Palagonia – C’era una volta “A fera di Biedduviddi”

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Come ogni anno, da più di un secolo, da quando alla fine dell’800 fu comprata dal paese di Valverde, in coincidenza con la seconda domenica di Ottobre, si svolge a Palagonia “A fera di Biedduviddi”, attualmente più conosciuta come la “Fiera di Ottobre”.

Nel corso degli anni molto è cambiato. L’unica cosa che è rimasta inalterata  è la ricorrenza. Una volta, famosa e molto conosciuta in  Sicilia e oltre i confini dello “Stretto”, era considerata  una delle più importanti fiere degli animali; oggi è ridotta a un evento di modesta attrazione  per il paese che richiama gente  solo dai paesi limitrofi.

In antico, qualche settimana prima dell’inizio della fiera, i primi ad arrivare in paese erano i “Mulacciunari” che venivano persino dalla lontana Calabria e preannunciavano l’inizio della fiera.

I mandriani (“i paricchiari”), appena arrivati dal lungo viaggio, cominciavano a vagare per le strade del paese in  cerca di case e stalle da affittare  o chiedevano alloggio e riparo per gli animali nei vari fondachi allora esistenti: quello dei Giannini (l’attuale Modakì), quello di Elia (ex Banco di Sicilia e bar Cognis),  quello della Giliberto (in via Roma) ed altri improvvisati e meno noti.

Prima a giungere in paese era una giumenta con una grossa campana al collo che precedeva le mandrie (3-4) formate da 30 a 50 muli.

L’arrivo della giumenta, era per i bambini di allora il preavviso di un periodo di festa, per gli adulti  il momento di rifornirsi di attrezzi agricoli, ed addobbi per gli armenti, mentre le massaie si dotavano di oggetti prevalentemente di uso quotidiano e per la cucina.

Il giovedì, a mezzogiorno  lo sparo di un mortaretto  segnalava l’apertura della fiera la cosiddetta “Affacciata”; tutti i mercanti di bestiame entravano in fiera, dall’attuale via Bologna e dalla carrata che costeggiava la prima casa del paese (oggi Bar Alessandro) all’incrocio tra la via Garibaldi e  la via Circonvallazione. Le guardie di turno assegnavano i posti dove sistemarsi per il giorno di venerdì quando era “Fera china”, il tutto si svolgeva nell’arco di un’ ora circa, dopo di che si usciva dalla fiera per darsi appuntamento all’alba del giorno dopo.

La zona della fiera degli “animali” comprendeva parte dell’attuale area del quartiere “Nzudda” e il quartiere denominato appunto “Chianu a fera” nonché il pianoro che racchiudeva l’ex campo sportivo.

Tutto lo spazio veniva suddiviso per zone ed in ogni area venivano sistemati i vari armenti, gli ovini ed i suini erano sistemati nel quartiere “Nzudda”, tutti gli altri animali erano dislocati nella zona di “Chianu a fera”e dell’ex campo sportivo.

Il venerdì era un brulicare di persone, animali e carretti, chi comprava, chi vendeva, chi trattava, ma sicuramente i più contenti erano i bambini che restavano ammaliati da tutto quello zoo domestico a portata di mano.

Non mancavano i “Carusieddi” (bambini di età compresa tra i 6 – 10 anni) che approfittando dell’evento, mandati dai genitori, giravano con “bummuli” e “quattari “ in braccio vanniannu “Acqua frisca massaru”. I venditori e gli acquirenti che erano a corto d’acqua pagavano per una “Ota d’acqua” un soldo (5 centesimi).

La fiera degli “animali” si chiudeva il mezzogiorno della domenica, quando i “firuoti” abbandonavano le proprie postazioni, lasciando tanto rammarico nei bambini che li salutavano dando loro appuntamento all’anno successivo.

In contemporanea, a partire dal giovedì mattina e per qualcuno anche qualche giorno prima, altri “firuoti” riempivano la piazza Umberto (Piazza vecchia) di bancarelle che vendevano attrezzi e oggetti per la campagna, utensili per la casa ed altro, mentre in tutta la via Roma e la via Garibaldi sino all’abbeveratoio di “Biedduviddi”, si vendevano tutti i prodotti che servivano ai lavori in cui si usavano gli animali: carretti, viettuli, suttapanza, sidduna, capizzuna, corde, zammilli, zotti, ecc.

Mischiati tra le bancarelle, non mancavano i contadini locali che, aiutati dai propri  figlioletti, vendevano i prodotti dei loro ”Luochi” ( piccoli appezzamenti di terreno), con i “Cufina” pieni di fichidindia, azzaruoli, carrubbe, olive, pistacchi, e persino castagne, prodotte nelle colline circostanti il paese.

Ammaliante ed attraente era il gioco del “Cadiu” che richiamava l’attenzione di intere famiglie interessate all’acquisto della “Puolisa” (un bigliettino numerato) o più semplicemente per assistere curiosamente all’estrazione del biglietto fortunato.

I partecipanti e gli osservatori si disponevano in cerchio attorno ad un recinto improvvisato che racchiudeva un’area dove vi erano esposti gli oggetti in palio e dove si muoveva l’animatore del gioco.

Il gioco consisteva nel numerare un certo quantitativo di bigliettini e ad ognuno veniva abbinato un regalo; i biglietti erano in doppia copia, una che veniva  venduta agli aspiranti fortunati, mentre l’altra veniva arrotolata e depositata all’interno di una bacinella. Questa  veniva fatta roteare magistralmente dal commerciante conduttore del gioco che di tanto in tanto lanciava in aria i bigliettini facendoli ricadere nuovamente nella bacinella, fino a quando un biglietto cadeva fuori ; solo allora il conduttore gridava “Cadiu” e srotolando il bigliettino vincente urlava il numero in esso scritto cui seguiva il grido di gioia del fortunato possessore della “Puolisa” estratta che portava a casa l’oggetto abbinato al numero, il gioco-vendita continuava così per tutta l’intera serata.

Oggi, purtroppo, è rimasto ben poco dello spirito di partecipazione e del coinvolgimento dell’intera popolazione a questo periodo di festa, tanti giovani preferiscono altre mete, snobbano questo evento e cercano altrove stimoli più interessanti e motivanti, magari negando le loro origini di appartenenza.

Sicuramente, meriterebbe tutt’altra attenzione anche da parte di chi ci amministra, magari valorizzando questo evento riportandolo agli antichi valori e quest’anno qualcuno più attento noterà la mancanza di manifestazioni e mostre abbinate a questo appuntamento annuale.

Stiamo perdendo l’identità e la memoria di questa tradizione annuale che fa parte della cultura del nostro paese e rappresentava l’orgoglio dell’appartenenza alle nostre origini e se essere emancipati e progrediti significa tutto ciò possiamo dire che si stava meglio quando si stava peggio.

Sebastiano Interlandi

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