PALAGONIA: FINITO IL RESTAURO, S. GIOVANNI BATTISTA TORNA ALLA MATRICE

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A Palagonia, nella Chiesa Madre, torna a splendere la statua di S. Giovanni Battista. Mancava da cinquanta anni, e finalmente, lo scorso 20 Agosto, il prezioso cimelio è stato ufficialmente consegnato alla Chiesa dopo aver subito importanti lavori di restauro costati 8000€. Ad intervenire è stata la sapiente mano del maestro Costanzo Cucuzza, il cui laboratorio ha sede ad Alessandria, ma che stavolta ha operato a Licodia Eubea.
L’intervento di recupero era cominciato il 24 Giugno, proprio il giorno in cui ricorre la natività del Santo raffigurato dalla statua. Una felice coincidenza che forse aveva dato un valore aggiunto a quell’importante e voluto momento. Da anni, infatti, l’Amedit richiedeva notizie sulla scultura e ne sollecitava il restauro e la restituzione.
La statua in questione si erge su di un’ampia base e raffigura S. Giovanni Battista vestito di pelli, con una croce ed i testi Sacri. Tenendo conto dell’aspetto spento del volto, delle flosce movenze del manto e della caratteristica gamba protesa in avanti, ma anche e soprattutto per la tecnica utilizzata, è attribuita al M° Vincenzo Archifel, il quale operò a Catania dal 1486 al 1533 anno della sua morte, presso la sua bottega nei pressi dell’attuale pescheria. Ad Archifel, fine maestro orafo e argentiere tra i più apprezzati dell’epoca, si devono soprattutto alcuni capolavori di eccellenza, tra cui spiccano il prezioso scrigno-reliquiario (commissionatogli insieme ad altri maestri artigiani nel 1478 ed a cui lavorò tutta la vita) ed il fercolo di Sant’Agata, a cui si dedicò dal 1514 al 1519. Tra le sue opere scultoree, nell’area calatina, si ricordino il San Giacomo Apostolo di Caltagirone (1518), il San Giovanni Battista di Vizzini (1523) e la Sant’Agrippina di Mineo (stesso periodo). La sua salma riposa presso la Chiesa del Carmine di Catania.
Sotto un profilo tecnico, va rilevato che si tratta di una scultura a tutto tondo, in gesso e tela gessata supportata da un’anima di legno, a grandezza naturale e ben rifinita nel movimento e nella decorazione, anche sul retro. La superficie esterna si presenta decorata con lamine metalliche e tempere all’uovo. La lamina d’argento risulta stesa con la tecnica del “guazzo” e successivamente “meccata”, rendendola così simile all’oro. Attraverso gli effetti della foglia d’argento meccata in contrasto con il fondo rosso della veste e gli scuri incarnati si ottiene la policromia dell’opera.
Scampata al disastroso terremoto del 1693 e quindi reinserita nell’edificio della chiesa dopo i lavori di ristrutturazione del 1704 – fortemente voluti dal principe Gravina – la statua abbandonò la sua sede negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’allora parroco, Don Giovanni Gambuzza, avviò un’opera di riorganizzazione dei locali per adeguarli alle nuove disposizioni conciliari. Ciò determinò la rimozione, talvolta perfino la distruzione, degli altari laterali e di molte opere di pregio, tra cui la scultura in oggetto ed il pulpito ligneo.
Come se non fosse stata sufficiente la sola sottrazione alla vista di fedeli ed ammiratori d’arte, la scultura venne per anni abbandonata all’aperto, senza alcuna protezione dalle intemperie atmosferiche. Ciò ha sicuramente determinato, accanto all’attacco di tarli e muffe, l’avanzato stato di degrado in cui la statua versava prima delle iniziative di recupero. Mancavano, inoltre, parti anatomiche (parte del piede destro e sinistro, sezioni del manto e delle dita delle mani), era nel complesso poco stabile, presentava l’intera superficie pittorica ricoperta da strati di vernici alterate, intervallate da particelle di deposito (polvere, fumo …), da strati di materiali proteici (colla, uovo …), da resine e cere. Si notavano, infine, varie piccole lacune causate dal distacco del film pittorico e da parti dello strato gessoso, abrasioni dovute agli spostamenti a cui è stato soggetto il manufatto nel corso dei secoli, micro-fessurazioni apportate dall’umidità e due grosse fenditure sulla schiena. Per quanto riguarda la ricca decorazione, poi, erano visibili graffiature, striature, alcune piccole parti mancanti e varie abrasioni della foglia metallica.
Rispettando le tecniche costruttive e i materiali in uso all’epoca del manufatto, il maestro Cucuzza ha dapprima operato una disinfestazione con antitarlo e poi ha eseguito un trattamento contro muffe e funghi. In seguito si è occupato della fermatura del film pittorico e del consolidamento della struttura fibrosa del legno, della tela e della policromia. Ha poi stuccato, reintegrato le piccole lacune e pulito la superficie policroma e le parti trattate a lamina metallica.
Inoltre, in fase di restauro, dopo l’eliminazione degli strati di vernici alterate, ha svolto l’analisi della “fluorescenza ultravioletta” al fine di mettere in evidenza restauri pittorici avvenuti in passato. L’esame ha, in effetti, messo in evidenza che il solo incarnato aveva subito delle ridipinture. Il restauratore ha quindi iniziato le prime integrazioni per mezzo di colori a vernice per restauro e acquarelli, coprendo la miriade di fori di farfallamento, le lacune del manto ed infine le crepe del viso. Fase ultima dei lavori è stata la verniciatura.
Si è trattato, insomma, di un impegnativo iter che ha finalmente prodotto i suoi frutti: ha restituito l’opera a tutta la collettività palagonese, ma soprattutto ha permesso di valorizzarla storicamente ed artisticamente.

Vanessa Pillirone

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