IL VULCANISMO IBLEO: ROCCHICELLA – MOFETA DEI PALICI

Posted on 23 giugno 2010

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Il vulcanismo Ibleo a differenza di quello Etneo non ha creato apparati eruttivi di elevate dimensioni, ma è semplicemente  il risultato di fratture dalle quali emergeva materiale magmatico che si spargeva in vari territori. Tale fenomeno inizia 80 milioni di anni fa, nella zona di Capo Passero, ebbe un periodo di quiete fino a 10 milioni di anni fa quando riprese l’attività nei territori di Palagonia, Vizzini, Grammichele, Scordia, Lentini, Mineo, in quest’ultimo sito in piccolissima parte.

Il materiale che fuoriusciva da queste fratture è di tipo basaltico, simile a quello etneo, pertanto ci troviamo in una situazione tettonicamente analoga a quella proposta per il vulcano Etna – ossia materiale proveniente dal Mantello terrestre tipico di aree tettonicamente distensive –  con le due placche (Euro – Asiatica e Africana) che si scontrano fra di loro creando margini di compressione.

Il quesito che ci poniamo è il seguente: come mai emergono magmi aventi caratteristiche di zone distensive in aree in cui avviene uno scontro fra le due sopracitate placche?

Le ipotesi sono tante, la più accreditata asserisce che la placca africana che subduce (incunea) sotto quella Euro – Asiatica sia ruotata in senso antiorario, creando un margine distensivo, di allontanamento fra le due, quindi è tipica la risalita di materiale basaltico. Ma essa  non rappresenta l’unica ipotesi in quanto si parla anche di compressione differenziale fra le zolle, per cui, mentre la parte occidentale della zolla Africana premerebbe in modo debole su una parte di quella Europea, la parte orientale, spingerebbe in maniera più energica su un’altra parte.

Questo porta a una rotazione del fondo del Mar Ionio, con la conseguente nascita, lungo la costa orientale dell’Isola, di un’area distensiva, che genera sia una profonda fossa di circa 4000 m ( parallela a questa costa) sia una serie di faglie parallele, che attingono materiale magmatico basaltico (povero in silice), dal Mantello terrestre, a circa 10 – 15 Km di profondità.

Il silicio è l’elemento principe che determina in un magma, in base alla sua percentuale, una maggiore o minore viscosità, ma determina pure, in base sempre alla sua percentuale, una acidità o basicità.

Quando un magma è mediamente povero di silicio, il chimismo del magma è alcalino, ossia basaltico, ne risulta quindi un magma viscoso, lento, fluido, simile a quello del vulcano Etna; quando invece il magma contiene una elevata quantità di silicio, è chimicamente acido, tipico di zone di compressione della crosta, quindi di rifusione della crosta terrestre, esempio tipico rappresentato dalle isole Eolie.

Una delle caratteristiche principali del magmatismo Ibleo è che, le eruzioni avvennero in ambiente submarino di mare poco profondo,  alternate a eruzioni subaeree, mentre,  i depositi che si accumularono nel corso del tempo presero il nome di Palagonite o Ialoclastite. Il primo termine fu dato dal vulcanologo Sartorius, mentre il secondo dal vulcanologo Ritmann, ed entrambi i termini derivano da una parola greca che si traduce in “vetro rotto”.

I depositi di ialoclastite sono tipiche delle eruzioni lineari di magma basico in ambiente subacqueo. In queste condizioni la parte esterna della lava, venendo a contatto con l’acqua fredda, passa allo stato solido, ma, questo passaggio avviene in modo troppo repentino sicché essa non ha il tempo di cristallizzare e pertanto forma una crosta vetrosa (cioè amorfa).

In questa crosta vetrosa si creano delle fessure che permettono il passaggio dell’acqua marina, che, a contatto con la lava incandescente passa allo stato di vapore,  permettendo che la coltre vetrosa si frantumi in una miriade di pezzi che galleggiano in mare.

Pian piano questi frammenti si andranno a depositare in fondo al mare, formando cumuli alti anche 200 m generando la Palagonite o Ialoclastite.

Associata alla Ialoclastite, vi è un’altra forma particolare di depositi vulcanici, spesso rinvenuti all’interno dei depositi ialoclastitici, i pillows (lave a cuscino).

I pillows si formano nel seguente modo:quando si apre una fessura eruttiva sotto la coltre ialoclatitica, i fiotti di lava che da essa fuoriescono si insinuano fra i detriti soprastanti tendendo ad acquistare il minor volume possibile per opporsi alla tensione superficiale; in tal modo si vengono a realizzare masse laviche tondeggianti collegate con un peduncolo alla lava fluida che li ha generati ed attraverso il quale vengono ulteriormente alimentati.

I globi peduncolati sono ricoperti da una crosta vetrosa che, ispessendosi molto, si contrappone al flusso alimentatore, finché questo si estingue insieme al peduncolo. Resta così il pillows isolato, ricoperto da un involucro vetroso, che cristallizza molto lentamente, raffreddandosi dall’esterno verso l’interno; la graduale perdita di calore fa sì che la massa lavica, risulta articolata in colonne raggiate, confluenti verso il suo centro. Di solito i pillows si ammassano gli uni sugli altri, formando un cumulo nei pressi della fenditura eruttiva.

Depositi ialoclastici e Pillows sono stati rinvenuti nei territori di Mineo, Vizzini, Palagonia.

Dopo aver spiegato l’evoluzione  e i prodotti vulcanici Iblei, evidenziamo alcune zone naturalistiche importanti a cavallo tra i comuni di Mineo e Palagonia.

La Mofeta dei Palici, in contrada Rocchicella, rappresenta la mofeta umida più grande d’Europa.

Il termine mofeta deriva dal latino “odore malsano”ed essa evidenzia una manifestazione vulcanica legata al raffreddamento lento di un bacino magmatico esaurito, in cui il gas (anidride Carbonica) risale attraverso interstizi del terreno provocando turbolente manifestazioni di acqua.  La mofeta dei Palici è anche conosciuta come “laghetti di Naftia” – dal greco naphthia (bitume) – poiché alla superficie dello specchio d’acqua compaiono sostanze oleose che il gas trascina durante la risalita lungo gli interstizi.

Altra emergenza naturalistica è la collina di Rocchicella, alta circa 200 m, la quale è stata oggetto di studi archeologici e per cui  si narra abbia avuto origine la città di Palikè.

Essa è prevalentemente formata da depositi vulcanici ialoclastitici e lave a pillows, l’area antistante la collina è molto suggestiva e ricca di essenze floristiche molto interessanti, in cui si rinvengono: l’Olivastro, il Bagolaro, l’Ingrassabuoi, l’Erba viperina, la Calendula, il Cardo mariano, ecc. La collina di Rocchicella essendo un deposito Ialoclastico, una volta emerso in superficie, attraverso l’azione erosiva dell’acqua e continue regressioni e ingressioni marine, possiede una entrata che sembra farla assomigliare ad una grotta vulcanica, come spiegato prima, in funzione di alcuni crolli della parte sommitale che hanno creato l’ingresso in questo enorme cunicolo, ove, il risultato della erosione è comunque dovuto all’ opera dell’acqua.

La cosiddetta grotta della Rocchicella, per molto tempo è servita ai pastori come ricovero, e agli uomini primitivi come abitazione rupestre.

Invito i lettori a visitare queste due splendide realtà poco conosciute nei circuiti turistici.

Aristide Tomasino

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