INTERVISTA AL TEATRO DI ANDREA SIRAGUSA

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Un infinito percorso formativo,nella ricerca del vero Sé su di se medesimo,oltre il limite,dove il vuoto coincide nello spettacolo primordiale della genesi o il principio assoluto che è Amore.Un atto d’amore che, arriva all’origine o alla fine di tutte le cose nella lucida consapevolezza che Amore è l’unica verità che ci appartiene…

Chi è Andrea A. Siragusa?

Bisogna vedere da quale punto di vista,visto che il tutto, in fondo, è amore. Si nasce così con una motivazione amorosa che ho saputo serbare fin da piccolino e che è maturata in diversi periodi del mio crescere e nell’approfondire il mio mondo e il mondo migliore di se,scartando l’ipotesi che l’esterno potesse influirmi negativamente(e ci ha provato).Tutto il mondo dell’arte mi appartiene come la vita e,il mio centro è l’arte per arte o arte per la vita.

Quale è stata la tua evoluzione artistica,se serve a spiegare quello che sei?

Non posseggo a pieno l’evoluzione artistica in quanto scaturisce dal mio pensiero una verità-legge che si crea nell’istante ovvero nell’attimo che il corpo traduce un sogno…Se sono “evoluzione artistica”,lo deciderà la mia storia nel futuro quando forse non sarò in vita (…Cos’è la storia?!…)Sono dall’idea di vivere attimo per attimo.Il passato è già passato(a me non serve più,forse a qualc’uno può interessare…).Il futuro arriverà ma è già passato,così che focalizzo totalmente il mio vivere sul da farsi adesso…

E così gli anni passano…

Per gli altri ma non nel mio teatro! Chi conosce il proprio teatro sa quale regia può tradurre nel suo percorso di vita…C’è gente che sa di che si muore (del resto vivere è morire e,ciò che si è da piccoli,si dovrebbe essere da grandi) se si è nella verità , il morire coincide spesso di come si è vissuti. Si viene al mondo ma è un morire alla vita se in esso non si rinasce nuovamente nello scoprirsi e nel ritrovarsi immagine e somiglianza di Dio.

Credi in un Dio?

No, non credo in Dio,sarebbe un’offesa al creato.Non bisogna credere in Dio.Egli è nel creato e noi siamo sua creatura, per ciò non si può credere in Dio,dal momento che tutto ci parla di Lui…Il nostro corpo traduce perfettamente il Suo Spirito che invade il creato. L’esercizio quotidiano dovrebbe essere quello di rispettare e amare il Suo Creatore con tutto se stesso come se a muoversi,nella vita,fosse Lui soltanto. Da ciò dipende il mio teatro che è il teatro di tutti e perciò fa fatica ad essere riconosciuto perché il quotidiano vivere,nello spettacolo di tutti i giorni,ci riconduce a ridicoli atteggiamenti televisivi scopiazzati e ricondotti in un abitat illusivo di una realtà che non è propria o non gli appartiene per niente…E’ moda!

Dunque il teatro è spirituale?

Ancor di più direi umano,un bisogno interiore che traduce ciò che non si può vedere…In questo senso da me definito spirituale o spiritualistico che non ha niente a che vedere con le religioni o certa new age.E’ il bisogno di un Sogno e ancora di un secondo Sogno se esso può divenire realtà ma,realtà di un bel niente,visto che per me, il reale, è solo illusione.

Ma intanto la si vive…

Ma non ci appartiene! Si può solo far finta…Guardiamoci intorno…Si è sempre nella finzione,si finisce sempre nel teatro,nella teatralità del quotidiano.Quindi un teatro come doppio sogno,una nuova vita nel caos delle cose che ti passano intorno.Un recepire dall’esterno,essere attraversato da un di più che ti viene dato e che tu solo nel tuo essere puoi capire.Così che si possa donare il tuo sentire,il tuo mondo interiore.Mettersi a nudo è accogliere ciò che il tuo corpo può esprimere…Ora con la danza, il canto, la poesia o semplicemente relazionare, diventa una risposta del Divino in noi.

Sono argomenti difficili nella società attuale…

Lo scopo dell’arte e dell’artista è riuscire in qualche modo ad educare…C’è un modo di far teatro che è sterile,che non porta a niente.Nel pubblico non arriva la catarsi che fu lo scopo di tutto il teatro greco.Oggi la gente vuole avere i suoi quindici minuti di” famosaggine”.Fu profetico Andy Warol quando disse che un giorno tutti ,anche per quindici minuti ,avrebbero avuto il loro momento di gloria.Infatti assistiamo ogni giorno a catastrofiche brutture che  non hanno niente in comune con l’arte. Il mondo contemporaneo ha eliminato ciò che si possa dire assoluto,i nostri padri siculi direbbero:”tanti testi tanti mazzi”…Dunque niente educa nessuno e,il teatro ha perso la sua funzione educativa.Io non ho la presunzione di educare col teatro.Il mio far teatro è una ricerca,come ho detto,nella conoscenza di sé,andando in quelle zone ancestrali del proprio essere dove non esiste il tempo che siamo abituati a vivere…Ecco che non c’è più passato, presente e futuro;qui c’è l’attimo e lì si analizza il percorso che ci rende sublimi,belli e che fa dire agli altri “ma comè possibile!…”

Chi è l’attore?

L’attore non c’è!…Se di attore si deve parlare diremmo che esso è un guerriero autentico sciamano che fa ri-nascere la parola come corpo che traduce altro da sé…Non deve esserci psicologia o atto retorico(atto-re)che tenga.I così detti attori che studiano il teatro dei poeti,si calano nella parte come hanno imparato a scuola,nelle accademie.Sono dicitori, cioè riferiscono altro,si immedesimano.Essi commemorano,celebrano,danno “atto” di se,come bravi talenti (se ce l’hanno) ma assolutamente ignari dal momento poetico.Si esibiscono,sono virtuosistici ma mai sono”detti”. Non sono”parlati”…parlano! L’attore scolastico/accademico,ipocrites è concentrato sulla visione che ha di un testo e nel modo di come organizzare la scena tecnicamente, non come elaborare l’arte scenica. Oramai mi sono allontanato sempre più da questa visione di far teatro da quando la lettura e l’avvicinamento al grande Carmelo Bene mi ha letteralmente cambiato. Con lui ho imparato il corpo a farsi suono. Trovare quella teatralità che fa spettacolo che poi, mi sarebbe servita nel canto avendo come esempio, l’arte (e non la tecnica) del mitico G.Di Stefano. Questi sono esempi che il mio animo sa ben tradurre e che sono le lunghe ore passate sul mio corpo, nell’esercizio fisico di scoprire quella sensazione di come “sparire dal reale”che, nel nostro lavoro artistico e di palcoscenico, fa gridare al pubblico al miracolo (anche fuori dalla scena…).

In tutto questo,c’è qualcosa di mediterraneità e un senso di appartenenza alla terra di Sicilia?

Cielo siculo! Cielo Jonico! Una voce melodiosa che dice ciò che l’antico ha pensato…Il suo sguardo, le sue azioni ora dolenti  e melanconici,poi sorprendentemente creatrici e vitali…Dalle radici nasce un fiore,da esse si sviluppa il senso naturale delle cose! L’uomo è in verticale non in orizzontale; non bisogna avere paura di scendere nel profondo. La verità è alla radice, nella testa risiedono la paura, le miserie, le angosce e ciò che ci si porta da pseudo educatori …E’ nel profondo che si estrae il tesoro, quella verità nascosta e unica che devi sapere riportare su alla testa, ragionevolmente discernendo ciò che è bene dal male. Questo è lo scopo del teatro nel corpo, una verità che è azione e che agisce per sua naturale bellezza non nascosta dall’ipocrisia.Questo senso teatrale dell’essere i siciliani l’hanno sempre avuto, anche se, nello stile di vita attuale, si fatica nel controllare le emozioni, presi come siamo in uno stile di vita totalmente globalizzato e super tecnologico.

Carmelo Bene a proposito del meridione parla dei luoghi del sud del sud dei santi…

Lui parla della terra d’otranto nel salentino ma le caratteristiche dei silenzi infinitamente poetici e il volare dei santi come Giuseppe Desa da Copertino o i santi” imbecilli”, Francesco d’Assisi che balla felice davanti al papa o altri che vivevano nell’immediato,appartengono alla terra di Sicilia… In me sento vivere quelle stesse origini del sud del sud dei santi,una terra dalle visioni del caos. Appartenere fisicamente ad un luogo di origine ,vorrà dire calpestare un “teatro stabile” che fin da bambino accoglie il debutto e una iniziazione alla scena prima. Da questa scena d’origine ho preso le dovute distanze, atto a costruire una non identità. Una non rappresentazione della terra di Sicilia, una non appartenenza alla sicilianità nei suoi atteggiamenti, nei comportamenti in quanto nel mio essere uomo del sud, riescono irrappresentabili.

Dove sta la storica rappresentazione della verticalità dei siciliani?

La Sicilia e il “Cielo” dei siciliani hanno rappresentato per millenni la radice e le fondamenta dove tutto si crea in verticale;dove il corpo ascolta il silenzioso abitare il sud dei santi, dove la vita e la morte viaggiano profondamente insieme. Ecco il mio tempo è la mediterraneità in divenire…Sperimentare e ricreare l’enorme tempo restituendo fisicamente un luogo di origine.Quel mediterraneo sede del caos e delle visioni poetiche,radici di un germoglio culturale sempre positivo in quello spazio non tempo dove vivere e abitare la battaglia.

Cosa ti accomuna con la millenaria tradizione letteraria siciliana e i suoi modelli di cultura?

L’eternità!!! Ovvero il non essere spettatore della tradizione culturale-evento-storico che appartiene ad una comunità,poi il non prendermi troppo sul serio. Artisticamente mi compiaccio di non fare teatro sociale né essere spettatore culturale. Dalle millenarie forme culturali la Sicilia vanta di personaggi che per natura antropologica abitano luoghi dove dal sottosuolo il respiro della trerra, infuocata dal sole ,alimentava la pura follia visionaria dando vita ai silenzi infiniti e inutili.Il genio vola in tutte le direzioni,il suo gesto visionario rimane sempre unico e teatrale. Sentirmi legato al respiro antico di Sicilia, alimenta il pensiero che attraversano le visioni,senza tuttavia abitarle…

E’ così che si arriva alla tua scrittura?

Essere invasi da un qualcosa che attraversa il corpo dove si dialoga con forze superiori senza mai narrare l’avvenuto combattimento nel tradursi. Nel depensare si è in possesso del prodigioso,non si è mai coscienti di essere nel prodigio;si è assenti e irrappresentabili, coscienti di farsi vuoto e, li dentro,sospendersi divenendo se stessi “visione” senza sapere di essere in volo…Per quel che mi riguarda posso stare anni senza scrivere ed essere Poesia!

Giuseppe Maggiore

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