ovvero la presentazione del volume Opere Complete e l’inaugurazione del monumento a lui dedicato. Il primo appuntamento è dedicato alla presentazione dell’antologia che ha voluto, per la prima volta, raccogliere tutte le testimonianze lasciate dal poeta e che, ha cercato di adempiere all’obiettivo di “ricostruire” i testi e offrirli in una nuova veste, corredati di traduzione in italiano e con un ricco apparato di note esplicative. Il volume si configura come punto di riferimento per gli studiosi e per i semplici lettori estimatori dell’opera del poeta menenino, con l’auspicio che esso possa offrire lo spunto per ulteriori ricerche a livello biografico, testuale, filologico e critico. L’ultimo appuntamento dell’Anno Mauriano (24 settembre) sarà una delle giornate clou, perché al di là del Convegno sul rapporto tra dominazione spagnola e produzione letteraria del Seicento siciliano, l’inaugurazione del monumento a Maura costituirà l’iniziativa più tangibile degli onori che i soci del Centro Culturale Permanente e l’intera comunità menenina gli tributeranno. È possibile ricostruire la biografia del poeta attraverso le notizie trasmesse dal canonico Corrado Tamburino Merlini e da Luigi Capuana, alle quali si intrecciano quelle desumibili dalla sua produzione poetica, in particolare dal poemetto a carattere satirico La Pigghiata, per cui si può affermare che storia e leggenda caratterizzano la sua vicenda biografica. Paolo Maura nacque il 23 gennaio del 1638 da Carlo e Petra Maura. Frequentò il Collegio gesuitico menenino ove convenivano molti giovani da ogni parte dell’isola per studiarvi retorica. Secondo il Leanti fu un uomo raffinato e le sue citazioni classiche, mitologiche, dantesche e la preparazione retorica dimostrano un discreto retroterra culturale. Trascorse la sua vita nell’agiata villa di proprietà in contrada Camuti, detta “Chianu a Maura” (una villa avvolta da un certo fascino, dal momento che secondo la leggenda al suo interno doveva esistere la “Pietra della Poesia”, dove non solo il Maura era solito scrivere versi, ma era il luogo in cui si radunavano i poeti dialettali dell’isola per improvvisare, poetare e recitare). Maura lesse Dante (come si può intuire anche solo dal verso 449 de La Pigghiata) ma non ne condivise la concezione teologica medievale della Fortuna, come intelligenza celeste che guida e regola tutto; su questo tema il Maura si trovò in perfetta sintonia con la concezione classica dove la Fortuna era presentata come una dea bendata, arbitro del mondo, e non a caso inizia La Pigghiata con i versi in cui definisce la Fortuna foddi spirdata. La fase giovanile del Maura fu caratterizzata dall’innamoramento per una giovane della nobile e ricca famiglia Maniscalco, un amore ben presto ricambiato, ma l’opposizione della famiglia fu drastica e per interrompere questa relazione la ragazza venne rinchiusa, come monaca di clausura, nel Monastero di Santa Maria degli Angioli a Mineo. La famiglia Maniscalco, con il suo potere, mutò radicalmente la vita del Maura, che dapprima venne rinchiuso nel carcere di Piazza Armerina “lu Casteddu” e successivamente presso la Vicaria di Palermo. Non si hanno documenti per stabilire con esattezza quando fu arrestato né quanto tempo rimase in carcere, sappiamo soltanto che uscì nel 1673, grazie a un componimento dal titolo Miserere, invettiva contro la città di Messina in occasione della rivolta del 1672. L’opera non è stata inserita in nessuna delle edizioni a noi note, anche se dobbiamo supporre che almeno fino alla seconda metà dell’Ottocento fosse conosciuta come attestato dal giudizio del Capuana che la ritiene di scarso valore artistico. Il 23 gennaio del 1673, proprio il giorno del suo trentacinquesimo compleanno, sposò Doralice Limoli. L’amore arrecò ancora una volta grandi sofferenze al nostro a causa della morte della moglie, la quale gli aveva offerto un periodo di serenità dopo le tribolazioni del carcere, e a lei post mortem dedicherà dei versi ricchi di delicatezza, dal triste sapore amaro, lontano dai toni satirici tipici del Maura. Questa tragedia lo portò ad isolarsi sempre più nella sua villa, lontano da Mineo e dai suoi concittadini verso i quali nutriva un acerbo disprezzo che si acuiva con il passar degli anni, ma anche la sua “amata” Camuti non era più “l’agiata villa” del periodo giovanile, sia perché durante la sua prigionia le terre erano state male amministrate e pressoché incolte, sia per le sopravvenute ristrettezze economiche che in parecchie occasioni lo portarono a chiedere aiuto a qualche amico fidato e finanche all’odiato cugino Don Stefanu Jaluna. La travagliata vita del Maura si incrociò con la tremenda tragedia del disastroso terremoto del 1693, che gli ispirò uno dei componimenti più toccanti. Alla stessa stregua del cambiamento dello stile di vita va registrato un cambiamento radicale nel tipo di produzione poetica: dal giovanile tono satirico si passa ad un tono prettamente moraleggiante, con un’analisi lucida degli errori del passato. L’ultima produzione del Maura, non casualmente, affronta il tema della morte, che il poeta dovette sentir prossima e che ineluttabilmente sopraggiunse il 24 settembre del 1711, come si evince dall’atto di morte conservato presso l’archivio parrocchiale della Chiesa di S. Maria Maggiore in Mineo. Dallo stesso atto si desume che, in quanto appartenente alla confraternita del Santissimo Sacramento, fu seppellito nei locali annessi alla chiesa dell’attuale salone “Don Primo Mazzolari”.

Il Maura e la poesia satirico-burlesca nel xvii secolo.

La cultura siciliana nel Seicento fu sottoposta al rigoroso controllo della corona spagnola, che ridusse il paese ad uno stato di immobilismo. Ciò che caratterizzò i testi letterari di questo periodo è l’assenza di qualsiasi riferimento alla situazione socio-politica dell’isola, ne è un tipico esempio, la produzione del Rau che, sebbene fu coinvolto nei moti antispagnoli del 1647-48 non fece alcun riferimento a questo avvenimento. Ciò può essere spiegato dal fatto che i rappresentanti della cultura ufficiale appartenevano alle classi alte, le quali erano interessate non a divulgare i fatti storici e politici, che li avrebbero fatti scontrare con il “potere centrale”, ma quello di tutelare i loro interessi dimostrando fedeltà; da qui una ricca produzione di poesia encomiastica di cui Re, Vicerè, nobili e personaggi degli alti ranghi erano al tempo stesso gli eroi-protagonisti e i destinatari. Il modello a cui si rifacevano era il petrarchismo cinquecentesco, senza però dimenticare il Tasso. Ma il petrarchismo non bloccò l’introduzione di novità, anzi gli autori apportarono tematiche nuove: il profondo revisionismo del Veneziano, il realismo paesaggistico del Rau o la satira del Maura. Infatti accanto alla poesia disimpegnata dal punto di vista socio-politico si contrappone la satira, il cui scopo è quello di osservare l’ambiente popolare per descriverne i malumori nei confronti del governo, l’ambiente contadino, la vita di ogni giorno. La poesia satirico burlesca si diffuse nel 1600 e fu lo specchio dello spirito burlesco dei poeti siciliani, che in quel particolare momento avevano trovato modelli unici da “esaltare” come vicerè, ufficiali e nobiluomini spagnoli. Quel che ha reso unica la poesia satirico burlesca siciliana è la capacità di rappresentare il fatto vero e serio come qualcosa di ridicolo, come una parodia, ciò nasceva dal fatto che i poeti volevano soddisfare il gusto del loro pubblico stanco di elogi ed encomi, per ascoltare i fatti veri. Ma l’elemento determinante che spinse i siciliani alla satira è la condizione di miseria in cui erano costretti a vivere, condizione che il disinteresse del Governo non cercò mai di migliorare, da qui l’odio profondo che i cittadini nutrirono contro di esso (e sono proprio i vari vicerè ad essere il bersaglio preferito della satira, ora in forma anonima, ora no, a cui si affiancarono pasquinate e cartelli). Proprio a Mineo troviamo poeti che scrivono satire politiche come il barone Orazio Capuana e Michele Amodio, il quale, per molti aspetti, sembra precorrere il Maura. E fu proprio a questo genere di satira che si opposero gli spagnoli. Quando i poeti avevano il coraggio di scrivere apertamente la loro satira politica pagavano con la prigione il prezzo del coraggio; sono proprio i versi scritti durante la prigionia quelli più ricchi di realismo e sentimento, si pensi alla descrizione dell’ambiente carcerario e dei carcerieri stessi che i vari autori fanno, tra cui lo stesso Maura ne La Pigghiata. Ma se l’ambiente politico offrì modelli originali non fu da meno la sfera ecclesiastica. I poeti misero a nudo i vizi, la corruzione, il malcostume, gli intrighi che si celavano sotto i sacri abiti, personaggi che con abile astuzia si dimostravano molto più pericolosi dei governanti, in quanto non solo riuscivano a tutelare, ma ad ingigantire, come fecero i gesuiti, il loro patrimonio in nome della “fede”. Questo genere di satira “clericale” non risparmiò nessuno, a iniziare dal semplice prete di campagna al papa senza esclusione delle cosiddette “povere suore”. Ed è proprio questa la satira del Maura, anche se non mancano quei temi tipici della poesia burlesca come la satira nei confronti della donna e quella tendenza misogina, topos della tradizione letteraria, dove la donna grande amica del diavolo, con astuzia volpina riesce ad ammaliare tutti, sempre pronta a tradire pur di riuscire nei propri progetti. La satira non risparmiò nessuno, e sia che fosse a sfondo politico, clericale o sociale era sempre pungente, provocatoria con l’unico scopo di smascherare i vizi e le ipocrisie dell’epoca e fornire un’immagine quanto più possibile realistica della società secentesca, sfruttando eleganti motteggi tipici dell’animo siciliano.

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