LA MEMORIA DEL GIOCO

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Il “moderno” stile di vita si è impossessato di tutti noi, indistintamente. Anche i mestieri creativi sono ormai soggetti alla routine, ai tempi e alla solitudine di un mercato mai sazio di merce da vendere. E, ormai, questa logica fagocita anche le menti e la fantasia dei più piccoli.

Mi capita tra le mani un vecchio libro di Michele Megna, – AI figli dei Palici, del 1987 – lo sfoglio e scopro che ben una decina di pagine sono dedicate alla descrizione di vecchi giochi e passatempi. Mi sorprendo e mi accorgo che una lenta decrescita sta rovinando la fantasia dei bambini, e dunque della società futura.

I giochi di allora erano semplici, non serviva pressoché nulla per divertirsi: delle noccioline, dei sassolini, quand’anche il solo corpo col quale saltare e correre.

E poi c’era quella bella tradizione, tutta nostrana, delle “miniminagghie”. Quelle divertenti filastrocche che riunivano vecchi e fanciulli e che, tra le riga, trasmettevano da una generazione all’altra il nocciolo della cultura – sacra, pagana ed anche superstiziosa – del tempo.

Solo 15 anni fa, i ragazzini amavano ancora riunirsi, in strada, ed escogitare nuovi divertimenti. Magari riproponevano i soliti giochi di ogni giorno, ma ogni volta le “sfide” erano nuove ed impreviste. E soprattutto insegnavano qualcosa: insegnavano a stare in gruppo, a rispettare le idee e le opinioni di tutti, a capire il valore del compromesso affinché la libertà di tutti potesse essere salvaguardata.

Oggi non vedo più vicoli festosi ed urlanti, affollati di bimbi pronti a sbucciarsi ginocchia e gomiti pur di godere di intere ore di gioia all’aria aperta. Restare chiusi in casa non è più una punizione. Quelle quattro mura contengono tutto ciò che serve: la consolle, il computer, o male che vada, la TV.

I ragazzi di oggi sono già abituati ad isolarsi in uno spazio virtuale in cui non c’è posto per gli altri. È paradossale, ma nell’era della comunicazione, si parla di meno e le generazioni si allontanano a vista d’occhio le une dalle altre.

Non si perde solo la memoria di antiche forme di divertimento, ma ci si dimentica anche di rinnovare il sentimento di appartenenza al luogo natio. Si perde così qualsiasi forma di legame affettivo a questa terra, un legame che potrebbe divenire la base su cui ricostruire la ripresa di una realtà apparentemente spenta.

Vanessa Pillirone

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