“La mafia uccide, il silenzio pure”.

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Tutti noi siamo abituati a vedere la mafia negli occhi di Provenzano, di Riina, o di Buscetta; tutti noi siamo abituati a pensare che la mafia sia solo quella dei bambini sciolti nell’acido, o dei pizzini; e tutti noi crediamo ancora che sia solamente quella delle sparatorie tra gangster, degli “uomini d’onore”, quella del cosiddetto “Sacco di Palermo”, o della “famiglia” di Vito Genovese.
Ma la mafia, purtroppo, non è solo questo; non è la realtà che spesso vediamo nei film, in televisione, nelle fiction, e non è solamente quella dei grandi boss, delle grandi stragi, della grande speculazione edilizia. La mafia è qualcosa di più subdolo, è un macchinario che coinvolge e controlla l’intera società, che ci è vicino, molto più vicino di quanto non riusciamo ad immaginare; è qualcosa con la quale siamo a contatto continuamente, ogni giorno, ed è qualcosa di cui abbiamo paura anche solo ad ammettere l’esistenza, qualcosa di cui “non si deve parlare, perchè è meglio”, che “c’è, si vede, ma non si deve raccontare”. E’ una verità scomoda, che tutti sanno, ma che nessuno ha il coraggio di dire.
Dal fenomeno dell’abusivismo a quello del clientelismo (imperante), dalle opere pubbliche mai compiute allo stato totalmente selvaggio al quale siamo lasciati, dallo spaccio di stupefacenti fino ad arrivare a casi di vera e propria aggressione fisica, spesso conclusi in tragedia: la possiamo notare ovunque la mafia, e chi non la vede è, di certo, chi non la vuole vedere.
Non è forse mafia, questa? Non è qualcosa di riconducibile ad un atteggiamento cosiddetto “mafioso”, tutto ciò?
Indubbiamente sì, ma la cosa peggiore non è l’atto di criminalità in sé, non è la mafia: l’Uomo, per sua natura, tenderà sempre ad una prevaricazione nei confronti dei propri simili, per i propri scopi personali, per il potere, per il denaro, e non c’è quindi da stupirsi che esista la criminalità, che esista la mafia. La cosa più preoccupante, la cosa peggiore, invece, è una sola: siamo noi.
Noi siamo la società che ospita la mafia, siamo noi il corpo esangue che ospita questo cancro, e siamo noi a permetterne l’esistenza. Il nostro silenzio, la nostra omertà, la nostra paura: questo è ciò che rende la mafia invincibile.
Essa non esiste in sé e per sé, non è svincolata dalla realtà, anzi: è nella società, è immersa nella società, e noi, non denunciandola, la accettiamo, e la rendiamo più forte. Questa è la cosa più grave, questo è il vero problema: l’omertà, il silenzio, che, come disse qualcuno, uccide!
Chi sa, e non parla, chi sa, e non racconta, chi sa, e non denuncia, è un alleato della mafia, ne è connivente, e la fa più forte, la rende più potente, la fa infiltrare ancora di più nelle nostre vite, le permette di limitare la nostra libertà, le permette di decidere per noi, della nostra vita, di quelli che verranno dopo di noi.
Sì, è vero, c’è la paura, dall’altro lato. Tanta, tanta paura, per noi, per i nostri cari, per la nostra casa o la nostra macchina, che ci spinge a non dire, ad essere reticenti. C’è la paura e c’è la consapevolezza che non si sia sufficientemente tutelati dalle ritorsioni dello stesso potere che si decide di attaccare, ed anche questo, purtroppo, è vero. Ma dobbiamo armarci di coraggio, e, soprattutto, questa è la chiave, dobbiamo farlo tutti insieme. Diceva Falcone che “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.”
Come ricorda il grande Saviano, questa è una guerra, e dobbiamo decidere da che parte stare. Se stiamo in silenzio, ci immetteremo in una spirale sempre più buia. Se siamo, invece, coraggiosi, se portiamo avanti un sentimento di legalità, e vogliamo un futuro migliore, allora non ci resta che svegliarci dal torpore del silenzio, prenderci di coraggio, e fare fronte comune, rompendo il muro dell’omertà.

Giuseppe Campisi

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