ANTICHI MESTIERI Una rivisitazione nel centro storico di Vicenza

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Il passato rivive a Vicenza, nella prestigiosa cornice di Corso Fogazzaro, una delle strade più eleganti e suggestive del centro storico. Non il passato aristocratico e carnevalesco dei vezzi e delle piume, ma un passato fatto soprattutto di lavoro, di abilità manuali acquisite e perfezionate nel corso dei secoli, in ossequio a una tradizione artigianale che si perde nella notte dei tempi. Un lavoro tramandato di generazione in generazione, scrigno di un sapere e di un saper fare giunto intatto fino a noi. La manifestazione “Antichi Mestieri”, nota e apprezzata ormai a livello nazionale, ha raggiunto quest’anno la ventiduesima edizione, forte della sempre crescente ed entusiasta affluenza di pubblico. Un ruolo di primo piano lo ha svolto la Compagnia del Sipario medievale, un’associazione storico-culturale veronese che già da diversi anni è impegnata nella promozione e valorizzazione dei cosiddetti “mestieri di una volta”. Ogni particolare è stato curato con estrema perizia realistica, sia per quanto concerne l’abbigliamento dei figuranti sia per i diversi utensili (alcuni fedelmente ricostruiti, altri invece originali dell’epoca). L’itinerario dell’esposizione ha privilegiato i mestieri più umili e comuni, ponendo l’accento di volta in volta sulla sapiente lavorazione delle materie prime. “Questo mestiere lo faceva mio nonno”, ci dice con orgoglio un simpatico e attempato arrotino “…e se sono qui è anche per ricordarlo”. Il lavoro paziente dei cordari e degli impagliatori di sedie, ceste e canestri, la raffinata maestria dei calligrafi amanuensi e dei fabbricatori di pergamene con le pelli di pecora, le tecniche di sgrezzatura della lana, la filatura, l’arte tessile del filè, la lavorazione del baco da seta, le tinture con pigmenti naturali sui tessuti serici, e poi i fabbri, gli arrotini, i ferracavalli, le ricamatrici, le sarte, i ceramisti… Ampio spazio è stato dedicato anche alle attività di bottega e a quelle dei venditori ambulanti: ciabattini, intagliatori, artigiani del rame, verdurai e cuochi di strada. Un vero e proprio laboratorio della memoria, un delicato presepio perduto che riallestendosi funge anche da monito al consumo isterico dei nostri giorni, nonché al concetto di lavoro contrapposto a quello di “carriera”. Ed infatti, al di là del mero aspetto scenografico della rivisitazione in sé, senza dubbio coinvolgente e di forte impatto visivo, la riflessione per forza di cose si allarga in un respiro più generale, si concentra sul “lavoro” e sulla dignità ad esso correlata, un binomio imprescindibile che oggi più che mai tocca da vicino la nostra contemporaneità. Nel mestiere di vivere c’è sempre ogni giorno qualcosa da imparare.

Giuseppe Maggiore

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