IL PENTAGRAMMA PITTORICO Le opere di Isabella Collodi

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“Nulla commuove il cuore come una canzonetta.”
Pier Paolo Pasolini

Un confine netto tra le arti (pittura, scultura, musica, scrittura, teatro..), ossia tra le tecniche d’espressione creativa, sussiste solo sul piano squisitamente strumentale. La contaminazione tra le arti, specie da qualche decennio in qua, in regime di multimedialità, è sempre in agguato. Una direzione indicata prima dal teatro e, da un abbondante cinquantennio, dalla musica cantautorale (o, se si preferisce, “leggera”). Quest’ultima, dopo aver subito per anni lo scetticismo e la titubanza, può oggi finalmente annoverarsi materia universitaria, oggetto di studi da parte di storici, sociologi e critici musicali.

Una forma d’espressione completa che congloba alla partitura musicale sia il testo (poesia/letteratura) sia l’interpretazione (l’atto performativo/teatrale legato all’esecuzione del brano). Fatto non trascurabile, è la sola arte che al momento sia riuscita ad innestarsi significativamente nel tessuto sociale, agendo profondamente su di esso. Se la poesia tradizionale fatica a guadagnare peso e protagonismo, diverso è il caso dei Canta-Autori, testimoni militanti e artisti straordinari (Fabrizio De Andrè, Roberto Vecchioni.., per non citarne che alcuni), fautori di un linguaggio d’espressione dialogale capace di interagire nelle maglie quotidiane della contemporaneità, incidendo nella memoria collettiva. Lo sa bene Isabella Collodi, che deliberatamente sceglie di tradurre in pittura le immagini evocate da dieci splendide pagine di canzone.

Da “Samarcanda” a “Milady” di Vecchioni a “Il suonatore Jones”, “Bocca di rosa” e “La canzone di Marinella” di De Andrè, spaziando fino a brani immortali di respiro internazionale come “Summertime” di Gershwin e “Singing in the rain”, portata al successo da Sinatra. Una scelta non calcolata quella della rosa dei brani, ma emozionale; è, quest’ultima, una parola chiave per comprendere l’operazione (la trasposizione) di Isabella Collodi. Non una mera traduzione iconografica didascalica, ma un racconto evocato dal racconto, una narrazione parallela che germinata dalle note fiorisce nella profusione di segni e colori. I piani prospettici levitano come sulle righe ideali di un pentagramma, così che le figure sembrano danzare, riunite ora in un’allegoria e ora in un aneddoto. Piccoli gruppi di figure, isolati come strofe, ma che al tempo stesso concertano nel brano d’insieme. Certo brulichio di corpi e luoghi ci rimanda (in una chiave atmosferica decisamente ribaltata) all’iconografia delle opere di Hyeronimus Bosch.

La Collodi, procedendo per dettagli e per episodi tesse man mano una partitura pittorica dove alla compiutezza del particolare corrisponde il respiro più onirico dell’intera composizione. La giustapposizione dei personaggi, i singoli eventi accavallati, il “prima” e il “dopo” raccontati contemporaneamente su un’unica superficie ci rimandano alle illustrazioni di cui si servivano, fino alla fine del XIX secolo, i cantori popolari, i menestrelli, i girovaghi cantastorie. Ma potremmo spingerci più indietro ancora, fino alle pitture medievali dove su un medesimo piano si scandivano i diversi momenti della narrazione.

Nel tratto grafico della Collodi individuamo senza difficoltà la scioltezza disegnativi e l’abilità incisoria. Nelle acqueforti, negli acquarelli e nei disegni Isabella Collodi concentra tutto il suo amore per la minuzia e per il racconto particolareggiato. L’occhio dell’osservatore è guidato dal “parziale” di una singola scena all’unicum dell’intera opera; una lettura né lineare (sinistra-destra) né bustrofedica ma centripeta, aerea e disorganica. I piccoli gruppi di figure, gli episodi circonchiusi costellano il campo visivo per l’appunto come note musicali scandite simultaneamente su un pentagramma trasparente.

E che la pittura e tutte le altre arti siano in debito con la musica è cosa ormai nota. E’ proprio questo concetto manniano che ci sembra di cogliere nelle “traduzioni in musica” della Collodi. La libertà evocativa diventa libertà di associazione, di modo che questa “licenza d’impostazione” dà vita a un componimento iconografico in egual misura libero ed estemporaneo. Così come quando ad occhi chiusi ascoltiamo una canzone e lasciamo alla nostra immaginazione disinibita il compito di dare forma, colore e continuità alle immagini che consequenzialmente ne ricaviamo. Nei corpi, morbidi e minuti, non interviene nessun compiacimento anatomico; scaturiti da una reverie favolistica, hanno il sentore mitico e pulito dell’infanzia, diluito in una festante e schietta ironia.

Massimiliano Sardina

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