La Parete Bianca L’Opera d’Arte nell’epoca della sua riproducibilità cronica.

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Sarebbe bello se a scrivere per una volta non fosse il critico o lo storico,
ma l’opera d’arte stessa. Non credo che si esprimerebbe in tono istituzionale o a caratteri cubitali, anzi quasi certamente utilizzerebbe l’inchiostro simpatico o uno slang no-language neo-dada alla Tristan Tzara. Com’è il mondo visto da quella finestra? Come appariamo noi, gli osservatori, visti attraverso la trama della tela? Oggi più che mai questo ribaltamento tautologico sarebbe auspicabile, e ci illuminerebbe non poco sulla reale natura dell’immagine.
Già, …l’immagine. Un’immagine talmente abusata (spiata, paparazzata,
adulterata, falsificata, decontestualizzata, duplicata, reiterata, sovraesposta, appesa…) da essere ormai divenuta frigida, intercambiabile e sostituibile in qualsiasi momento. Fece bene Duchamp a prendersi una lunga parentesi di inattività. Il punto è questo: in una civiltà epidermica e di superficie com’è quella attuale, che vive d’immagine e perisce d’immagine, può il linguaggio
iconico mantenere intatto il suo potere comunicativo ed evocativo? Che quest’epoca la stia raccontando più compiutamente la letteratura contemporanea è cosa nota. L’opera, già egoica ed esibizionista di suo, spinge sempre più sull’effetto shock pur di farsi notare (vedi Orlan o Cattelan, per altro interessantissimi, solo per citare gli esempi più eclatanti), a discapito di quell’autenticità di contenuto vissuta ormai in qualità di mero accessorio didascalico. La parola d’ordine è: guardami subito e consumami adesso! C’è poco da stupirsi. Si è trattato di un percorso obbligato, e la situazione stagna ormai da un abbondante ventennio. E’ sintomatico dopotutto che l’arte rispecchi splendori e miserie della sua epoca di pertinenza. Il pericolo, già da tempo sotto i nostri occhi, è che le immagini rischino di non rappresentare più nulla all’infuori di se stesse, sovrapponendosi e stratificandosi a getto continuo (eludendo il supporto cartaceo la digitalizzazione accelera inesorabilmente questo processo). Cosa direbbe oggi Walter Benjamin? Ci aveva visto giusto Malevic, qualche decennio fa, con il suo lungimirante Suprematismo Assoluto. Forse, e con questo so di raccogliere il consenso di molti addetti ai lavori, l’immagine necessiterebbe di una profonda riformulazione (una ridefinizione che parta soprattutto dall’interno), nelle arti e più in generale nel mondo illustrato dai media; è un lavoro di re-iconicizzazione che va fatto in due: da chi la produce, questa tanto vituperata immagine, e la espone, a chi la osserva. Certo difficilmente lo sguardo della gente tornerà ad incantarsi come davanti agli affreschi medievali, ma ci si può provare. In alternativa, c’è sempre la parete bianca.

Massimiliano Sardina

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