NESSUNO LO SA IN QUESTI REGNI

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Gli italiani hanno la memoria corta! Basterebbe spulciare tra i documenti dei primi anni del secolo scorso a Ellis Island, l’isolotto vicino a Manhattan dove gli immigrati venivano messi in quarantena, e leggere tra le varie testimonianze come venivano classificati e descritti gli indigeni del bel paese. Oppure dare un’occhiata ai giornali svizzeri sui comportamenti degli italiani immigrati a Zurigo tra le due guerre. Risulta impressionante come gli aggettivi usati per descrivere qualunque straniero siano sempre gli stessi. Ma cos’è che rende uno straniero così estraneo, diverso, pericoloso e quindi nemico?

La paura. La paura del confronto con ciò che non si conosce ha prodotto i più grandi disastri della storia di tutti i tempi. A tal proposito si ritiene interessante un’indagine più approfondita sul fenomeno che più ha messo in contatto popolazioni fra loro straniere/estranee: le diaspore.  Il termine Diaspora è di origine greca, significa letteralmente dispersione, disseminazione e sta ad indicare lo spostamento di un popolo costretto ad abbandonare la propria terra natale per disperdersi in varie parti del mondo. Per diaspora si intende quindi uno spostamento forzato e involontario di un gruppo omogeneo e fortemente caratterizzato da tratti identitari comuni che si spostano per tutelare la propria sopravvivenza in una terra che non è quella d’origine. La caratteristica saliente del concetto di diaspora è che in questi spostamenti i gruppi mantengono, nei luoghi dove si sono stabiliti, un forte attaccamento alla propria cultura e alla propria identità, quindi stiamo parlando di una dispersione con un forte elemento identitario che permane nonostante le persone, i gruppi che  si sono trasferiti, si trovino in luoghi dove la cultura locale è completamente diversa (lingua, religione etc.). I motivi che hanno causato le parecchie diaspore nel corso della storia variano a seconda del momento e del contesto. Le diaspore più antiche sono  quelle narrate nel vecchio testamento, il termine viene riferito alla storia ebraica e alla dispersione cui furono costretti gli ebrei la prima volta nel 586 a.c.  conquistatati dai babilonesi e poi a partire dal 70 d.c. dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme da parte dell’imperatore romano Tito.

Avvicinandosi ai giorni nostri si può annoverare come diaspora la meglio conosciuta come tratta degli schiavi che ha avuto inizio dopo le grandi scoperte geografiche ed ha avuto una lunga vita, oggi chiamata “diaspora nera” e rivendicata dagli stessi africani come la seconda grande diaspora. La diaspora armena è quella che ha visto  la fuga di questo popolo in seguito al genocidio compiuto ad opera dei turchi all’inizio del XX° secolo.

Proseguendo nella carrellata delle diaspore si può parlare di diaspora tibetana, riferendosi all’esodo forzato in India nel 1959 a seguito della repressione cinese. A partire dagli ultimi decenni del ‘900 il concetto è stato riutilizzato in nuove accezioni, inserite nel contesto più generale del processo di globalizzazione. Con diaspore transnazionali o globali si intendono movimenti migratori che includono nuove categorie di persone: espatriati, espulsi, rifugiati politici, immigrati, stranieri residenti, ma anche individui in mobilità per ragioni di studio o di lavoro, che sviluppano relazioni multiple rese possibile dalla rivoluzione tecnologica e che sono caratterizzati da un processo di costruzione di identità plurime transnazionali. Dagli anni ’80 in poi quindi, le scienze sociali hanno iniziato ad analizzare il termine secondo altre prospettive, quelle offerte dal mondo contemporaneo, a fronte della globalizzazione e dei nuovi flussi migratori. Robin Cohen in un testo del ’97 Global Diasporas dove parla di diaspore nell’era della globalizzazione, sostiene che l’esempio ebraico può essere una buona base di riflessione, ma non può essere trasposto nell’epoca attuale in  quanto i modelli odierni di spostamenti hanno provocato una sorta di fusione dei concetti di diaspora e migrazione. Sempre Cohen arriva ad attualizzare il concetto di diaspora definendone le varie tipologie alla luce della contemporaneità:

Diaspore delle vittime (africani, armeni)

Diaspore per affari (indiani, libanesi, cinesi)

Diaspore coloniali (ovvero quella dei popoli colonizzati)

Diaspore culturali (il caso caraibico) stiamo parlando di intellettuali attivi nelle varie sfere pubbliche E. Glissant, A. Cesaire, P. Chamoiseau, autori che hanno diffuso una nuova cultura, formata da elementi che si sono ibridati a partire dalla loro radice caraibica. Nicholas van Hear nel ’98 in un suo scritto sottolinea all’uopo che oggi la presenza all’estero di alcuni gruppi non è necessariamente permanente, ma è fatta di spostamenti e scambi continui tra il paese d’origine e quello in cui ci si trasferisce, definizione che suggerisce un’ampia riflessione sul concetto di nuove identità e  appartenenze. Sulla stessa linea J. Clifford in un testo del 2001 “Indigenous Articulation” sostiene che oggi i vari movimenti diasporici sono caratterizzati da forti contatti con i paesi d’origine e soventi ritorni che mantengono vivi i contatti, per cui non è più essenziale la distinzione tra popoli che hanno abbandonato per sempre le terre natali e indigeni. (esempio della comunità senegalese a Genova: forte attaccamento alla madre patria, “rimesse” che vengono inviate in Senegal). Nell’era della globalizzazione le diaspore si configurano sempre più come un nodo di reti il cui processo di costruzione è costituito dalle nuove diaspore globali e postmoderne. Tutto ciò comporta anche nuove forme e modalità di costruzione identitaria.

Arjun Appadurai in Modernità In Polvere (1996) le definisce  come “comunità di sentimento”, l’identità delle diaspore oggi è mobile, costruita anche attraverso l’immaginario collettivo e veicolato dai nuovi media. Sempre Appadurai: “Le migrazioni di massa non sono certo un fatto nuovo nella storia dell’umanità, ma quando si affiancano al rapido fluire delle immagini mass mediatiche, alle sceneggiature e alle sensazioni siamo di fronte a un nuovo ordine di instabilità nella produzione delle soggettività moderne. Quando lavoratori turchi immigrati in Germania guardano film turchi nei loro appartamenti tedeschi, quando coreani a Philadelphia guardano le olimpiadi di Seoul grazie a collegamenti via satellite dalla Corea e quando tassisti pakistani a Chicago ascoltano le cassette di prediche registrate in Pakistan o in Iran siamo di fronte a immagini in movimento che incrociano spettatori de territorializzati. Tutto ciò crea sfere pubbliche diasporiche, fenomeni che mettono in crisi  quelle teorie che continuano a basarsi sulla rilevanza dello stato nazionale come fattore chiave dei più rilevanti mutamenti sociali”.

Per concludere e ampliare il concetto in una prospettiva ancora più attualizzante: migrazioni, esodi e diaspore sono fenomeni sempre più rilevanti del mondo contemporaneo, che non determinano l’estinzione delle varie culture, bensì la loro modificazione, il loro adattamento, il loro intreccio in una rete sempre più globale.

Mauro Carosio

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