L’INCANTESIMO DEGLI ANNI PERDUTI

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In una delle poche belle serate di quest’inverno freddo e piovoso, a casa di mia madre, ero uscito in giardino per go­dermi l’aria tersa e pulita favorita dell’ultimo temporale. Ai piedi del vecchio pino, un po’ rintuzzato e consumato dagli anni, come me tale e quale, m’ero seduto sulla rustica sdraio di legno dove un tempo sedeva mio padre.
Io, bambino e poi adolescente, gli stavo accanto su uno sgabello anch’esso di legno; l’affetto ci univa, la diversità dei pensieri ci separava: come sempre, dall’alba dei secoli, erano in contrasto due generazioni. Le pa­role, sempre le stesse: « Cosa mi racconta oggi Salvuccio? ». Io, come sempre: « Niente, papà ».

Venuto a mancare mio padre, nessun peso porto tanto pesante quanto il ricordo di quei lunghi silenzi e darei qualsiasi cosa per risentire il timbro forte della sua voce.
Allora, dirimpetto alla nostra casa, poche erano le luci: si vedeva qual­che lume fioco alle finestre del Seminario Arcivescovile, saranno stati lumi ad olio o candele, e qualche altro più vivace nelle case dei mezzadri della tenuta dei Pistarà, una ricca famiglia di possidenti, appena oltre la siepe.
Di qua e di là del Seminario e della villa, tutta la spianata era buia; bui dietro ad essa i terreni circostanti che guardavano l’Etna punteggiato da qualche lu­micino rimpicciolito e affievolito dalla lontananza che si rischiarava solo nelle sere, quando nel cielo saliva alta la luna.

Quella sera del gennaio passato la luna non c’era: doveva starsene nascosta da qualche parte nella volta celeste attraversata da grandi nuvole nere. Ma dinanzi a me le spianate buie della fanciul­lezza risplendevano di luci, e più d’ogni altra la più vicina, quella che un tempo era la proprietà dei Pistarà, oggi un luminoso quartiere residenziale: soltanto intorno al Seminario era rimasta una fascia d’ombra. Le strade, un tempo sterrate, sono oggi asfaltate e fiancheggiate di case che di giorno richiamano il verde della campagna e di notte ne violano con mille luci sfacciate la casta ombra cara ai miei ricordi.

A chi oggi contempli questo sfolgorante pae­saggio notturno, parrà forse, così, più ridente e più gaio. Quella sera, invece, non potevo posarvi lo sguardo senza provare uno strano sgomento. Tutte quelle luci, specie le più forti, mi ferivano dolorosamente: sembravano voler fugare per sem­pre le ombre e sconsacrare i silenzi di allora, ab­bagliarmi in modo che io non vedessi più le care immagini della mia fanciullezza, addirittura sbiadire nella memoria l’intera immagine che di lei vi è stampata.

Fanciullezza e adolescenza sono uno scrigno di felicità antiche: antiche, non perdute però, se di continuo possiamo tornare a frugarci e tirarne fuori nuove felicità. Come negli scrigni dei Re Magi vi è mescolata insieme all’oro dei ricordi la mirra della malinconia; la quale ha anch’essa però i suoi piaceri, e sono anzi tra i più alti e nobili di cui all’uomo sia dato godere.
Quasi tutti questi elzeviri, vengono fuori da quello scrigno che mi porta a ricercare nelle favolose felicità della fanciullezza e dell’adolescen­za un rifugio e una consolazione.
Questa ricerca è però cosa pra­ticata solamente dai moderni. Fra gli antichi, neppure Ovidio ne fu tentato, nemmeno nei lunghi anni dell’ esilio si mise nelle condizioni e nelle disposizioni di rincorrere ad una ad una le andate felicità.

Gli uomini dell’antichità classica erano intenti a scrutare la natura, della quale furono mirabili imitatori, piuttosto che i piccoli grovigli dell’ani­ma umana; a narrare o a immaginare i grandi fatti della terra e del cielo: una terra popolata di eroi e un firmamento abitato da Dei umanizzati.
Non ebbero i complicati e delicati sentimenti di noi moderni; e se anche li avessero avuti, sarebbe loro sembrata una manifestazione di debolezza e trascriverli come noi facciamo sopra le carte. Il Leopardi notò nello Zibaldone che « la sensibilità era negli antichi in potenza ma non in atto come in noi »; giudicava « una pazzia accusare i loro poeti di non essere sentimentali ».

Mi piace pensare che furono i tempi, venuti sempre più rapidamente mutando, a cambiare gli uomini operatori assidui di quelle mutazioni di pensiero, di sentimenti, di co­stumi. Ora il genere umano si dedica per­fino a cambiare il corso della natura, e purtroppo ne ha fatto già qualche prova con pessimi risultati. Scrisse un giorno Giovanni Arpino: “Noi avveleniamo il globo e il globo ci restituisce i veleni”. Niente di più vero e così procedendo, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, andiamo incontro ad un’estrema infelicità: causa, secondo me, di questo nostro ri­fugiarsi col pensiero e con la fantasia nelle felicità degli anni giovanili.

Dove ho accennato agli antichi, avrei po­tuto mettere avanti il dubbio ch’essi nell’età virile non facessero della fanciullezza il conto che noi ne facciamo; o che, per il rigore e la durezza dell’edu­cazione ricevuta o per le minori tenerezze e lar­ghezze godute, ricordate gli spartani, ne serbassero che pochi ricordi. Del resto alcuni di quei loro Dei, che essi si erano creati a loro immagine e somiglianza, non ebbero né fanciullezza né ado­lescenza. Così Venere, così Minerva la quale tutti sanno essere stata partorita adulta, addirittura armata di tutto punto, dalla testa di Giove; e dalle doglie di quel parto chissà non siano sorte le ter­ribili emicranie patite nei secoli dal genere umano.

Così man mano che i capelli imbiancano e l’aggravarsi del peso degli anni me lo rende più difficile, sempre mi riesce, anche con espedienti ed artifici, di ricreare in me l’incantesimo degli anni andati: gli anni dell’immaginazione e della speranza, quando è facile trovare il tutto nel nulla, o appena nelle bolle di sapone soffiate da una cannuccia d’erba o nella carezza di un raggio di sole nei meriggi di primavera.
E più invecchio, più mi succede di tra­sferirmi in un mio mondo irreale, dove le imma­gini sono vaghe, indeterminate, poetiche, simili appunto a quelle del fantasticare fanciullesco; dove io dimentico ogni affanno presente, non mi sgomenta il futuro, l’età non mi è più di alcun peso, quasi perdo il senso del tempo in una tenerezza indescrivibile e indefinita.

Mentre vivo questo stato felice, che ora mi esalta e ora mi quieta, lo spirito torna come ai bei tem­pi libero e lieve; rifiorisce l’immaginazione, nella quale consiste tutto il bello di questo mondo.
Ecco, ciò che altri ottiene con droghe più o meno micidiali, io me lo procuro con l’innocente e poetico fantasticare. E prego Iddio di volermi concedere questo dono fino all’ultimo respiro, ora che il cammino diventa ad ogni passo più incerto e si fanno più pesanti le ali della speranza.

Salvo Reitano

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