L’ESPRESSIONISMO ASTRATTO NELL’OPERA DI ANDREA ANTONIO SIRAGUSA

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CERCARE L’UNITA’ COL COSMO

di Giuseppe Maggiore

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La pittura sembra essere un degno approdo di quell’eclettismo che da sempre contraddistingue l’universo artistico di Andrea Antonio Siragusa, o piuttosto, un suo andare a ritroso: recupero di quella dimensione primordiale che tutto sottende e da cui tutto ha origine.

Quanto l’artista ha cantato o tradotto in versi, rivela quell’Intima Energia che di solito giace inutilizzata nel fondo più riposto dell’uomo e che agisce su di lui alla luce del sole intrecciando soavi ghirlande di non-pensieri, di Voci e di Poesia.

È attraverso lo stimolo della poesia che il pittore perviene ad uno stile di elegante sintesi.

Poetica universale ed eloquente espressione d’un Vivere Cosmico che per mezzo della pittura si rende finalmente segno tangibile dalla prorompente energia vitale.

Direbbe Joan Mitchell: “La mia pittura non è un’allegoria né una storia. Assomiglia di più a una poesia”. Ecco allora che Siragusa, come già Nicola De Maria, può definirsi “Uno che scrive poesie con le mani piene di colori”.

100_0323riduSublimi note, versi e visioni appaiono compiutamente trasfuse nel gesto pittorico, frutto di una profonda meditazione interiore e di una non comune sensibilità lirica che solo nell’astrazione da ogni forma e da ogni oggettività poteva trovare la sua piena affermazione. Segno che trascende i limiti stessi della realtà tangibile, andando oltre la percezione sensoriale che procede per immagini e concettualizzazioni per svelarne infine il mistero.

Una poesia visiva, dunque, in cui il “silenzio” si trasforma in “parola”, attraverso la forza creatrice della luce e il ritmo vitale dei colori lasciati armonicamente danzare – o esplodere – sulla superficie. È qui che luce e colore colti in tutta la loro cristallina purezza, energia e vigore recitano i loro versi… danzano, giocano, alludono a delle vaghe forme, suscitano sensazioni sublimi descrivendo una realtà altra.

Un linguaggio espressivo di efficace forza comunicativa, che procede con gesto immediato e spontaneo – ma certo non casuale – senza pretendere darci nulla di assodato: nessun messaggio univoco, nessun dogma, se non restituirci un lirismo che ci riporti alla primigenia irrazionalità. L’utilizzo dei soli colori primari, non diluiti e stesi generosamente in densi grumi, creano e riflettono con maggiore intensità la luce, conferendo alla composizione una straordinaria brillantezza. Ciò fa delle sue opere un inno alla forza rappresentativa dell’essenziale che tanto ci ricorda certe melodie belliniane, in cui la “povertà” della strumentazione utilizzata è intesa al voler dare il massimo risalto alla voce.

Grazie al loro potere evocativo, le astrazioni liriche che qui ci troviamo a contemplare s’offrono ai nostri occhi come un ideale varco in grado di sottrarci alla routine del quotidiano vivere. Possiamo per loro tramite tentare di intraprendere un viaggio esplorando universi immaginifici, lasciandoci sopraffare da visioni di cosmica ebbrezza. Un poter osare nuove forme del pensiero astratto cui ciascuno può pervenire in modo del tutto unico, svincolato dalla ragione e in balìa delle proprie suggestioni.

100_0354Se è pur vero che talune opere di questo ciclo pittorico sembrano ancora voler tentare una mediazione tra il figurativo e l’astratto (si vedano ad esempio i due Volti Cosmici, Madre e Figlio – autoritratto in ogni tempo e soprattutto Febronia), è proprio in quelle in cui la rappresentazione è del tutto smaterializzata nell’assoluta astrazione che l’artista ci riporta alla Genesi d’ogni conosciuta forma, prima del suo divenire. Opere de-pensate nelle quali tuttavia si è tentati di individuare dei riferimenti iconici, scrutando come esploratori nello spazio… come quelle forme che andiamo speculando tra le nuvole o nelle escrezioni d’una parete rocciosa, sulle macchie di umidità o in certe rifrazioni della luce che soggiogano i nostri occhi creando dei miraggi. Potrebbe sembrare lecito osare riconoscervi un umano sembiante, appena suggerito da qualche vago riferimento somatico, non ancora del tutto plasmato – o emerso – dal brodo primordiale della Genesi; magari lasciarsi incantare da scenari di lussureggianti praterie variopinte, calarsi giù per crateri infuocati e affondare nelle loro magmatiche viscere; o ancora dialogare con occhi immensi che sembrano voler arrogantemente squarciare la superficie, penetrarci fin nel profondo dell’Essere e… interrogarci.

Tutto ciò può esserci, ma può anche non esserci se non in termini di pura evocazione del nostro immaginario, perché, dopo tutto, è un gioco cui siamo invitati a lasciarci andare, recuperando il gusto di certe fanciullesche figurazioni … Diceva l’artista americano Sam Francis: “Ci sono tanti dipinti quanti occhi per vedere”. Ecco allora che ci troviamo davanti all’opportunità di poter “vivere un evento” che ha luogo “dentro il quadro” in cui tutto può potenzialmente accadere o apparirci.

Se proprio volessimo individuare una nota dolente nelle realizzazioni di Siragusa, l’appunto riguarderebbe unicamente le dimensioni dei supporti (se le opere fossero di più ampio respiro, l’impatto sarebbe certamente maggiore); tuttavia, le dimensioni contenute rispondono a un’esigenza specifica dell’artista, che in questo modo riesce a connotarle di un maggior senso di intimità. Permane l’assoluta pregnanza di un discorso rivolto all’Uomo teso nella ricerca della propria Unità col Cosmo.

Il suo messaggio sembra in definitiva voler far eco a quanto affermarono Gottlieb, Newman e Rothko nel 1943, sul New York Times, firmando quello che più tardi sarebbe stato considerato una sorta di manifesto della pittura americana dei primi anni ’40: “Per noi l’arte è un’avventura che conduce in un mondo sconosciuto. Soltanto coloro che per libera volontà si assumono tale rischio possono esplorare questo mondo.”

Giuseppe Maggiore

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Espressionismo astratto | Un secolo fa, ma sembra ieri

di Massimiliano Sardina

 

Ogni tanto, soprattutto in Arte, è bene guardarsi indietro. L’opera di Andrea Siragusa ci aiuterà a gettare un ponte lungo giusto un secolo, fino al 1911, anno in cui il termine “Espressionismo” fece la sua comparsa per la prima volta in Germania sulla rivista Sturm. Da allora, sarebbe proprio il caso di dire, ne è passata di acqua sotto i ponti. Le Avanguardie del primo Novecento, tutte, nessuna esclusa (con i loro fantomatici e spesso pedanti ismi di coda) hanno cambiato incontrovertibilmente il modo stesso di concepire e realizzare opere d’arte. Tutto muove dal Romanticismo, questa grande madre che nel corso dell’Ottocento ha allattato e svezzato tutte quelle passioni recondite e inconfessabili che per lungo tempo erano rimaste soggiogate dai rigori dell’Accademia. Issata la byroniana torre d’avorio non è stato più possibile scendere. Nel ripercorrere il crogiuolo di fermenti che animarono i primi decenni del XX secolo si rivelano spesso poco esaustivi anche i manuali. Sono gli anni delle indagini sul subconscio di Freud, gli anni dei moti interiori e dell’individualità ad ogni costo. È la figura dell’artista che cambia, la sua identità, il suo ruolo sociale, la sua mission come diremmo oggi. Una volta conquistata, la libertà (di fare, di essere) si palesa fin da subito quale requisito inalienabile. L’espressionista rivolge il pennello verso se stesso e non verso la realtà oggettiva. Non trae più alcuna gratificazione dall’imitazione puntuale e realista della contingenza naturale, interrompe la competizione con il dato reale e lascia prevalere se stesso, si fa prevaricare dal suo stato d’animo, dalla sua emotività interiorizzata. Sotto questo aspetto la pittura espressionista è fortemente terapeutica, innesca meccanismi di auto-analisi (il Surrealismo negli anni Venti farà il resto).

L’espressionismo astratto, più di quello meta-figurativo, infrange l’ultimo tabù. È il colore a parlare, unitamente all’elemento gestuale che vi è connesso. Niente oggetti, nessun dato riconoscibile o riconducibile alla realtà, solo non-forme e stesure cromatiche allo stato brado, libere e labili come solo sa esserlo la musica; il legame simbiotico tra musica e pittura è portato dall’Espressionismo alle estreme conseguenze (vedi Alexandr Scriabin e Arnold Schomberg), ma già Wagner aveva dichiarato di aspirare a un’arte globale in cui musica, pittura, parola, scena, luce e azione costituissero un tutto inscindibile. Nelle maglie dell’indagine espressionista comincia anche a prender piede più l’importanza del work in progress che dell’opera finita in sé (aspetti, questi, che verranno approfonditi dalla pittura gestuale e informale dei decenni successivi). L’atto, l’azione del dipingere viene a configurarsi come momento privato, intimo, non commerciabile; nessun saggio di bravura, nessuna prova virtuosistica, nessun’ansia di prestazione. L’artista non deve dimostrare a nessuno di “saper dipingere”, né all’osservatore né tantomeno a sé stesso. Un’opera espressionista non è altro che la traduzione di un travaglio interiore, dai toni cupi e violenti del malessere a quelli più accesi del giubilo. Sebbene sia riconducibile a una fase storica ben delimitata nel tempo, l’Espressionismo (a differenza di molte altre Avanguardie consorelle quali Raggismo, Vorticismo…) non si è mai esaurito del tutto, ancora oggi sopravvive e si ripropone come simulacro di un determinato modo di concepire la pratica pittorica; certo anacronismo naturalmente è sintomatico, ma in arte, si sa, si vive di eterno ritorno.

Un salto di un secolo ed eccoci di fronte al ciclo pittorico di Andrea Siragusa. Il Neoespressionismo affonda le sue radici nel contemporaneo più di quanto si possa immaginare, sia sul versante figurativo che su quello astratto. Siragusa, che opera nel contempo sia in ambito musicale che in quello pittorico, traspone su tela quel diktat espressionista suono-colore cui accennavo pocanzi. Sensibilità musicale e sensibilità cromatica stabiliscono un territorio d’incontro, di dialogo e d’interscambio. Risalta con evidenza la predilezione per i primari (giallo, blu e rosso), stesi a piccoli tocchi, raggruppati in stesure materiche generose. In alcune opere fa capolino qualche accenno di figura, ma a prevalere è la cromia primaria, l’accostamento gentile mai stridente di tonalità ben differenziate. Il giallo prevale, un giallo di sole, o forse prevale il blu, sì ma rivaleggiando col rosso. Non c’è prevaricazione. Nessun colore fondamentale aggredisce o ottenebra l’altro; come in musica, tutto concerta in armonia, senza stonature o sbavature. Quella di Siragusa è una pittura di forte sintesi, un espressionismo astratto quasi minimalista, avulso da complessità o improvvise dissonanze. È una pittura che si lascia osservare e si lascia fruire. Poche, dicevamo, le forme riconoscibili (e se qualcosa traspare, subito torna a celarsi nella profusione pittorica). C’è il senso tattile, voluto, del colore (del materiale squisitamente pittorico di cui il colore si compone), e la pennellata non si dissimula ma si dichiara. Siragusa, in ultima analisi, recupera e rielabora un Espressionismo primigenio, che a tratti rivela sapori d’infanzia, e perviene a una pittura diretta, semplice, efficacemente comunicativa.

Massimiliano Sardina

 

ANDREA ANTONIO SIRAGUSA

Artista siciliano estremamente eclettico per la sua apertura alle più svariate forme espressive, è già noto al grande pubblico come tenore lirico, avendo calcato le scene di alcuni tra i più prestigiosi teatri d’opera italiani e partecipato a tournée lirico-sinfoniche internazionali; proseguendo ancora oggi con un’intensa attività concertistica.

Un universo del tutto sommerso, in quanto ancora in gran parte inedito, è rappresentato dalla sua vasta produzione letteraria che conta numerose raccolte poetiche, tra le quali spiccano “Amorosa Passione e Resurrezione dell’Emmanuele”, musicata dal M° Angelo Mazza e pubblicata da Eurarte nel 2002, e “Amorosa Anima che Tutto Crea…”, musicata dal M° Matthew Brooks. È autore di diversi allestimenti poetico-musicali (“Amadeus”, “Recitado Siragusa/Lorca”, “Magnificat…Dialogo Contemplativo” ecc.), e di alcuni testi drammaturgici come il “Lazzaro”.

Il suo approccio alla pittura lo rende certamente un degno rappresentante delle istanze espressive contemporanee, pur con una eco che lo ricollega alla corrente dell’espressionismo astratto, rielaborata secondo uno stile personalissimo ed estremamente originale.

Per i suoi alti meriti artistici riceve vari premi e riconoscimenti, tra cui: Premio “Paesi Etnei Oggi” (S. Giovanni La Punta – CT); Premio Mediterraneo 2001 “Nuccio Costa” (Catania); nel 2002 viene insignito del titolo di Socio Onorario del Sodalizio Amedit, e nel 2007 del titolo di Cittadino Onorario della Città di Palagonia (CT).

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