“Quella preziosa eredità dei nostri padri nei Riti della Settimana Santa…”

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Tra le fotografie più belle che io abbia mai visto, ve n’è una, risalente al 1980, che immortala un bambino palagonese di un anno appena, avvolto, come si usava una volta per il Giovedì ed il Venerdì Santo, nel suo votivo abitino bianco, in braccio al suo papà, e sullo sfondo il “Cristo alla Colonna” all’interno della Chiesa di Maria Ausiliatrice (già Chiesa di S.Antonio). Ebbene, quel bambino palagonese ero io.
Per voto fatto da mia madre, fino alle mie prime dodici primavere portai ogni Giovedì Santo un cero a Gesù, seguendo, con un po’ di recalcitranza e ancor di più imbarazzo, il solito tragitto: da casa mia fino alla Chiesa di Maria Ausiliatrice. A dodici anni fui “libero”, ma decisi mea sponte di rimanere “schiavo” di un qualcosa che sentivo ormai parte di me: indossai il camice dei confrati, come i miei avi, prima di me, avevano fatto per secoli, e giurai a me stesso di non abbandonarlo mai.
Ancora oggi rimango fedele a quel giuramento, e resto saldo nel mio proposito di portare “u cammusu” per tutta la vita, malgrado tutto ciò possa risultare, agli occhi di molti, anacronistico. Ad onor del vero, più volte ho chiesto a me stesso il perché continui ogni anno a ripetere questo rituale; e la conclusione a cui approdo è sempre la stessa. In un periodo della storia ove, su tutto, impera il principio secondo il quale (per dirla con Foscolo), “è destino ineluttabile che il tempo distrugga ogni cosa con il suo fluire perenne”, io avverto l’ontologico bisogno di fare la mia parte, per quel che possa valere, in quella battaglia, che reputo necessaria, avverso l’appiattimento culturale, l’insensata attività di rimozione delle nostre radici storiche, l’annichilimento della nostra identità, l’annientamento, insomma, del senso di appartenenza a questa terra.
Continuo ogni anno ad indossare il camice bianco del confrate perché ciò fa rivivere in me quello straordinario patrimonio, non solo religioso, ma storico-culturale costituito da quell’inestimabile eredità lasciatami dai miei padri. Compiere ogni Venerdì Santo quel rituale mi fa sentire più vivo, in quanto costituisce lo strumento attraverso il quale consacro e rinnovo il mio appartenere ad una cittadinanza, ad un paese, a Palagonia.
L’uomo – scrisse Aristotele – è un animale politico, ovvero ontologicamente necessita di relazionarsi con l’ambiente che lo circonda; egli avverte, in un certo qual modo, l’insopprimibile bisogno di sentirsi parte di un gruppo sociale.
La Settimana Santa, fino a qualche decennio fa, rappresentava una delle occasioni in cui la comunità palagonese, in tutte le sue componenti, si riuniva per rinnovare il proprio “contratto sociale”.
Ricordo, con immensa nostalgia, quegli attimi della mia infanzia quando insieme ai miei genitori assistevo la sera del Venerdì Santo all’incontro in Piazza Umberto I (Piazza Vecchia) dei mammalucchi delle due Confraternite, quella della Matrice e quella dell’Immacolata, e la conseguente processione del “Gesù Morto” e dell’ “Addolorata” tra due ali di confratelli incappucciati. Il popolo palagonese si raccoglieva in un surreale silenzio, che comunicava e raccoglieva in sé il passato ed il presente di una città.
Ciò che si respirava nell’aria era un’identità; ed io, poco più di un bambino, ne facevo parte e me ne appropriai.
Sono passati ormai 14 anni da quella sera del Venerdì Santo del 1996, quando accadde quell’increscioso episodio sfociato in un aggressione da parte dei fedeli al clero locale, reo, agli occhi dei “figli dei Palici” (direbbe Michele Megna), di aver modificato ciò che i secoli avevano provveduto a cadenzare. Prodromi di ciò che sarebbe successo ve n’erano stati negli anni immediatamente antecedenti, allorchè iniziò a trapelare la volontà delle Autorità Ecclesiastiche di sopprimere la processione del Giovedì Santo del “Cristo alla Colonna”, e conseguentemente consentirla solo il Venerdì o il Mercoledì, contestualmente epurandola da tutti quei riti riconducibili a forme di religiosità pagana. I fedeli si sentirono traditi, e mal digerirono una decisione che sembrava sic et simpliciter calata dall’alto.
Non è assolutamente mia intenzione formulare alcun giudizio sulle determinazioni che furono poste in essere dall’una e dall’altra parte della “barricata”. Ciò che mi limito ad osservare è che la sintesi di quell’accesissimo confronto, sfociato in deprecabili azioni di violenza, fu che non risultarono esserci vincitori.
La verità è che fu solo Palagonia ad uscire sconfitta da quell’inqualificabile vicenda, che sembra aver messo una pietra tombale su un pezzo importantissimo della nostra storia, ormai abbandonato ad un oblìo che appare ineluttabile.
Forse le giovani generazioni palagonesi non sanno nemmeno che nel proprio paese esistevano fino a qualche lustro fa due Confraternite (un tempo erano tre), le quali erano, benevolmente mi si conceda, “pontefices maximi” del tempo festivo; depositarie di gesti, di azioni, di riti che si tramandavano da padre in figlio, qualificando la parte più intima, e perciò più vera e umana, di un modo di pensare, di un modo di vivere, di un modo di essere.
Mi fa montare di rabbia la convinzione che la generazione appena successiva alla mia, forse, nemmeno comprenda parole come “u lamientu”, “a truoccula”, “u popule meus”, “i mammalucchi”; e ciò non per colpa sua, ma per la pigrizia e l’indolenza di chi come me dovrebbe, e potrebbe, adoperarsi al fine di riappropriarci di un pezzo della nostra storia, ed invece si limita a coltivare il suo orticello, lasciando che l’oblìo s’impossessi della nostra identità.
Prendendo in prestito le parole di un grande uomo dico – “I have a dream”- io ho un sogno, quello di riuscire un giorno con l’aiuto di qualche mio concittadino, che condivida con me l’amore per questa terra, a recuperare e a rispolverare, nei limiti del possibile, questa bellissima pagina del libro di storia della nostra Palagonia, attivando il necessario ed indispensabile dialogo con le Autorità competenti, Civili ed Ecclesiastiche; senza ripetere gli errori del passato, e con animo aperto all’ascolto e disponibile a comprendere le ragioni dell’altro. A mio avviso, questa è una causa sostenuta da ottime e validissime ragioni. Le stesse ragioni che portarono quel ragazzino di 12 anni a impegnarsi nella sua prima piccola-grande “promessa”, con la forza e la consapevolezza di una grande verità ,“Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” (Indro Montanelli).
Non mi fraintenda il lettore, ciò che ho scritto non è mero e sterile campanilismo (quello si, stupido ed anacronistico); invero, ciò che ho scritto è il frutto di quella parte palagonese della mia anima, che reclama a gran voce diritto di cittadinanza nel tempo presente.

Salvo Calcaterra

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