LA TRIPLICE ODISSEA un viaggio nel cinema tridimensionale

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Le reazioni che emblematicamente portano a vincere le proprie inibizioni, il caricamento e l’eccitazione fino a giungere al sogno o a costruire e vivere una storia. Sono esse la sostanza di quel racconto definito coinvolgimento. Si delinea e si stratifica come Circe “…intenta ad un ordito grande, immortale, come le dee sanno farli, sottili e pieni di grazia e di luce…” L’immagine della maga omerica, pregna di un’indubbia valenza che oltre al sapore del mito svela la capacità, in questo caso dell’eroe omerico  Odisseo, anche del più restio umano coinvolgimento alla mutazione e alla rappresentazione.

Ma i sensi  percepiscono sempre ciò che è vero o ciò che appare?

Un quesito che attende una risposta quando l’oggetto dell’analisi è il cinema tridimensionale. Noto come cinema 3-D, è una tipologia proiettiva che fornisce una visione stereoscopica delle immagini; la cinepresa si avvale di un doppio obiettivo e di una doppia esposizione per riprendere due visioni, appena sfalsate, della medesima immagine,. L’osservazione di questa doppia immagine è possibile con l’ausilio di occhiali speciali. Con essi l’occhio sinistro, dello spettatore, percepisce solo l’immagine della camera di destra. Senza le lenti tutto apparirebbe confuso e disturbante. Questo perché quando vediamo un oggetto vicino, tanto maggiore sarà lo sforzo e la convergenza cui i nostri occhi sono costretti. In tal modo il cervello, la rileva, determinando l’oggetto osservato.

Nelle classi medie, i visori stereoscopici trovano la loro diffusione per una visione spettacolare delle fotografie dei generi più variegati (monumenti, paesaggi…).

L’inventore, ufficialmente riconosciuto, è Charles Wheatstone, fisico britannico, ma è l’inglese William Friese-Greene a depositare, nel 1887, il brevetto di un sistema relativo ai film 3-D. La tecnica di proiezione, alla base, risulta scomoda e poco pratica portando il suddetto sistema ad essere abbandonato. Il primo film 3-D distribuito nelle sale risale al 1922 The power of love del regista americano Robert F.Elder. E’ la prima pellicola che utilizza il sistema anaglifo, dal greco bassorilievo, proiettando una doppia pellicola filtrata rosso e verde, che, a oggi, risulta perduta.

Nel 1934, Luis Lumière gira il remake, in 3-D, del cortometraggio L’Arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat , che già si presta, a questa tecnica: la locomotiva in veloce avanzamento nella stazione pare uscire dallo schermo. Senza montaggio e con inquadratura fissa, si può osservare la profondità di campo del treno che appare a fuoco sia da lontano, sullo sfondo, che al suo arrivo in primo piano.

In Italia, Guido Brignone nel 1936, realizza Nozze vagabonde, il primo film stereoscopico italiano, ma sembra non sia stato mai presentato in una proiezione pubblica.

A parte questi episodi l’interesse verso questa tecnica cinematografica sembra essere svanito anche a causa della crisi di Wall Street. Sarà negli anni ’50 che avrà la sua età dell’oro. La scelta è improntata prevalentemente sul versante horror; da sempre considerato un genere catalizzante ed appropriato per coinvolgere le masse. Si distinguono La maschera di cera di Handré De Toth per la grande presenza scenica di Vincent Price, qui al suo debutto in questo genere, nel ruolo di uno scultore folle. Il mostro della laguna nera, del 1954, di Jack Arnold. Il quale vanta il primato dell’unico film che abbia generato un sequel in 3-D, nel 1956, Il terrore sul mondo di John Sherwood. E La maschera e l’incubo di Paul Stevens, del 1961. Qui chi indossa una maschera totemica è preda di paure e crisi omicide. Lo spettatore si ritrova immerso in queste sceneggiature talvolta ingenue, ma capaci di catturare le sue emozioni ed amplificarle grazie a scenografie, a guizzi attoriali che permettono alla nuova tecnica di esprimersi.

Il secondo periodo, che va dalla fine degli anni ’70 agli anni ’80 ci vede assistere ad un’evoluzione tecnica. Dopo il sistema SpaceVision 3D, degli anni ’60, dove le immagini venivano compattate all’interno del fotogramma, negli anni ’70 con lo Stereovision le due immagini venivano affiancate nello stesso fotogramma mediante lenti ottiche anamorfiche e con L’IMAX, lanciato negli anni ’80, le pellicole 35mm lasciavano il posto a pellicole 70mm. Purtroppo questo sviluppo tecnico non va di pari passo con il contenuto dei nuovi film realizzati i quali rimaneggiano le idee degli anni precedenti, creando film dimenticabili (Lo squalo 3, Amitivylle 3-D, Nightmare 6 la fine) che usano questo sistema col solo fine di bucare lo schermo.

Nella terza fase, quella contemporanea, lo stupore primordiale della locomotiva in arrivo alla stazione, il telefono ingigantito in Il delitto perfetto del 1954 di Alfred Hitchcock, le suggestioni di una maschera tribale ormai lasciano posto ad una celebrazione consumistica dell’effetto fine a se stesso.

Il dilemma sensoriale, cerca la sua risposta nel mondo immaginifico di Pandora ricreato da James Cameron, in Avatar, nel 2009, che abbaglia lo spettatore lasciandolo inerme come la Medusa di Scontro tra titani, di Luis Leterrier, del 2010, remake in 3D, di Scontro di Titani di Desmond Davis del 1981, che perde il suo sguardo marmoreo dentro una patinata animazione digitale. L’apparenza diviene la fuga per ogni ragionamento.

Antonello Morsillo

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