IL REMAKE-CINEMORFICO di Antonello Morsillo

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Spesso tendiamo a dimenticare che le vere icone del cinema non sono gli attori, con le loro personalità il più delle volte banalotte e stereotipate, ma i personaggi che interpretano, protagonisti di vite straordinarie. Baby Jane quindi, e non Bette Davis. O ancora Norma Desmond, e non Gloria Swanson.

La lista è lunga e ognuno di noi potrebbe compilarla a suo gusto assecondando predilezioni personali; una lista che attinge soprattutto, come ogni buon cinefilo può facilmente constatare, nel grande cinema del passato.

E’ qui che le icone, figlie primogenite del Divismo ante-litteram, hanno fatto la loro comparsa nell’indimenticabile scintillio del bianco e nero. Già ai primi accenni di colore il Divismo si è poi inesorabilmente incamminato sull’imbarazzante passerella del fighettume attoriale che oggi caratterizza e qualifica buona parte del cinema contemporaneo.

Ma questo è un altro discorso, sebbene funzionale a farci intendere la portata reale dell’operazione cinemorfica di Morsillo. Un’operazione che è e vuole essere in primo luogo un manifesto atto d’amore verso il cinema.

Da critico, o se si preferisce da psicanalista iconico, ho trovato molto interessante questa trasposizione compiuta da Morsillo perché solleva e intreccia nuove relazioni tra il medium cinematografico e quello più strettamente grafico-pittorico. Di quanto il cinema abbia attinto al mondo delle arti figurative è storia nota (valga per tutti la lezione del cinema pasoliniano). Qui, come in un gioco di specchi, avviene esattamente l’opposta contaminazione d’interscambio: è il cinema a farsi serbatoio inesauribile per le arti figurative.

Chi l’avrebbe mai detto che un bel giorno Sebastian Venable si sarebbe materializzato dalle atmosfere indistinte di Suddenly last summer per comparire con tutta la pregnanza della sua icona in un’opera d’arte? Lo stesso stupore (questa volta tutto polanskiano) lo manifestiamo al cospetto della rediviva mummia-drag Simon Chule di The Tenant, o della creatura partorita dal grembo oscuro di Rosemary Woodhouse (Rosemary’s baby). Tre figure cinematograficamente quasi invisibili, di “rebecchiana” reminiscenza, che Morsillo inquadra con prepotenza in primo piano sottraendole all’indefinitezza e facendone delle icone vere e proprie.

Abbiamo citato la grande assente Rebecca, ma l’omaggio che Morsillo fa ad Hitchcock è tutto per l’inquietante governante Mrs Dumbers, interpretata da Judith Andreson. Se pensiamo inoltre che la maggior parte dei personaggi fin qui citati sono stati a loro volta tratti da romanzi (Ira Levin, Roland Topor..) possiamo osservare fino a che punto i diversi medium siano suscettibili di infinite contaminazioni.

Ma perché “Cinemorfismi”? Il termine è stato coniato espressamente dall’artista per tentare di spiegare e così di dare un nome alla sua indagine di manipolazione creativa. Morsillo infatti non si limita alla citazione celebrativa di questo o di quell’altro personaggio cinematografico. Nel rappresentarlo, cogliendone in sintesi grafica i suoi tratti distintivi, lo lega inscindibilmente al singolo “trauma” o all’inquietudine che lo caratterizza.

Ne consegue che ogni icona è una sorta di sintesi tra soggetto e azione e cioè tra la natura intima del personaggio e l’evento fondamentale che ne incendia l’esistenza. Sebastian Venable è infatti cristallizzato nell’estasi cannibalica, Martin  Essenbeck nella biunivoca ambiguità, Norma Desmond in un velo che le fa da sipario. E come se non bastasse, a ulteriore suggello del “trauma” Morsillo chiama in causa anche le macchie di Rorschach (il celebre psichiatra svizzero), sovrapponendole in trasparenza o in dissolvenza sulle singole icone alla stregua di maschere.

Tutto è esibito e tutto e celato. Linee, colori, riflessi.. tutto insieme dichiara e nasconde, mostra e trattiene. Così anche la tecnica, talmente pittorica e quasi acquerellata che in più punti sembra esulare dal digitale. Cinemorfismi colti, nelle forme e nei contenuti (e chi vuol intendere, intenda).

Antonello Morsillo dà vita a una straordinaria concept-exposition di circa quaranta fotogrammi che in un montaggio ideale diventano (o ritornano a essere) un film, un remake-cinemorfico per l’appunto, dove nessuno è una comparsa e tutti sono protagonisti.

Massimiliano Sardina

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