150° Anniversario della Colonizzazione Piemontese in Sicilia: la storia come non ci viene raccontata tra i banchi di scuola.

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Quante volte ci è capitato di passare per una piazza intitolata a Garibaldi, per una via intitolata a Cavour o per un’altra intitolata a Vittorio Emanuele II?
Tante. Troppe, direi, visto il merito che hanno avuto queste figure nella distruzione, nell’affossamento, nel disfacimento del floridissimo Regno delle Due Sicilie, nel massacro di chi rivendicava la propria libertà da un regno che rappresentava solamente la volontà di espansione da parte del Piemonte, nella depauperazione e nell’indebolimento di quello che era il più ricco tra gli stati preunitari.

Sono molte, troppe, le ragioni che impongono un revisionismo storico, che ci devono indurre a pensare, che ci devono fare riflettere su quanto ci è stato e ci viene nascosto, su come la storia venga abilmente manipolata, a causa delle troppe verità scomode che ci riserva.
Tra i banchi di scuola, oggi, non ci viene detta la verità. I nostri libri di storia non dicono la verità. Le nostre istituzioni si rendono profondamente ipocrite quando celebrano un’Unità d’Italia che non ha alcun motivo per essere festeggiata.

Proprio questa verità che viene oscurata, offuscata, che non ci viene raccontata; proprio questa verità scomoda, proprio la voce di questa verità, che è meglio, per alcuni, che sia messa a tacere, è necessario ed opportuno invece far sì che venga fuori, per fare in modo che non venga infangata la memoria di chi ha lottato per i propri diritti, di chi ha lottato per la propria terra, di chi ha lottato contro l’invasione che ha impoverito, che ha debilitato il fu Regno delle Due Sicilie.
Riportando gli eventi storici alla luce della verità, riportando i dati, gli avvenimenti, i personaggi, riusciremo sicuramente a comprendere meglio cosa è accaduto, la portata dell’avvenimento ed il motivo per cui è necessario parlarne, per cui è d’obbligo far sì che la memoria storica della verità di quegli avvenimenti non cada nel dimenticatoio, cosa che in molti hanno provato a fare.

Quali erano, quindi, gli interessi del regno savoiardo (e non solo) in quella che da adesso chiameremo colonizzazione del Regno duosiciliano?
Sicuramente gli interessi economici avevano un ruolo fondamentale nella politica espansionistica piemontese. Come ci racconta Francesco Nitti, nella sua opera La Scienza delle Finanze, il Regno delle Due Sicilie risultava essere lo stato più ricco tra i preunitari: il banco del regno borbonico possedeva un capitale di 443,3 milioni di lire oro, mentre il Regno di Sardegna, amminisitrato da Cavour, appena 27,1 milioni. Nel 1859 la Sicilia presentò un bilancio finanziario con un utile di 35 milioni, mentre il Piemonte non arrivava a 7 milioni.
Diversi primati in ambito scientifico e tecnologico erano inoltre stati raggiunti nel regno borbonico; possiamo infatti citare la prima linea ferroviaria italiana, la Napoli- Portici (1839), il primo ponte sospeso in ferro realizzato nell’Europa continentale (sul fiume Garigliano tra il 1822 ed il 1829), la prima nave a vapore nel Mediterraneo (1818), la prima illuminazione a gas in Italia (1839), il primo osservatorio vulcanico del mondo, l’Osservatorio Vesuviano (1841).
Secondo Nitti, ed anche secondo l’economista Luigi Einaudi, il capitale appartenuto alle Due Sicilie fu destinato in prevalenza al risanamento delle finanze settentrionali (Lombardia, Piemonte, Liguria, in particolare).

Sicuramente non in secondo piano deve passare il ruolo di una grande potenza straniera, la Gran Bretagna, implicata nel tracollo del regno borbonico (come ci suggerisce anche Carlo Alianello, caposcuola del movimento neomeridionalista, in “La conquista del Sud”). Erano infatti presenti in Sicilia delle miniere di zolfo, di proprietà borbonica e gestite dall’Inghilterra. Ferdinando II, ritenendo non favorevole il comportamento degli inglesi, che acquistavano lo zolfo a basso prezzo per rivenderlo a prezzi elevati, decise di affidare la gestione dello zolfo ad una ditta francese, la Taix Aycard di Marsiglia, che lo avrebbe pagato il doppio rispetto agli inglesi. Questa mossa fu anche dettata dal fatto che, una volta abolita la tassa sul macinato, il sovrano doveva in altro modo incamerare contributi nelle casse del regno. Si scatenò quindi il disappunto della Gran Bretagna che, oltre a preannunciare il sequestro delle navi siciliane, minacciò bombardamenti mandando nel 1936 una flotta presso il golfo di Napoli, minaccia che trovò una pronta risposta da parte di Ferdinando II, pronto a difendere il regno. Sarebbe sicuramente scoppiata la guerra senza la mediazione di Luigi Filippo, sovrano francese, che mitigò le divergenze fra i due stati. Alla fine si ebbe però, in realtà, una sconfitta per lo stato borbonico, che dovette pagare gli inglesi per quel che sostenevano di aver perduto e i francesi per il guadagno mancato.

Altra testimonianza della volontà di opporsi al Regno delle Due Sicilie si ha dalle dichiarazioni di Gladstone, politico inglese, che denunciava le presunte condizioni disumane delle carceri borboniche, carceri che in realtà non avrebbe nemmeno visitato, come ci ricorda sempre Alianello, essendosi basato solamente sulle dichiarazioni di alcuni esponenti antiborbonici (come confessò ritornando a Napoli intorno al 1888 ed il 1889). In ogni caso, queste dichiarazioni si diffusero in tutta Europa e vennero accreditate come vere, fornendo un alibi in più a inglesi e piemontesi per invadere le Due Sicilie.

Capitolo sicuramente poco chiaro è quello dei rapporti tra Cavour ed il primo ministro inglese Lord Palmerston. Sia il primo che il secondo erano in gravi difficoltà economiche: Cavour (come ci ricorda l’autorevole Del Boca in “Indietro Savoia!”) a causa della sua fallimentare politica economica, che portò il Regno di Sardegna alla crisi (accumulò 135 milioni di debiti per gli eventi bellici che durante la fase risorgimentale arrivarono a 1.024.970.595 lire); Palmerston a causa della grande carestia in Irlanda (allora facente parte del Regno Unito) che portò morte ed emigrazione verso le Americhe. Il gemellaggio tra piemontesi ed inglesi sarebbe testimoniato anche dall’incontro tra Cavour ed il conte Clarendon, ministro degli esteri inglese che avrebbe voluto organizzare delle rivolte antiborboniche nelle Due Sicilie. L’invettiva di Clarendon nei confronti di Ferdinando II faceva perno su una presunta missione civilizzatrice da parte delle “potenze progredite” (ce lo ricorda Mario Romeo nella sua grande opera su Cavour, “Vita di Cavour”).
Ecco quindi che possiamo facilmente ricollegare gli aiuti inglesi a quella che fu l’impresa dei Mille di Garibaldi. Non solo si ebbero dei finanziamenti pari a 3 milioni di franchi francesi (forniti anche col contributo della massoneria, statunitense e canadese – fonte Del Boca, “Maledetti Savoia!”), ma vi fu anche il supporto di alcune navi da guerra, che dovevano affiancare i garibaldini al fine di cautelare le piccole aziende inglesi sulle coste siciliane. A confermare il supporto inglese ai garibaldini ci pensò direttamente il capo della spedizione, Garibaldi, che, in un incontro pubblico a Londra, dichiarò che “se non fosse stato per il governo inglese, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina”. Vennero, inoltre, fornite delle armi da esponenti della massoneria del Connecticut (dall’inventore Samuel Colt, affiliato alla loggia “St Jonh’s), favore che venne poi ricambiato da Garibaldi stesso acquistando circa 160. 000 dollari di artiglieria dallo stesso Colt, e dal re in persona, Vittorio Emanuele II, che gli donò una medaglia d’oro. I rapporti con Colt sono documentati dal volume di Herbert G. Houze, “Samuel Colt: arms, art, and invention”.

Come se non bastasse, ad inglesi e piemontesi si affiancarono degli ufficiali borbonici che rinnegavano le Due Sicilie, comprati dal denaro britannico, tradendo la propria patria. Furono circa 2300 gli ufficiali spergiuri dalla parte dei garibaldini (la fonte di questi dati è sempre l’autorevole giornalista Del Boca, nella sua opera “Indietro Savoia!”). Proprio in questo scenario si inquadra uno degli eventi oggetto di manipolazione da parte della storiografia ufficiale: la battaglia di Calatafimi, presentata come rappresentazione di un’eroica impresa garibaldina, fu invece solamente una farsa. Francesco Landi, generale borbonico alla guida di un esercito in netta superiorità numerica, comandò un’inspiengabile ritirata, permettendo ai Mille di avanzare senza disagi fino a Palermo, in cambio di una somma pari a circa 14.000 ducati (fonte Luciano Salera, “Garibaldi, Fauché e i predatori del Regno del Sud”).
Altro traditore fu Liborio Romano, ex carbonaro e ministro dell’Interno sotto Francesco II, che trattò segretamente con Cavour e Garibaldi, oltre che con la Camorra, che doveva mantenere l’ordine all’arrivo dei piemontesi a Napoli. Garibaldi entrò indisturbato nella città partenopea, e riconfermò, come ricompensa, Romano ministro dell’Interno. Romano stesso ricambiò la Camorra, inserendo diversi membri dell’organizzazione nelle istituzioni e nella polizia (ce lo sottolinea Gigi Di Fiore, in “Potere camorrista: quattro secoli di malanapoli”).

Altro sfregio nei confronti dei duosiciliani fu sicuramente la promessa di suddivisione delle grandi proprietà terriere in Sicilia da parte di Garibaldi stesso, che fece inoltre sperare di abolire diverse tasse sui beni una volta instaurata sull’isola la dittatura in nome del re Vittorio Emanuele II. Ovviamente ciò non accadde, ed il primo a sollevare un intenso dibattito storiografico fu Antonio Gramsci.

Ecco, quindi, che se fino ad ora abbiamo analizzato gli eventi, le dinamiche, i dati e le motivazioni di questa colonizzazione, è ora opportuno analizzarne le conseguenze, che arrivano sino ai giorni nostri, e vedere cosa accadde all’indomani di questi avvenimenti.

In primo luogo la sempre troppo attuale questione meridionale. Il divario attuale, a livello di sviluppo industriale ed economico, è in massima parte imputabile proprio all’annientazione del Regno delle Due Sicilie da parte di quello sabaudo, che attuò una linea amministrativa totalmente inadeguata. Il degrado economico del Sud ebbe infatti inizio dopo il periodo del Risorgimento (mai nome fu meno appropriato), come ricordatoci da Nicola Zitara, in “L’unità d’Italia. Nascita di una colonia”. A testimonianza di ciò, il conte piemontese Alessandro Bianco di Saint-Joiroz, capitano del Corpo di Stato Maggiore Generale, ci lascia chiaramente scritto come il popolo duosiciliano da lui trovato prima della colonizzazione fosse molto avanzato dal punto di vista economico, sociale e culturale, e come siano state poi proprio le azioni di conquista a deturpare il regno borbonico. Complice della distruzione delle Due Sicilie fu di certo il processo denominato come “piemontesizzazione”, ovvero l’estensione della politica e dell’amministrazione sabauda, con un sistema di governo fortemente accentrato che impose le leggi alla restante parte del paese senza considerare le differenze tra le regioni, e imponendo esponenti dello stato sabaudo alla guida delle maggiori cariche istituzionali.
Altro capitolo buio della storia d’Italia è quello riguardante i plebisciti che sancirono le annessioni territoriali al Regno di Sardegna, plebisciti che avvennero però in maniera scandalosa, senza tutela della segretezza del voto e in un clima spesso di intimidazione, dato che lo scopo era, in verità, quello di dare una parvenza di legittimazione popolare ad  una decisione già presa. Testimonianza di quanto fossero poco attendibili questi plebisciti è il numero di “no” che venne registrato: furono pochissimi ed era statisticamente impossibile che così poche persone votassero contro l’annessione. Potremmo citare ad esempio Palermo (36.000 favorevoli e 20 contrari), Messina (24.000 favorevoli e 8 contrari), Venosa (in provincia di Potenza), con 1.448 favorevoli e solamente un voto contrario (dati riportati da Roberto Martucci in “L’invenzione dell’Italia unita: 1855-1864”). E’ facile capire come questi risultati non rispecchiassero la realtà dei fatti, e come fosse veramente impossibile avere così pochi voti contrari, rispetto a quelli favorevoli. Lo stesso liberale britannico Lord Russell sottolineò come i plebisciti “sono mere formalità dopo una rivoltura ed una ben riuscita invasione” [cit.]. Il risultato fu un’inevitabile mancanza di unità nazionale, troppe differenze culturali e linguistiche, ed un’eterogeneità destinata a durare fino ai nostri giorni. “Abbiamo fatto l’Italia. Adesso si tratta di fare gli italiani”, frase generalmente attribuita dagli storici a Massimo D’Azeglio, è sicuramente espressione emblematica della situazione l’indomani dell’unità.

La pagina più buia tracciata è però sicuramente quella che riguarda il brigantaggio interpretato praticamente come una forma di terrorismo, e gli eccidi che ne conseguirono. Proprio i cosiddetti briganti, infatti, passati alla storia come i “cattivi” della situazione, i barbari che si schieravano contro i “buoni sabaudi civilizzatori”, rappresentavano invece l’ultimo barlume di resistenza legittima all’invasione, alla repressione messa in atto dallo stato piemontese. Potremmo paragonare il movimento del brigantaggio a quello dei partigiani italiani contro i tedeschi durante la seconda guerra mondiale, con gli stessi briganti supportati dalle comunità rurali, come ci fa notare Francesco Pappalardo ne “Il brigantaggio postunitario. Il Mezzogiorno fra Resistenza e reazione”. La repressione non tardò comunque ad arrivare, e nel giro di cinque anni il fenomeno fu praticamente estirpato, con una violenza ed una ferocia inaudite. Le condanne a morte furono sommarie, senza processo o con sbrigative sentenze emesse sul momento (fonte Angelo Del Boca, “Italiani, brava gente? Un mito duro a morire”). Venivano più volte giustiziati anche i sospettati, e la legge Pica permise l’istituzione, in pratica, di tribunali militari nel territorio volti a giudicare i briganti (o presunti tali), sancendo di fatto l’applicazione dello stato d’assedio interno. Si verificarono poi diversi eccidi, una volta caduto il regno duosiciliano; due tra i più noti furono quelli di Casalduni e Pontelandolfo. Il 31 agosto 1861, il generale Enrico Cialdini ordinò una feroce rappresaglia nei confronti dei due comuni, nei quali, precedentemente, i briganti, col supporto popolare, avevano ucciso 45 invasori sabaudi. Venne inviato quindi un battaglione di cinquecento bersaglieri, i due paesi vennero totalmente distrutti, e circa 3.000 persone rimasero senza una dimora. La stima ufficiale del numero delle vittime non è ancora stato reso noto. Una sorte simile toccò anche ai comuni di Rignano Garganico (Puglia), Barile (Basilicata), Cotronei (Calabria), Guardiaregia e Campochiaro (Molise), Auletta (Campania), come riporta il Del Boca in “Indietro Savoia!”.
Numerosi furono anche gli episodi di deportazione. I militari borbonici che rimasero fedeli al loro re vennero rinchiusi in diversi presidi militari nell’Italia settentrionale, si ricordano in particolare Alessandria, San Maurizio Canavese e Fenestrelle, dei veri e propri campi di concentramento (proprio all’ingresso del forte di Fenestrelle troviamo la macabra iscrizione “Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce”, che ricorda troppo il ben più famoso ironico motto nazista “Il lavoro rende liberi”, riportato all’ingresso di Auschwitz).
Nelle fortificazioni morirono moltissimi duosiciliani a causa delle pessime condizioni di vita, fame, malattia, e del clima. “Laceri e poco nutriti, era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei […]”, ” […] senza pagliericci, senza coperte, senza luce, in posti dove la temperatura era quasi sempre sotto lo zero, vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati” [cit.].
Pur non essendoci, anche in questo caso, stime ufficiali, il forte di San Maurizio Canavese, secondo alcune cronache dell’epoca, accolse circa 29.000 soldati borbonici, di cui 12.000 andarono incontro alla morte, mentre quello, già citato, a Fenestrelle, ricevette oltre 20.000 soldati duosiciliani e papalini (è necessario ricordarlo, nemmeno la Chiesa accolse di buon grado la politica di Cavour). Molti dei cadaveri venivano inoltri gettati nella calce viva per essere sciolti (fonte Gigi Di Fiore, “Controstoria dell’unità d’Italia: fatti e misfatti del Risorgimento”), “una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti”.

Ultimo, non di certo per importanza, tra le conseguenze di questa disastrosa conquista delle Due Sicilie, il capitolo riguardante la mafia (che approfondiremo nei prossimi numeri). Le organizzazioni mafiose come noi le conosciamo oggi sono sicuramente dovute alla nascita del fenomeno del brigantaggio che, pur originatosi con pretese assolutamente legittime (come ricordato in precedenza), degenerò poi, andando a formare una sorta di “stato alternativo”, di “stato nello stato”, facendo sviluppare proprio nel Sud Italia un cancro che, fino a questo momento, non si è riuscito a sconfiggere, ma che si sta addirittura espandendo.

Questo è ciò che veramente accadde, questo è ciò che cercano di nasconderci, ciò che la storiografia ufficiale cerca di occultare, e proprio la memoria dei duosiciliani morti per la libertà, la memoria di padri, madri, figli e figlie che si sono visti rubare la propria terra, la memoria dei soldati che, rinchiusi nei lager piemontesi, cercavano conforto negli aspri raggi solari del Nord… La memoria di questi uomini, ognuno eroe del proprio focolare, dobbiamo fare in modo che non venga assolutamente offuscata, ma, anzi, dobbiamo riproporci che venga portata alla luce, che venga portata alla luce con la verità che da troppo tempo viene nascosta.

Giuseppe Campisi

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